La Cina e l’Islam: estremismo religioso e questione uigura

Il 5 febbraio 1997, tra quindici e ventimila persone facenti parte della minoranza etnica degli Uiguri manifestarono nella città di Ghulja (o Yining in cinese mandarino). Chiedevano giustizia in seguito all’esecuzione di 30 attivisti e invocavano l’indipendenza politica per il proprio territorio. La polizia rispose brutalmente e le sparatorie indiscriminate lasciarono sulle strade un centinaio di morti. Quattromila persone furono arrestate e di molti non si ebbero più notizie. Negli anni la repressione del Partito Comunista Cinese (PCC) è andata progressivamente aumentando, intrecciando ragioni politiche ed economiche, raggiungendo nell’ultimo decennio vette drammatiche e prendendo via via la forma di una sempre più mostruosa violazione dei diritti umani. Ma chi sono gli Uiguri e perché il PCC si oppone così duramente alle loro richieste?

Gli Uiguri: tra autodeterminazione ed estremismo

Poco più di dieci milioni, gli Uiguri sono una minoranza etnica di fede islamica e lingua turcofona, residente nella regione dello Xinjiang, nel nordovest della Cina.

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Presenti da secoli sul territorio, da loro chiamato comunemente “Turkestan Orientale” (East Turkestan), dal 1949 furono integrati all’interno della Repubblica Popolare Cinese e venne riconosciuto loro lo status di “minoranza regionale”, garantendo allo Xinjiang una certa autonomia governativa. La nascita degli Stati indipendenti dell’Asia centrale seguita al crollo dell’Unione Sovietica ha tuttavia dato impulso alla riscoperta di un ideale panturco e a moti separatisti sulla base di richieste di riconoscimento dell’intrinseca diversità dalla maggioranza della popolazione cinese, di etnia Han.

Dopo che l’ETIM (Movimento Islamico del Turkestan orientale) è stato identificato dal PCC come l’artefice di atti violenti e rivoltosi nella regione, ed inserito formalmente nelle liste dei gruppi terroristici riconosciuti dalle Nazioni Unite, il governo di Pechino ha avviato una sistematica campagna contro l’estremismo religioso per reprimere l’azione del Movimento, che ha finito per colpire in maniera spesso indiscriminata i comuni cittadini di fede islamica. La guerra al terrorismo si è pertanto trasformata in una guerra alla diversità su basi etniche e gli Uiguri sono oggi additati come un popolo sovversivo e pericoloso, che il Partito Comunista sente di dover riportare sulla retta via.

Rieducazione, controllo e prigionia: come sradicare la fede religiosa

Negli ultimi anni la stampa internazionale ha iniziato a denunciare l’esistenza di veri e propri campi di internamento disseminati su tutto il territorio dello Xinjiang e il trattamento riservato agli Uiguri che vi vengono detenuti, accuse di cui il Partito Comunista Cinese ha più volte negato la veridicità.

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Dalle testimonianze raccolte, si tratta di luoghi di detenzione per quanti vengano ritenuti colpevoli di atti di estremismo e terrorismo, sebbene, con l’erodersi dei più basilari diritti processuali, vi vengano spesso rinchiusi anche cittadini comuni, con la sola colpa di aver ricevuto una telefonata dall’estero considerata sospetta o aver pregato in una moschea.

Qui, il governo porta avanti forme di rieducazione forzata che ricordano pratiche di epoca maoista, tra brainwashing, torture fisiche e psicologiche e trattamenti umilianti. Gli ex-detenuti hanno raccontato di come siano stati costretti a mangiare carne di maiale e bere alcool, nel tentativo di sradicare i principi fondanti e gli atteggiamenti tipici della fede islamica, siano stati vittime di violenze e abusi e obbligati a studiare la propaganda comunista, imparando a recitare slogan e a portare rispetto nella maniera corretta al Presidente e il Partito Comunista. A chi, a detta degli ufficiali, non si applica abbastanza, come punizione viene impedito di mangiare, bere o sedersi per lunghi periodi.

Secondo le stime, pur difficilmente accertabili, sarebbero tra diverse centinaia di migliaia e oltre un milione gli Uiguri che nel corso degli ultimi anni sono stati detenuti nei campi di internamento, per la maggior parte giovani uomini vittime di processi sommari e sentenze arbitrarie. La repressione, però, si è estesa ben oltre i confini dei campi e delle prigioni, radicandosi a livello locale e interessando l’intera popolazione della regione per mezzo di intensi programmi di controllo e sorveglianza sociale. Già nel 2014 il PCC aveva emesso ordinanze in cui si vietava alle donne di indossare il velo e agli uomini di portare la barba, proibendo tra l’altro di praticare il digiuno durante il Ramadan. Dallo scorso anno, inoltre, migliaia di ufficiali governativi sono inviati a vivere per determinati periodi di tempo a casa delle famiglie uigure, con il compito di controllarle, vegliare sulle loro idee politiche e correggere i comportamenti ritenuti incorretti nell’ottica comunista.

I luoghi di culto, pur non vietati, devono ottenere una speciale autorizzazione da parte del Partito per poter operare e, sebbene esistano moschee clandestine, le conseguenze per quanti vengano scoperti a pregare in tali luoghi sono facilmente immaginabili.

Secondo le parole di un ufficiale cinese, riportate da Radio Free Asia e dal Washington Post, “non è possibile estirpare tutte le erbacce nascoste nei campi, tra le colture, una alla volta: bisogna usare sostanze chimiche per ucciderle tutte. Rieducare queste persone è come spruzzare sostanze chimiche: è questo il motivo per cui si tratta di rieducazione generale e non limitata ai pochi”.

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Il Partito Comunista Cinese e le religioni: una lotta decennale

Storicamente viste come contrarie alla logica comunista, culti e religioni sono state vittime di persecuzioni e restrizioni fin dall’epoca del regime di Mao Zedong. In un sistema in cui la lealtà nei confronti del Partito e dei suoi dettami è imprescindibile, il timore delle autorità è quello che la fede religiosa, la credenza in qualcosa che va oltre la realtà quotidiana, possa divenire un elemento sovversivo, spezzando il legame tra individuo e Partito.

Pur non mirando a eliminarle sistematicamente, Pechino ha cercato di porre sotto il proprio controllo i diversi culti diffusi nel paese, in particolar modo quelli riconosciuti come “stranieri” (cattolicesimo, protestantesimo e islamismo). Fin dagli anni ’50 sono state istituite Associazioni Patriottiche e speciali congregazioni per ciascuno di essi, con il vaglio dell’Ufficio Affari Religiosi, a cui è stato affidato il compito di gestire le attività dei fedeli e assicurare che queste non entrino in conflitto con la politica e gli obiettivi del governo.

La nuova Via della Seta e l’aggravamento della questione uigura

In un momento storico in cui la Cina è interessata da violenti moti di protesta e posta sotto i riflettori mondiali per le dubbie pratiche con cui Pechino da anni tiene insieme l’immenso territorio della Repubblica Popolare, è difficile immaginare che la questione uigura possa trovare una soluzione nel breve periodo. Se le parole del Presidente Xi Jinping – che riferendosi a Hong Kong ha affermato che “chiunque tenti di dividere la Cina in qualsiasi sua parte sarà ridotto in polvere e finirà con le ossa spezzate” – possono essere applicate anche alle richieste di autonomia dello Xinjiang, appare chiaro che il PCC non è minimamente intenzionato a fare concessioni senza lottare. Tantomeno quando gli interessi in campo, politici, ma anche economici, sono di prim’ordine: il territorio dello Xinjiang è non solo ricco di risorse (gas naturale, carbone e petrolio), ma è ora anche attraversato da uno dei corridoi commerciali della nuova Via della Seta. Il controllo sulla regione, la sua stabilità e sicurezza sono pertanto divenuti un obiettivo cruciale nell’agenda politica del governo. Gli interessi economici della capitale non possono tuttavia divenire ragione e giustificazione di abusi a danno di milioni di persone con la sola colpa di essere membri di una minoranza etnica e religiosa.

Alessia Biondi

Immagine di copertina: Jack Fitzsimmons su Flickr

 

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