Biden batte Sanders, anche in Michigan. È ko? Non ancora

[Illustrazioni di Stefano Grassi, per The Bottom Up]

Stanotte si è votato per le primarie del Partito Democratico in 6 Stati, il più importante dei quali è il Michigan, quello che assomiglia ad un guanto da forno, con sopra un pezzo “rubato” al Wisconsin (la Upper Peninsula).

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La situazione che precede il voto è questa: mentre ad inizio primarie Sanders sembrava in testa, il voto in South Carolina ha decretato il ritiro di Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, due candidati considerati “moderati”, che hanno deciso di sostenere esplicitamente un Biden trionfante nell’elettorato afroamericano. Joe ottiene nel giro di pochi giorni l’appoggio di diversi esponenti del Partito: il sostegno dell’establishment attaccato da Sanders, e una serie di motivi che verranno spiegati successivamente, portano Biden a capovolgere completamente il momentum, e incassare un ottimo risultato negli Stati del SuperMartedì.
Biden raggiunge e supera Sanders per delegati. Bloomberg non riesce a trasformare i milioni spesi in campagna elettorale in voti, e si ritira a favore di Biden.
Elizabeth Warren perde ovunque, arrivando terza anche nello Stato da cui è Senatrice, il Massachussets. Si ritira, ma non dà l’endorsement a nessuno dei due candidati rimasti.

Si arriva così al 10 Marzo, il “mini” SuperTuesday.
Per Sanders vincere in Michigan è fondamentale: sia perché è lo Stato che garantisce il numero maggiore di delegati, sia perché è uno degli swing states, ossia Stati dove a volte vincono i Democratici, altre volte i Repubblicani. Casi opposti sono la California e il Texas, roccaforti blu e rossa, rispettivamente.

Nel 2016 in Michigan Sanders era riuscito a battere Hillary Clinton, vincendo quasi ovunque in entrambe le penisole dello Stato. Ma con Clinton radicata a Detroit e Flint, due delle città con la più alta percentuale di afroamericani negli interi USA, e una storia operaia legata all’industria automobilistica.

Nel 2016 Clinton poi perse contro Trump, e nell’analisi del voto ci si chiese se Sanders avrebbe potuto vincere proprio in virtù della sua presunta forza negli Stati del Midwest.
Analisi che manca di controfattuale, e quindi non verificabile: tuttavia l’argomento è stato usato più volte nel corso degli ultimi quattro anni, ed è quindi opportuno menzionarlo.

Sanders ci prova fino all’ultimo: mentre Biden fa un solo comizio a Detroit, Bernie ne fa 4. Grand Rapids, Ann Arbor, Flint, e Dearborn (città parte di Detroit, dove è presente una fortissima comunità di origine mediorientale).


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Il numero di delegati prima del 10 Marzo, e i delegati in palio per ogni Stato.

 


I risultati

Brevissimamente: vince Biden. Vince in Mississippi, Missouri, Idaho. Sanders si consola con le vittorie in North Dakota e Washington (lo Stato, non la capitale), ma il margine è così basso che il numero di delegati assegnati è identico.

Biden vince in Michigan.
Una vittoria di Biden data dall’aumento dei voti in queste due aree avrebbe significato sicuramente un duro colpo per Sanders. Ma Sanders avrebbe potuto attutire il colpo, vista l’eredità tradizionale del Partito Democratico a Detroit e a Flint, e il sostegno che il partito stesso ha dato a Biden.

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Ma la sconfitta è stata ancora più forte: Biden è riuscito a prendere i voti anche di città come Ann Arbor, Grand Rapids e Lansing.
Ann Arbor è sede della University of Michigan e riassumibile come una città “hipster” (quindi molto più Sanders che Biden). Grand Rapids ha un’identità simile, ma la provincia della città è particolarmente conservatrice: si tratta di un’enclave WASP di origine olandese. Lansing, capitale dello Stato e sede della Michigan State University, è una delle città etnicamente più eterogenee degli USA, dove convivono una componente operaia legata all’industria automobilistica (in declino dal 2008), gli studenti, e i burocrati a servizio del Governatore e delle Camere rappresentative (l’equivalente delle nostre Regioni, ma con un livello di federalismo non paragonabile).


Chi ha votato per Sanders, chi per Biden, secondo gli exit poll

Chi ha dai 18 ai 45, la comunità hispanico/latina e chi si definisce “liberal” vota Sanders.
Chi ha dai 45 in su, la comunità afroamericana e chi si è più “moderate/conservative” vota Biden.

La domanda che sorge spontanea a chi non abbia familiarità con la cultura americana, è: “perché gli afroamericani preferiscono un moderato come Biden, rispetto ad uno che propone riforme più radicali a favore delle classi meno abbienti?”

Il Partito Democratico ha storicamente sostenuto (c’è chiaramente del dibattito) la comunità afroamericana contro la segregazione di cui è stata vittima (e ne è tutt’ora). Quindi, in generale, gli afroamericani votano Dem. Tuttavia, si tratta anche di una comunità tendenzialmente religiosa. Senza entrare in discussioni teologiche, in politica spesso la religione è legata con una tendenza ad essere più conservatori.
Riassumendo, la presenza della comunità afroamericana contribuisce a spostare il Partito Democratico al centro. Una comunità che quindi apprezza Joe Biden, moderato, vice di Obama, rispetto a Bernie.
Sanders ha puntato tutta la sua campagna sulle disuguaglianze sociali, attaccando l’eccessiva accumulazione di ricchezza di una parte minoritaria della società, un sistema sanitario pubblico.
Argomenti che passano in secondo piano, rispetto ai derivati neopuritani della religione cristiana.

Risultato: a Flint, una città con il 41.5% di persone sotto la soglia di povertà dopo la crisi del 2008, il 12% di disoccupazione attuale, una crisi ambientale che ne ha avvelenato l’acqua, Sanders non riese a guadagnare consenso.
Come scrive il New York Times, al comizio di Flint erano tutti bianchi: Sanders sperava di accendere una coscienza di classe che in questo compartimento sociale è subordinata ad altre priorità.

Tra le altre priorità c’è, come scrive il Bridge, quella di battere Trump. Quindi si punta al candidato più “eleggibile”. Trasformando un’ipotesi in profezia che si autodetermina.


Joe Biden non è Hillary Clinton

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Accostare i due candidati non aiuta a capire il successo di Biden. Una prima componente, è purtroppo quella del sesso: sia nel 2016 che nel 2020 le candidate donne hanno dovuto difendere ogni gesto commesso, mentre si tende a perdonare più facilmente gli scivoloni dei candidati uomini.
Ammesso e non concesso che la prima componente sia negligibile, il vantaggio principale di Biden è quello di non doversi presentare a nessuno. Tutti sanno chi è. In alcuni Stati, Biden ha vinto senza neppure fare campagna elettorale.
Non è detto che questo basti a battere Trump: ottenere ora un ampio consenso negli Stati del Sud tra gli elettori democratici non significa che i Dem possano sperare di vincere in Alabama. Biden non è mai stato brillante nei dibattiti: è riuscito a battere gli altri candidati moderati proprio in virtù dell’esperienza politica di cui non ha mancato di vantarsi, e messo Sanders da parte approfittando dello scetticismo dell’elettorato americano nei confronti di qualsiasi tipo di investimento pubblico.


Cos’ha sbagliato Sanders

Sanders è stato poco dialogante, non ha effettivamente mai cercato di guadagnarsi il sostegno di figure del partito a meno che non fossero d’accordo con la sua linea ideologica. Critica che arriva dal centro come accusa di mancanza di capacità di fare squadra, andare al compromesso.
Critica difficile da valutare dall’esterno: da una parte un candidato Presidente deve dimostrare la capacità di mediare. In caso di divided government, non si può ottenere nulla senza trovare un accordo con i Repubblicani. Dall’altro lato, Sanders ha portato avanti alcune battaglie da decenni, battaglie nelle quali si è trovato in passato da solo, con una parte del suo stesso partito contro (per esempio, a favore dei diritti della comunità di genere non-binario).
Bisogna anche ricordare che i partiti americani non hanno la stessa struttura dei partiti tradizionali europei, ed è quindi più complicato capire dall’esterno quale sia la “linea” del partito, o quale livello di accettazione Sanders abbia ottenuto post-2016. Quanto si sia impuntato nella sua battaglia contro l’establishment Dem a priori, o quanto effettivamente non valga la pena compromettersi con figure che votano in modo opposto a come Sanders immagina le sue politiche.

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La colpa principale di Sanders è quella di proporre al suo elettorato qualcosa che viene percepito come radicale: qualsiasi cosa che aumenti le tasse e dia la gestione di un servizio al governo è maldigerito dall’elettore mediano americano, abituato alla retorica fondata sul pull your own string e l’anticomunismo della Guerra Fredda.


E Elizabeth Warren?

Ritiratasi dopo la sconfitta del SuperTuesday, tutti si aspettavano un endorsment, che invece non è arrivato. In parte comprensibilmente, visto che gli elettori di Warren non erano solamente inquadrabili nella categoria dei “giovani istruiti”, quindi propensi verso Sanders: la Senatrice raccoglieva anche una fetta di elettorato moderato bianco che Sanders non è riuscito ad intercettare.

Un suo sostegno a Sanders subito dopo Martedì scorso sarebbe stato un potenziale punto di svolta nelle primarie: non essendo accaduto, rimane solo nei meandri del condizionale.

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Cosa succede ora

Nelle prossime ore capiremo cosa avrà deciso di fare Sanders, se ritirarsi o continuare. La prima ipotesi è possibile, visto che non c’è competizione in tutti gli Stati del Sud, dove Biden è sicuro di vincere, e quindi Sanders dovrebbe incassare vittorie nette, in un momento in cui sembra non avere particolare spinta.
Tuttavia, la vittoria si ottiene con 1991 delegati, e tutto può ancora succedere: considerando il carattere battagliero che contraddistingue il senatore dal Vermont, proverà a vincere fino all’ultimo. Anche per, se non altro, cercare di portare il Partito Democratico verso posizioni diverse da quelle che ha tradizionalmente avuto, per esempio in politica estera, dove Sanders ha apertamente messo in discussione il posizionamento USA nella quesitone israelo-palestinese, criticando duramente Netanyahu.
La prossima tornata elettorale è il 17 Marzo, quando si voterà in Florida, Illinois, Ohio, Arizona.

Giacomo Romanini

3 pensieri su “Biden batte Sanders, anche in Michigan. È ko? Non ancora

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