Lavoro, reddito e giovani nell’Italia del COVID-19. Discussione con Valeria Cirillo e Michele Raitano

Quarantena

È il 23 aprile. Sono passati quarantacinque giorni dal dpcm del 10 marzo che decretava il lockdown dell’Italia. Quarantacinque giorni in cui sono morte quasi 25 mila persone, a testimonianza di una crisi sanitaria senza precedenti nella nostra storia repubblicana.

Nello stesso periodo, più di 9,2 milioni di lavoratori e lavoratrici hanno interrotto le attività lavorative come conseguenza diretta del lockdown o per il crollo verticale della domanda dovuto alle misure di contenimento. Quanto stiamo vivendo è un momento storico cruciale che condizionerà profondamente le nostre vite. Come Bottonomics, abbiamo deciso di analizzare e studiare questo momento particolare e di alimentare un dibattito che riteniamo necessario nel nostro Paese, ossia che cosa deve essere fatto per garantire a tutti un’esistenza dignitosa anche in una situazione di emergenza.

Lavoro

Una recente analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha composto un quadro di quello che fino ad oggi è stato l’impatto economico della crisi da COVID-19. Ciò che emerge con chiarezza è che “la base occupazionale che più è stata toccata dalle sospensioni è stata proprio quella a più basso reddito e qualificazione.” Al contrario, solo una minoranza di lavoratori ha potuto dare continuità alla propria prestazione lavorativa attraverso il telelavoro (smart working). Si tratta per lo più di “lavoratori della conoscenza, impiegati e quadri di aziende pubbliche e private, professioni a più alta qualificazione, che vantano titoli di studio e redditi più elevati”. Numeri e risultati simili ci sono stati proposti anche da Valeria Cirillo, economista e docente di Economia Politica presso l’Università di Bari, a cui abbiamo chiesto un’opinione sulle politiche messe in atto dal governo per gestire l’emergenza economica e sociale all’orizzonte. “Chi può lavorare da casa (circa il 30% dei lavoratori) ha retribuzioni mediamente più alte e condizioni contrattuali migliori (tra coloro che possono lavorare da casa, circa il 70% ha un contratto a tempo indeterminato). Poi ci sono gli altri. Tutti gli altri, ovvero il restante 70% di lavoratori che non può lavorare da casa e percepisce salari mediamente più bassi rispetto ai primi. Fra questi lavoratori, il 24% circa sono autonomi e il 12,6% sono a tempo determinato. Questi due gruppi sono a rischio sia reddituale, sia di perdita di lavoro nel breve periodo.” Che la frammentazione del mercato del lavoro possa rappresentare un problema pare confermato dallo straordinario (in senso negativo) dato USA sulla disoccupazione a seguito delle misure di contenimento: oltre 20 milioni di persone hanno perso il lavoro nell’ultimo mese e alcune previsioni pessimistiche prevedono per aprile un tasso di disoccupazione vicino al 20%  (durante la crisi del 2008 non ha mai superato il 10%). Il processo di flessibilizzazione che ha investito il mercato del lavoro negli ultimi trent’anni ha prodotto un alto livello di frammentazione contrattuale e salariale anche nel nostro Paese. Più del 22% degli occupati è composto da lavoratori indipendenti (contro una media europea del 14%), mentre poco più del 17% dei dipendenti hanno un contratto a tempo determinato.

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L’Italia, con il 22% di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati, è seconda in Europa. Fonte: Eurostat

Michele Raitano, economista e docente di Politica Economica presso la Sapienza Università di Roma, suggerisce che “il problema è sia contrattuale, sia salariale. I dati Eurostat rivelano come circa un terzo delle famiglie italiane non possiede risparmi sufficienti ad affrontare un mese di interruzione del reddito”. Questa frammentazione pone seri problemi anche nell’identificare la misura di sostegno più adatta ad aiutare questi lavoratori e lavoratrici. “In altri Paesi, come la Danimarca, in cui i lavoratori dipendenti rappresentano più del 90% della forza lavoro, è chiaro che la Cassa Integrazione rappresenta uno strumento ideale.” In Italia, al contrario, l’alta incidenza del lavoro indipendente sul totale degli occupati richiede l’introduzione di altre misure ad hoc (che, tra le altre cose, richiedono anche più tempo per l’erogazione).

Reddito

Il tema del sostegno al reddito è affrontato un po’ dovunque il virus abbia imposto un lockdown. In un recente articolo su Tribune, l’economista James Meadway ha sostenuto che il momento emergenziale attuale, nonostante il continuo utilizzo di metafore belliche, rappresenti in realtà una situazione diametralmente opposta a quelle che si originano in tempi di guerra. Mentre durante un conflitto l’esigenza è quella di mobilitare completamente il potenziale produttivo di un Paese, in un clima di anti-guerra (come lo definisce Meadway), l’esigenza è proprio quella di smobilitare interi settori dell’economia (non essenziali) al fine di poter attuare misure di protezione e distanziamento sociale. In un’ottica di questo tipo, l’esigenza di garantire un reddito a coloro che sono costretti ad interrompere, anche per lunghi periodi, la propria attività lavorativa – e a rinunciare al proprio reddito da lavoro – rende necessaria l’introduzione di strumenti straordinari. Come suggerisce il professor Raitano, “in Italia si potrebbe potenziare il Reddito di Cittadinanza. È ormai chiaro che le forti condizionalità rispetto al lavoro a cui è formalmente legato il RdC sono inappropriate. Al contrario, andrebbero rimosse e andrebbe estesa la platea dei beneficiari così come andrebbe aumentata la generosità del sussidio”. Questo discorso è tanto necessario, quanto più è evidente l’interdipendenza economica a cui siamo giunti. Secondo la professoressa Cirillo, “per quanto l’economia italiana sia comparativamente meno dipendente da quella cinese rispetto ad altre (esempio Germania e Stati Uniti), è chiaro che l’importazione di beni intermedi da parte di alcune produzioni manifatturiere italiane comunque aveva già esposto la struttura produttiva italiana ad un rischio di contagio economico tramite catene globali del valore”. La catena del valore globale si è andata via via allungando nell’ultimo quarto di secolo. Produrre un bene finale coinvolge spesso decine di punti di produzione distribuiti in altrettanti Paesi. Utilizzando una metafora plastica, allungare la catena del valore ha comportato però anche il suo assottigliamento – ossia ha reso il sistema nel suo complesso più fragile. L’interruzione della catena in un qualsiasi Paese a causa del virus provocherebbe un danno enorme a tutta la produzione industriale e blocchi in altri nodi della catena, rendendo misure di sostegno al reddito ancora più necessarie. Una di queste è rappresentata dal reddito di base. “Un reddito di base propriamente detto – è il pensiero del professor Raitano – ha certamente un suo fascino, ma perché sia di importo sufficiente – tra gli 800€ e i 1000€ mensili – si devono cancellare altri strumenti di Welfare già presenti. Oppure si può finanziare attraverso una nuova progressività fiscale, cosicché anche uno strumento che potrebbe sembrare regressivo (ndr, un beneficio economico di uguale importo dato a tutti indifferentemente dal proprio reddito) sarebbe in realtà progressivo perché finanziato con un’imposta progressiva. Per qualsiasi piano di estensione di diritti e welfare, ad ogni modo, bisogna recuperare la progressività fiscale che in questo Paese si è andata via via riducendo fino a ridurre la principale imposta progressiva italiana (IRPEF) ad una tassa sul lavoro dipendente.” 

reddito
Se Boromir fosse qui con noi, non avrebbe dubbi (meme prodotto dall’autore tramite imgflip.com)

Imprese

Una delle misure più importanti prese dal governo è la garanzia statale per i prestiti alle imprese, in modo da garantire una sufficiente liquidità al tessuto industriale italiano. “È stato segnalato da più parti la possibilità dell’insorgere di situazioni di azzardo morale – ci dice la professoressa Cirillo – come viene definito il rischio che alcuni potrebbero approfittare delle contingenze per accedere alle risorse pur non avendone diritto, o comunque l’insorgere di comportamenti opportunistici da parte dei beneficiari. Tuttavia, non ne farei di quest’ultimo il punto centrale. Considerato il tessuto produttivo italiano popolato da piccole e microimprese, molte a conduzione familiare, con un’importante presenza nei settori cosiddetti sospesi – ristorazione, alberghiero, turismo – il problema della liquidità è immediato per questi soggetti. Diversa è la questione dei grandi gruppi. Il decreto liquidità intende agire in un’ottica a breve periodo e nel gioco di tutela dei vari interessi”. 

La ratio che giustifica l’aiuto alle imprese tramite una garanzia sui prestiti è, come detto, garantire una sufficiente liquidità alle stesse anche a tutela dell’occupazione (posizione espressa anche da Mario Draghi sul Financial Times e da noi commentata in un articolo precedente). Questi aiuti si dovrebbero poi trasferire al reddito da lavoro attraverso il mantenimento dei livelli occupazionali. Politicamente, si tratta di uno strumento opposto al reddito di cittadinanza. Sia per quanto riguarda la platea di beneficiari (per lo più lavoratori dipendenti), sia per il percorso indiretto e soggetto a rischi che il sussidio percorre per giungere ai lavoratori. Uno di questi rischi è che le imprese, per recuperare la posizione competitiva persa in questi mesi, decidano di mettere in pratica una politica di contenimento dei costi. In un recente articolo per l’Istituto Nazionale di Analisi delle Politiche Pubbliche, Valeria Cirillo e Andrea Ricci hanno evidenziato “un dualismo nel tessuto produttivo italiano definito dalla coesistenza di imprese ad alta e bassa produttività e ad alti e bassi salari.” Se il ricorso al lavoro temporaneo può rappresentare una strategia di sopravvivenza per alcune imprese (quelle a bassa produttività), è proprio la professoressa Cirillo a suggerire che quella sarebbe una strategia di breve respiro e destinata alla lunga a fallire. Tra i lavoratori dipendenti del settore privato solo il 10% con i redditi più alti ha mantenuto il potere d’acquisto in termini reali che aveva 25 anni fa, tutti gli altri si sono impoveriti, con una perdita che è stata del 20% per il 25% dei lavoratori con i salari più bassi. Quindi sì, ci vedo un problema per il mercato del lavoro nella misura in cui si crea un corto circuito di precarietà-bassa produttività-bassi salari-bassa domanda.”

Giovani

Un risultato noto in economia del lavoro è che i danni subiti a inizio carriera hanno un effetto negativo maggiore rispetto a quelli subiti a fine carriera. Quando nel 2009 la crisi dei sub-prime si trasformò in crisi del debito e investì il nostro Paese (tra gli altri), la generazione dei millenials si apprestava ad entrare nel mercato del lavoro. Oggi, la stessa generazione ha raggiunto i trent’anni e potrebbe nutrire legittime ambizioni di pianificare a lungo termine e/o formare famiglia. L’arrivo inatteso della pandemia e della crisi economica che seguirà – e che le previsioni temono sarà molto più intensa della precedente – potrebbe frustrarne ulteriormente le aspettative. L’analisi di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro prevede un impatto della crisi maggiore su giovani under 35 e adulti con un solo reddito e figli a carico. In particolare, i giovani scontano la combinazione di stipendi più bassi, per la minore anzianità lavorativa, e un’inferiore disponibilità di risparmi da attivare durante l’emergenza. Su questo punto, il Professor Raitano è chiaro, “le interruzioni lavorative subite dai giovani si trascinano per tutta la  loro carriera. Questo sia per quanto riguarda i salari, sia per il versamento dei contributi. Le misure di compensazione sono necessarie in questa prospettiva, soprattutto all’interno di un mercato del lavoro molto fragile. Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dal 2006 in poi rischiano di subire perdite molto forti e non sono meccanismi che puoi recuperare in futuro.”

L’Italia sta rischiando di perdere una generazione. È il momento di essere più ambiziosi.

Luca Sandrini

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