Elezioni presidenziali in Afghanistan: le origini di una fragile democrazia

Sabato 28 settembre in Afghanistan si sono tenute le elezioni presidenziali in un clima di violenza e intimidazione che non è una novità per la popolazione civile. Ci sono stati attacchi in alcuni seggi e in determinate aree non si è potuto votare perché il territorio è controllato dai talebani. Ma le elezioni si sono svolte, anche se con un’affluenza oggettivamente bassa: secondo le rilevazioni solo il 25%. Per avere i risultati ufficiali bisognerà aspettare almeno fino a fine ottobre.

Per poter capire meglio i prossimi risultati, è necessario “tornare indietro” nel tempo, considerare la storia di questo Stato e riassumere alcuni eventi che forniscono un contesto, anche se parziale, alle elezioni del mese scorso.

In un futuro articolo, con i risultati ufficiali, si cercherà di contestualizzare meglio la situazione dell’Afghanistan degli ultimi venti anni.

Una storia di (in)dipendenza e instabilità

L’Afghanistan è un Paese dell’Asia centrale che confina attualmente a nord con tre ex repubbliche sovietiche, a sud-est con il Pakistan e a ovest con l’Iran. La sua posizione è rilevante perché al centro del continente asiatico e confinante per molto tempo con l’impero russo, poi Unione Sovietica, e con l’impero coloniale britannico. Nell’Ottocento queste due potenze si inoltrano nel territorio afghano nel tentativo di minacciarsi a vicenda. Nonostante il Paese fosse indipendente, la stabilità interna era condizionata dalle dinamiche tra le potenze confinanti. Alla fine dell’Ottocento, russi e inglesi si accordarono per definire i rispettivi confini con l’Afghanistan. Da allora fino all’invasione sovietica del 1979, l’Afghanistan attraversò diversi regimi e alcune Costituzioni. 

Fonte: https://www.osservatorioafghanistan.org/images/2016/06-cartina-i.jpg

Unione sovietica, Stati Uniti e altri paesi fornirono aiuti economici e investirono nel territorio afghano che si ritrovò ad essere dipendente dal punto di vista economico e militare dall’esterno, soprattutto dall’URSS. Uno degli obiettivi del governo centrale afghano era quello di rendersi indipendente dallo “straniero”. Ma questo non fu possibile: dopo una serie di colpi di Stato e uccisioni di leader negli anni Settanta, infatti, l’Unione sovietica invase il Paese nel 1979. Al suo interno si creò una radicalizzazione di posizioni: da un lato i sostenitori del comunismo, dall’altro i fondamentalisti islamici. L’invasione sovietica si concluse nel 1989 in seguito alle pressioni della Comunità internazionale e alla politica di distensione voluta da Gorbaciov. 

I talebani e l’intervento della Comunità internazionale

La guerra civile continuò tra islamisti e filosovietici. In un contesto di fatto privo di un potere centrale in grado di controllare il territorio, si crearono diversi gruppi armati tra cui i talebani, un gruppo composto perlopiù di studenti delle scuole coraniche del Pakistan, chiamati nel linguaggio giornalistico anche “studenti del Corano”. Questo gruppo iniziò ad operare dal 1994 e in pochi anni riuscì a conquistare e controllare gran parte del territorio afghano.

La Comunità internazionale intervenne con alcune risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che riconoscevano il governo afghano incapace di mantenere il controllo del territorio nel quale risiedevano alcuni gruppi terroristici, tra cui al-Qaeda con il suo capo Osama bin Laden. In seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan e insieme alle Nazioni Unite e alla NATO promossero un processo di pace che ha portato alla formazione di una nuova Costituzione afghana. A tale pacificazione parteciparono più o meno tutti i gruppi coinvolti nel conflitto, provenienti dalle diverse etnie che compongono la società afghana. Non vennero però coinvolti i talebani, considerati un interlocutore non affidabile e una delle cause dell’instabilità afghana.

Il risultato fu che, nonostante la nuova Costituzione promulgata con l’aiuto degli esperti delle Nazioni Unite e il sostegno, militare e non, di alcuni Stati occidentali e della missione UNAMA nel controllo del territorio, la guerra non si è fermata.

Una delle debolezze del processo è stata infatti quella di voler pacificare il Paese senza tenere conto di un attore, i talebani,  che dimostra(va) di avere un ruolo di primo piano nel controllo del territorio e nella capacità di minacciare la sicurezza statale e l’ordine costituito.

Fonte: https://www.corriere.it/methode_image/2019/09/08/Esteri/Foto%20Esteri/51351e493b3a4be2b05658d37db7e988.jpg?v=20190908023254

Il fallito accordo di settembre tra Stati Uniti e talebani

Nemmeno ora gli “studenti del Corano” sono considerati un interlocutore credibile. Negli scorsi mesi gli Stati Uniti stavano trattando con i talebani per decidere il ritiro parziale dei militari americani dal territorio afghano, in attuazione di una delle politiche promosse dal presidente Trump di ritirare i contingenti americani che si trovano nel mondo. Era quindi previsto un incontro segreto a Camp David, lo scorso settembre. Un attentato rivendicato dai talebani, in cui sono morte 12 persone tra cui un soldato americano, ha però portato alla decisione del presidente U.S.A., comunicata tramite un tweet, di chiudere qualsiasi tentativo di accordo. Non è stato l’unico attacco degli ultimi mesi, anzi. Uno dei tanti è avvenuto pochi giorni prima, un’autobomba era esplosa nel Green Village, la zona internazionale della capitale Kabul, con un bilancio di 16 morti e 119 feriti.

La possibilità di un accordo era tuttavia già osteggiata: da un lato, gli osservatori internazionali avevano sollevato dubbi sulla credibilità dei talebani per la garanzia della sicurezza interna e del rispetto dei diritti delle persone, in primo luogo delle donne; dall’altro, molti ribelli afghani considerano il governo centrale sottomesso alle potenze esterne e conseguentemente non lo riconoscono. Uno dei fattori che in questi anni ha impedito un vero accordo di pace è la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti afghane.

Le conseguenze della guerra sulla popolazione

Una condizione di guerra così prolungata nel tempo ha prodotto conseguenze importanti sulla vita della popolazione.

In primo luogo moltissimi civili sono stati uccisi o feriti. Secondo il rapporto di Amnesty International, nel 2017 sono stati “registrati” dalla missione UNAMA 2.640 morti e più di 5 mila feriti tra i civili. Di questi tantissimi sono bambini. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, tra il 2015 e il 2018 sono circa 12.600 i bambini coinvolti e rappresentano un terzo di tutte le vittime. 

Ai bombardamenti e agli attacchi militari, si aggiungono violenze nei confronti delle donne, la diffusione di atti e pratiche vietate dal diritto internazionale tra cui la tortura, azioni violente e censura nei confronti di giornalisti e media, condotte sia da forze governative che da ribelli.

Per fuggire da queste violenze e dagli attacchi più di 2 milioni di persone si sono spostate all’interno del Paese verso zone considerate più sicure, ad esempio la capitale Kabul. Queste migrazioni hanno aggravato ancora di più la situazione sanitaria del Paese, che non ha sufficienti strutture pubbliche per assistere tutta la popolazione ed è supportata nella cura delle persone da alcune organizzazioni non governative, che forniscono personale e strutture.

Fonte: https://www.avvenire.it/c//2019/PublishingImages/e607550e3d0f48eebd271a4faf989fcb/Afd4.jpg

Le elezioni presidenziali: non solo limiti

Il voto del 28 settembre si è svolto in un clima di tensione e di ritorsioni: molti attentati, minacce e misure di sicurezza straordinarie con circa 70 mila militari a presidiare i seggi. Questo contesto giustifica la scarsa affluenza. Ma non è la sola ragione. I problemi di corruzione, verticismo, clanismo e a volte un passato di violenza fanno infatti parte del “curriculum” di molti dei candidati. I due candidati più quotati, Ghani e Abdullah, sono coloro che negli ultimi anni hanno gestito in maniera disastrosa dal punto di vista politico il Paese. È una democrazia ancora fragile che ad ogni appuntamento elettorale si ritrova a fare i conti con brogli sistematici, accuse tra i candidati e violenze dei talebani nei confronti dei votanti. Questo è un punto da non sottovalutare: i talebani temono il voto. Quindi, va protetto.

Probabilmente il nuovo governo non sarà in grado di risolvere tutti i problemi, non sarà perfetto, sarà guidato da qualcuno “non degno”, eletto da un numero di elettori esiguo ma in qualche modo dimostrerà che la debole democrazia afghana sta resistendo alla violenza di chi non la vuole. Ancora una volta.

Erica Torresan

Immagine di copertina: Avvenire

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