Novantadue minuti di applausi: Fear Inoculum, 2019

Quando nel 2008 uscì Chinese Democracy, il sesto attesissimo disco in studio dei Guns N’Roses, nessuno fu particolarmente sorpreso nello scoprire che si trattava di uno sbobbone stracotto e iperprodotto. Dopotutto, ormai i Guns erano di fatto Axl Rose, in preda al delirio di onnipotenza più totale: anche prima, comunque, i Guns erano una band disfunzionale, priva di coesione umana al suo interno, il cui unico vero capolavoro era stato il debutto Appetite for Destruction, ancora oggi una delle più potenti fucilate nelle gengive di tutta la storia del rock.
Eppure, dopo relativamente poco tempo, la critica (e alcuni fan) cominciò ad ammettere che sì, Chinese Democracy era uno sbobbone stracotto e iperprodotto, ma sotto il fumo l’arrosto c’era. Nascosto da un mix criminale e sovraincisioni largamente non necessarie, ma c’era.
Personalmente, ritengo che, se Axl Rose fosse stato imbrigliato da un produttore con abbastanza fegato da imbrigliarlo e tenere unita la band (meglio: trasformare un gruppo di musicisti al soldo di Axl Rose in una band) che, a quel punto, erano i Guns N’Roses (che includeva Buckethead alla chitarra e Brain alla batteria – due mostri); soprattutto, se non avesse avuto il tempo di stracuocersi e iperprodursi, Chinese Democracy avrebbe potuto essere quello che neanche Fear Inoculum è: un capolavoro.

had by maynard
Un premio a chi indovina la citazione.

Probabilmente non siete troppo sorpresi dall’improvvisa svolta che la narrazione ha avuto, se avete letto qualche recensione di media non generalisti sull’ultimo disco dei Tool.

Affrontare la recensione di un disco così epocale nella sua essenza come il quinto album del quartetto californiano non è un’impresa facile, perché i Tool hanno sviluppato un seguito di culto negli anni, pur essendo stati estremamente avidi di pubblicazioni. Perché la loro discografia è sostanzialmente perfetta. Perché l’esistenza stessa di questo album interrompe la sua memizzazione da parte dell’internet. È uno sporco lavoro, eppure qualcuno deve farlo. Ma prima, una breve introduzione sotto forma di spieghino™ (che, come sapete, è un piccolo spiegone™)!

I Tool sono un caso unico nel panorama metal, rock e prog mondiale. Con un solo cambio nella formazione (il bassista Paul D’Amour sostituito nel 1993 sul secondo LP da Justin Chancellor), sono una formazione compatta e inconfondibile, tra i ritmi intricati del batterista Danny Carey, i groove intrecciati di Chancellor e il chitarrista Adam Jones, che si occupa anche dagli aspetti visivi della band, e soprattutto la voce indescrivibile di Maynard James Keenan, raro esempio di cantante prog che sa veramente cantare.

Dopo una demo intitolata 72826, esordiscono con l’EP Opiate, preludio post-grunge al metal oscuro del primo LP Undertow. È però con l’immenso Ænima (che gioca sull’assonanza tra l’Anima di Jung e “enema”, cioè “clistere”) che la loro musica prende un posto nell’Olimpo del metal e del prog: i Tool combinano ritmi intricati, melodie soavi e cattiveria pura in un post-prog metal unico, che non solo creerà un culto attorno a loro, ma avrà un successo di vendite assolutamente inaspettato, accompagnato da un grammy per la quasi title-track “Ænema”. Passano ben cinque anni prima che il capolavoro abbia un seguito, ovvero Lateralus, uscito nel 2001, che cementa i quattro come la band americana più importante del decennio. Il successivo 10.000 Days, nel 2006, non è altrettanto acclamato, assestandosi su un territorio musicale ben delineato dal predecessore, anche se per me contiene alcuni tra i pezzi migliori della loro carriera (“Vicarious” e le due parti di “Wings for Marie”, dedicata alla madre di Keenan).

Poi, il vuoto.
(fine spieghino™)

A partire dal 2006, i Tool si limitano ad andare in tour ogni tre, quattro anni e a rilasciare dichiarazioni sibilline sullo stato dei lavori per il nuovo disco, che spesso e volentieri sfociano nel burlarsi apertamente di fan e giornalisti.
Maynard, però, non sta con le mani in mano: crea il progetto Puscifer, di fatto un alter ego per la sua musica, con i quali pubblica tre LP e diversi EP, e prosegue, seppur in minor misura, l’attività con gli A Perfect Circle.
Gli altri tre? A parte qualche sporadica collaborazione per Carey e Chancellor, assolutamente svaniti nel nulla.
Eccoci arrivati al 2019, quando, durante un concerto, la band lascia intendere, proiettando la data ’30 agosto’ sul maxischermo alle loro spalle, che l’attesa spasmodica che ci ha regalato alcuni dei migliori meme del secolo sia finita. La conferma arriva pochi giorni dopo e lentamente vengono forniti ulteriori dettagli su questo mastodonte, che si intitolerà Fear Inoculum, come la title track che viene pubblicata finalmente il 7 agosto come ‘primo singolo’.
In preparazione all’uscita dell’album, i Tool finalmente fanno uscire su tutte le piattaforme di streaming digitale la loro discografia (incluso l’EP di debutto ma escluso il rarissimo boxone Salival, forse l’unica cosa che valesse la pena avere finalmente a disposizione), poco dopo una mossa simile da parte dell’altra band che era rimasta fuori da internet per tutto questo tempo: i King Crimson (con i quali i Tool hanno molto in comune).

La domanda che sorge spontanea all’ascoltatore un minimo scafato a questo punto è: Fear Inoculum è una cagata pazzesca?

Mauro_Vestri
Spiral out, keep going.

Per quanto io adori dare giudizi netti e violenti, non posso rispondere affermativamente a questa domanda. Il disco trasuda cattiveria, ed è tecnicamente ineccepibile, i tre musicisti suonano come un raffinatissimo orologio meccanico settecentesco infilato in una locomotiva giapponese del 2300.
Il problema è che questo è quanto, per quanto riguarda gli aspetti genuinamente positivi del disco.

Ci sono due assurdità logistiche, per cominciare.
La prima, ovviamente, è l’allucinante packaging, del quale allego diapositiva, venduto a un prezzo folle e unico modo (per ora: forse uscirà anche in vinile) di possedere il disco nella sua versione fisica. Un packaging eccezionale rispetto agli standard, con grafiche psichedeliche, persino i testi delle canzoni, per la prima volta (ci torniamo, sui testi). E, unito a questo, uno schermo più piccolo di quello di un cellulare moderno, circa metà, a occhio, due micro casse dalle quali esce una specie di rombo che accompagna i visual sullo schermo che idealmente andrebbero guardati ascoltando il disco (ma allora perché il rombo?!? Io esco pazzo). Io vorrei capire chi ha avuto questa brillante idea, palesemente concepita nel 2008, quando forse avrebbe ancora avuto una specie di senso, e l’ha portata nel mondo nel 2019.

mde
Il magico schermino.

La seconda è la scelta assolutamente contorta della tracklist: il disco ha, a detta della band, come filo conduttore il numero 7. Infatti è il numero delle tracce sul CD. Ma nella versione digitale ci sono dieci tracce. Certo, perché si aggiungono tre assolutamente inutili interludi strumentali, uno per ogni membro della band – tranne Danny Carey, il cui interludio di assolo di batteria “Chocolate Chip Trip” è già presente sull’edizione fisica! Quindi le canzoni “vere” sono 6?!? Io esco pazzo! Inoltre, io dico, dopo 13 anni, che ragionamento è “il limite massimo per un CD sono 80 minuti, quindi tre tracce (delle quali, ribadisco, si può veramente fare a meno) le mettiamo solo sull’edizione digitale!”? Fare un disco doppio era troppo difficile? Giustificando peraltro così almeno un minimo il prezzo folle? Boh.

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Non precipitiamo.

Detto ciò, veniamo a ciò che voi tutti presumo vogliate, ovvero un’analisi della musica di questo album: ebbene, vi comunico che Fear Inoculum contiene, di fatto, la stessa canzone per 6 volte. Tutti i pezzi (a parte la succitata “Chocolate Chip Trip”) partono con un’intro interminabile di percussioni aliene e sintetizzatori dei primi anni 2000, poi un riff ipnotico di basso e batteria, poi entra Maynard e va a crescere fino all’esplosione finale. Nella seconda metà di solito succede qualcosa, assoli vari, eccetera. Questo schemetto, va detto, riesce particolarmente bene sull’opener e title track e sulla conclusiva “7empest”. Spessissimo, però, si ha questa sensazione frustrante di riff che non vanno da nessuna parte e che vengono ripetuti per un tempo infinitamente più lungo di quello che consentirebbe loro di essere efficaci, per poi a volte addirittura non sfociare neanche in momenti davvero memorabili. Tutte le canzoni, nessuna esclusa, sono inutilmente ed assurdamente lunghe.

Come dicevo prima, la band è compattissima, i tre strumentisti picchiano come fabbri, ma è come se suonassero col pilota automatico inserito. Dal punto di vista strettamente sonoro, qui non c’è nulla che non ci fosse già su 10.000 Days. A parte Maynard, che però sembra un’entità a parte: che è, ormai. Si sente che la band ha mandato i nastri a Maynard che poi ci ha fatto su le sue melodie (come la band ha fatto sempre, si badi bene): solo che mentre gli altri tre sono musicalmente fermi al 2008, lui è andato avanti, e qui questa differenza si sente. Nel bene, perché vocalmente Maynard racconta qualcosa di nuovo (anche se c’è un passaggio vocale della title track preso paro paro da “Grand Canyon” dei Puscifer, e vi sfido a dirmi che non è vero). Nel male, perché spesso e volentieri è quasi fuori luogo da tanto è distaccato.

Fear Inoculum è, purtroppo, l’ovvio risultato del tempo passato, per il metal e per i suoi membri. Non è impossibile tornare con un album nuovo dopo 13 anni e cacciare il capolavoro del millennio: The Next Day di David Bowie è arrivato 10 anni dopo Reality; THRAK dei King Crimson 11 anni dopo Three of a Perfect Pair; The Sciences degli Sleep addirittura 15 anni dopo Dopesmoker. Ora, a parte il caso limite di Bowie, che era un genio di suo (e aveva 22 album alle spalle, molti dei quali capisaldi della musica popolare contemporanea), cosa differenzia i King Crimson e gli Sleep (entrambi più affini per stile) dai Tool?

Che sono andati avanti. Certo, gli Sleep suonano ancora come una versione incazzata e strafatta dei Black Sabbath (ma hanno imparato che esiste una cosa chiamata “produzione”), e i King Crimson fanno ancora le loro svisate proggone, ma hanno messo piede nel futuro. Non si sono chiusi nel loro stanzino a spippolare in eterno sugli stessi 6 pezzi per 13 anni. Adam Jones, Danny Carey e Justin Chancellor sono dei mostri con i loro strumenti, ma non hanno fatto altro che smanettare sul nuovo disco dei Tool per 13 anni. Nessuno di loro ha avuto un side project, al massimo Carey e Chancellor hanno avuto qualche sporadica ospitata (ok, Carey ha fatto un mini tour sostituendo il titolare dei Primus. Ma capite quello che dico). Questo disco è uscito 10 anni troppo tardi, e sono successe musicalmente troppe cose per ignorarlo.

I Tool sono sempre i Tool, così è, se vi pare.

 

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus 

 

[Immagine di copertina: Adam Jones, dai visual di Fear Inoculum]

[Altre immagini, in ordine: da Il Secondo Tragico Fantozzi, di Luciano Salce; foto dell’autore; da 101,5 Bob’s Rock]

[Immagine con indovinello, modificata dall’autore: da qui]

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