Barcellona. Il Covid-19 negli occhi di un’infermiera

La monotonia delle giornate di quarantena è rotta solo dal fragore delle sirene delle navi ormeggiate al Port Vell (il Porto Vecchio) di Barcellona. Come ogni sera, da ormai venticinque giorni, alle otto spaccate la scena si ripete puntuale. Gli applausi scroscianti, per pochi minuti, riempiono l’aria. Turbano la surreale quiete giornaliera a cui tutti, in questa frenetica città, si stanno abituando. Non è solo riconoscenza per chi sta lottando in prima linea contro il Virus. L’impressione è che quelle ovazioni siano anche un modo per scacciare via la paura. Esorcizzarla per un attimo, aspettando che una giornata finisca e ne inizi un’altra. Uguale identica a quella precedente.

C. è una giovane infermiera di un Consorzio ospedaliero che incorpora varie strutture sanitarie nella provincia di Baix Llobregat. Mi ha chiesto di restare anonima. Sembra, infatti, che alcune sue colleghe abbiano avuto problemi dopo aver condiviso, sui loro account Instagram, immagini che testimoniano le condizioni in cui sono costrette a lavorare. Soprattutto, però, perché il contratto precario con il quale è stata assunta, nel giugno del 2019, non le offre praticamente nessuna garanzia. Qui li chiamo contratti de suplencia. Quelli che vengono rinnovati di mese in mese, solo teoricamente fino ad un massimo di tre volte, e che per esempio non prevedono ferie pagate. Poco male, perché nessun operatore sanitario può permettersi il lusso di andarci adesso.

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A questo punto, credo sia necessario fare una precisazione. Nella storia che sto per raccontare, come vedremo, il tempo è molto importante. Per qualcuno è fermo al 16 marzo, quando il Governo Sanchez ha dichiarato lo Stato di allerta. Per altri, come per C. e i suoi colleghi, è sempre troppo poco. Corre veloce. A volte, addirittura, può capitare che non basti a curare tutti i contagiati che ogni giorno arrivano in ospedale.  “In questi ultimi mesi ho visto persone entrare con le proprie gambe, aggravarsi in poche ore e morire. Anche un ragazzo di venticinque anni. Era un mio paziente. È stata una scena straziante, alla quale non avevo mai assistito prima”.

Come abbiamo appena detto, il tempo in questa storia è molto importante. Perché c’è un prima e c’è un adesso. Al dopo, per il momento, sembra che nessuno voglia pensarci. Eppure, presto o tardi, bisognerà farlo se non vogliamo trovarci, di nuovo, nella stessa situazione. Prima appunto, mi spiega C., i turni di lavoro erano tre. Adesso, in seguito alle nuove misure adottate, sono diventati due. Dalle 8 alle 20. Dodici ore filate, senza pause neanche per andare in bagno, che possono diventare anche quindici o sedici se vieni chiamato all’improvviso. La ragione è nota a tutti: la mancanza di personale. “Per questo è stato deciso di assumere, con contratti di tirocinio, anche chi non ha ancora finito il percorso di studi”.

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Se fossimo in guerra li chiameremmo riservisti. Ma non è così, anche se i numeri sembrano gli stessi di un conflitto bellico. Perché della guerra, quella vera, noi non sappiamo proprio niente. I laureandi servono, tra le altre cose, anche a sostituire il personale sanitario contagiato dal Covid-19. In attesa che possa riprendere servizio. “Prima, ovvero fino a poche settimane fa, il Protocollo prevedeva che per essere reincorporati dovevano passare almeno 14 giorni. Adesso, con il nuovo Protocollo, se dopo una settimana le tue condizioni migliorano, la febbre è scesa e i sintomi si sono attenuati, devi riprendere servizio”. In una nota ufficiale rivolta al Governo, tutte le Associazioni di settore hanno qualificato la decisione come “temeraria. Rischiosa per la salute, tanto di medici e infermieri, quanto per quella dei pazienti”. Quando C. ha comunicato al Dipartimento Sicurezza sul Lavoro (Salud Laoral) di essere stata a contatto con un paziente positivo, senza mascherina, le hanno “semplicemente” risposto che se non aveva sintomi doveva continuare a lavorare.

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Ad oggi, e cioè nel momento in cui questo articolo è stato scritto, il Ministero della Salute parla di 19.400 sanitari contagiati. Quasi il 15% del totale degli infettati. Una cifra che fa della Spagna il primo paese al mondo in quanto a diffusione del Virus tra il personale sanitario. Nell’ospedale dove lavora C. sono circa un centinaio. Potrebbero essere anche di più, mi confessa, ma sono stati effettuati solo 700 test su un totale di 3000 operatori. Poi i tamponi sono finiti e non ne hanno fatti più. Se il personale è poco, per via dei tagli alla sanità pubblica che in Catalunya hanno polverizzato, in dieci anni, 2400 nuove assunzioni oltre a circa 1100 posti letto, i dispositivi di sicurezza sono ancora meno. Viene da pensare che sarebbe stato il caso di affacciarci a quei balconi qualche anno fa. Quando medici e infermieri scendevano in piazza, mentre i sistemi sanitari nazionali di mezza Europa venivano svenduti in nome della privatizzazione.

Visiere, mascherine e respiratori, infatti, senza gli aiuti umanitari internazionali e l’impegno della società civile, adesso, sarebbero impossibili da reperire. “Ogni mattina dobbiamo chiedere le mascherine al nostro supervisore, perché sono poche e all’inizio della crisi sanitaria alcuni di noi se le portavano a casa”. Poche, aggiunge, come i camici usa e getta che dovrebbero essere cambiati ad ogni nuovo paziente che viene visitato. Inutile dire che non è possibile farlo. Cosi, C. e i suoi colleghi passano da un paziente all’altro con lo stesso materiale. Un copricapo, una mascherina FP2 più una chirurgica e un paio di guanti in lattice. Oltre al camice, ovviamente. Così vuole il Protocollo adesso. Domani chissà. I Protocolli, infatti, ormai vengono stabiliti giornalmente sulla base del materiale a disposizione. Questo le ha detto il suo supervisore quando ha chiesto spiegazioni.

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Foto di Gianluca Pugliese. Visiere realizzate e donate con il progetto: coranavirusmaker

Per tastare il polso della situazione qui in Catalunya, basta sapere che prima ogni infermiere si occupava di cinque o sei pazienti al massimo. Adesso, invece, C. è arrivata a seguirne ogni giorno anche tredici. Distribuiti in stanze da due, quando è possibile, altrimenti i pazienti vengono sistemati un po’ ovunque. Nell’ospedale dove lavora lei, per esempio, tolto il pronto soccorso e la terapia intensiva, tutti gli altri reparti sono stati destinati ai casi di Coronavirus. Con la conseguenza che la promiscuità è diventata la regola. Data l’altissima capacità di trasmissione del Covid-19, è stato messo a disposizione del personale sanitario un hotel dove riposare un po’ prima di tornare in corsia. Non a tutti è concesso, ovviamente. Solo a chi convive con persone a rischio: bambini o anziani. Medici e infermieri, inoltre, posso farsi la doccia direttamente in ospedale se lo desiderano. C., però, vive con il suo compagno, un cuoco italiano di 34 anni, a lei non spetta quindi l’albergo. Così, ogni sera prima di entrare a casa deve pulire scarpe e borsa con un disinfettante, mettere subito i vestiti in lavatrice e correre a lavarsi.

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Ed ecco che allora il tempo torna ad essere il coprotagonista di questa storia. Il tempo che C. perde ogni giorno per vestirsi e disinfettare tutto il materiale prima di prendere servizio. Quello che le serve per lavare via di dosso il Virus prima di mettersi a letto tutte le sere che ritorna a casa. Lo stesso, mi dice, che da qualche tempo non viene concesso a chi ha più di 70 anni per guarire e riprendersi dall’infezione. “Perché molto spesso, ammette, questa categoria di malati non viene nemmeno portata in terapia intensiva. Non ci sono abbastanza respiratori”.

Da un un’inchiesta de Eldiario.es, si calcola che circa il 10% dei decessi per Coronavirus, in Catalunya avverrà in casa. A questi vanno aggiunti anche i malati terminali, i quali saranno aiutati a morire nel proprio domicilio. Il Governo autonomo, infatti, ha predisposto specifiche unità chiamate PADES, acronimo di Programa d’Atenciò Domiciliaria i Equips de Suport. Il Programa, in realtà, non è nulla di nuovo. La novità è che sarà intensificato, per evitare il collasso delle terapie intensive. Fornirà agli operatori sanitari anche una sorta di vademecum su come spiegare ai familiari che i loro cari è meglio che si spengano in casa. Piuttosto che soli, in una fredda camera d’ospedale.

“Quella che stiamo vivendo in questi mesi è una situazione nuova per tutti”. Per chi ha appena iniziato a prestare servizio in un ospedale, però, possiamo immaginare che lo sia in maniera particolare. “Mai avrei pensato di trovarmi di fronte a una pandemia di questa portata quando ho iniziato il corso di laurea in infermieristica. Lo stress a cui siamo sottoposti è enorme. Le ore di lavoro sono moltissime. Vedere ragazzi e ragazze della mia età morire perché non riescono a respirare, come se stessero annegando, è davvero duro”.

La prima settimana, mi confessa, si è trovata più di una volta a piangere in macchina mentre faceva ritorno a casa. Come lei la maggior pare dei suoi colleghi. Giovani infermieri nel mezzo della tempesta. Per loro, ma non solo, tutti gli ospedali spagnoli hanno messo a disposizione un numero verde o, direttamente, un’equipe di psichiatri. Servono ad aiutarli a comunicare ai familiari la morte dei propri cari e per sostenerli nei momenti difficili. Perché a queste persone non è permesso mollare, nemmeno per un attimo.

Mattia Bagnato

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