7000 giri: Le Mans ’66 – La Grande Sfida (James Mangold, 2019)

Una mia idea sul cinema è che non ha necessariamente bisogno di grande tecnica o anticonformismo: quanto più ti coinvolge, tanto più è riuscito. Come afferma Anton Ego nel finale di Ratatouille, “nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale”. In breve, se esco dalla sala cinematografica e voglio essere il protagonista del film, il mio giudizio sarà positivo.
Uscito dalla sala dopo aver visto The Wolf of Wall Street, volevo andare ad acquistare azioni spazzatura e fregare i gonzi; dopo Il Caso Spotlight – bè, quello un pochino lo faccio già; dopo Rush, volevo guidare una macchina di formula 1; dopo Le Mans ’66 – La Grande Sfida, inevitabilmente, volevo mettermi alla guida di una macchina da corsa e sfidare i favoritissimi dominatori del mondo delle corse automobilistiche pur essendo una testa calda che vuole sempre fare le cose a modo suo.
Non serve che vi dica che questa recensione contiene degli SPOILER – ma tanto non è uno Star Wars o un cinefumetto quindi ok, giusto?

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Giusto?

Il film di James Mangold è un riuscitissimo sports drama, nello stile del succitato Rush ma anche dei più classici Fuga per la Vittoria, Karate Kid o l’atipico Moneyball, tratto da uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni. Mangold è noto al grande pubblico soprattutto per il recente Logan, per la cui sceneggiatura è stato nominato all’Oscar, ma è anche il regista di Ragazze Interrotte (con Angelina Jolie, che per il suo ruolo nel film l’Oscar lo vinse), Kate & Leopold e lo splendido Walk The Line (sui primi anni di carriera di Johnny Cash). Il titolo originale del film, Ford V. Ferrari, con il quale è stato distribuito nei soli Stati Uniti, è curioso, poiché entrambi i personaggi citati sono, di fatto, gli antagonisti – e Ford, che come vedremo rappresenta i “buoni”, in realtà è il più “cattivo” dei due.

C’è un dettaglio del film che trovo meraviglioso, ovvero la poesia che gli americani mettono nel riprendere un pilota di auto da corsa che usa un cambio manuale. Ogni volta che Christian Bale – il pilota britannico Ken Miles – cambia marcia sulla leggendaria Ford GT40 sembra il momento più importante del film (e a un certo punto lo è, in effetti). Proprio Christian Bale, in questo filmone molto americano, è quello che più di tutti si porta via il cucuzzaro: grande come pochi della sua generazione – e ancora miracolosamente immune alla sindrome di Johnny Depp che lo costringe a interpretare sempre lo stesso personaggio in qualunque film – supera di poco l’ottimo Matt Damon (Carroll Shelby, ex pilota e progettista di macchine sportive) e tutti i cattivi del film, che in realtà sono i buoni (perché sono i dirigenti della Ford – idealmente contrapposta alla cattiva Ferrari). Proprio su questo conflitto tra la coppia Damon-Bale e i colletti bianchi si gioca la trama principale del film, più che sulla lotta dei due per la vittoria (come fa supporre il titolo internazionale del film). Ciò che resta alla fine è l’amaro in boccaSPOILER – per la mancata vittoria di Bale per un tecnicismo, il momento che a tutti noi bastian contrari, che vogliamo fare sempre di testa nostra, farà gridare “VISTO?!” mentre saltiamo sulla sedia.
Miles, che è il principale pilota collaudatore, oltre che meccanico, del prototipo di Ford che, si spera, farà vincere alla casa automobilistica la 24 ore di Le Mans, è avanti di due giri sul secondo e terzo pilota, anche loro della Ford. Ha già battuto la Ferrari, il cui motore è letteralmente scoppiato per cercare di tenergli testa, e vincendo Le Mans vincerebbe le tre gare automobilistiche più importanti nello stesso anno: Sebring, Daytona e Le Mans. Leo Beebe, malvagio al punto da risultare forse eccessivamente macchiettistico, però, non sopporta Miles, a suo dire troppo anticonformista e maleducato, e suggerisce al non brillantissimo Henry Ford II che sarebbe bellissimo avere le tre macchine tagliare il traguardo contemporaneamente. Comunica ciò a Shelby, che lo prende a male parole e riferisce a Ken, dicendogli anche che se dovesse disubbidire lui non avrebbe niente in contrario. Ken riparte dai box e guadagna ulteriore distanza, e poi, apparentemente soddisfatto dall’essere arrivato così avanti, decide di assecondare l’antagonista. Sfortunatamente, le regole di Le Mans prevedono che vinca chi percorre più strada in 24 ore, e poiché le altre due macchine erano partite prima, Ken si ritrova al secondo posto, derubato della vittoria più importante della sua vita, solo perchè per una volta ha deciso di non fare di testa sua. Sembra prenderla piuttosto bene, scambiandosi anche un cenno di intesa con Enzo Ferrari, evidentemente felice di essere stato battuto da un pilota così abile.

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Ken Miles muore pochi mesi dopo la mancata vittoria, durante una prova di una nuova macchina. Gli appassionati gli tributeranno tutti gli onori riservati ai grandi, e nel 2001 viene inserito, postumo, nella Motorsports Hall of Fame of America. Carroll Shelby continuerà la sua carriera di costruttore di automobili per tutta la vita.

Le Mans ’66 è un film vecchio stile, se vogliamo, e la sua ambientazione negli anni ’60 rafforza questa impressione. Eppure Mangold ha ormai un modo ben delineato di fare cinema, contemporaneo e sapiente, e la pellicola non appare affatto datata, né dà l’impressione di voler essere vintage a tutti i costi. Persino la colonna sonora, composta largamente da brani dell’epoca, non sembra appartenervi, e “Polk Salad Annie”, brano di Tony Joe White reso famoso da Elvis, prende nuova vita nella versione strumentale di James Burton (che di Elvis – e molti altri – era il chitarrista solista) che sottolinea diversi momenti salienti del film. Chicka boom.

Il film non è esente da qualche difettuccio, ma sono cose minori: soprattutto Leo Beebe, come già menzionato, sembra un cattivo dei fumetti degli anni ’60, e non sempre si riesce a prenderlo sul serio. Quello che lo può rendere indigesto è che è un film inguaribilmente ottimista (nonostante gli sviluppi succitati), e facilmente classificabile come ‘americanata’ da chi non apprezza il genere. Io, che invece il genere lo apprezzo, lo promuovo a pieni voti.

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

[Tutte le immagini sono tratte dal film, eccetto la copertina che è il poster italiano]

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