Europeismo e indipendenza, la Scozia si prepara ad affrontare Boris Johnson

I sentimenti indipendentista ed europeista si riaccendono in Scozia, in risposta alla nomina di Boris Johnson come Primo Ministro inglese, che minaccia l’uscita del Regno Unito dall’Ue senza un accordo, ipotesi che gli scozzesi vogliono scongiurare.

Storia dell’indipendenza in pillole

La questione dell’indipendenza della Scozia non nasce col referendum del 2014, ma affonda le proprie radici nel 1286, con la morte di Alessandro III re di Scozia e la mancanza di un erede. L’Inghilterra avanza una sempre maggiore ingerenza sulla fragile situazione politica di Edimburgo, che sfocia in diverse guerre di indipendenza. Tuttavia, l’esito dei conflitti non consolida l’autonomia del Regno, che viene annesso all’Inghilterra con l’Acts of Union (Atto di Unione) del 1707, cui seguono rivolte da parte della popolazione. Nel 1934, nasce il Partito Nazionale Scozzese (SNP) che ottiene, nel 1997, maggior autonomia e controllo dal Regno Unito, insieme alla formazione del Parlamento Scozzese, per la prima volta dal 1707.

Il mancato accordo sulla Brexit, il protrarsi dei negoziati per più di due anni e la recente nomina del conservatore Boris Johnson a primo ministro riportano alla luce l’ipotesi di un nuovo referendum per l’indipendenza. La questione scozzese gioca un ruolo essenziale nelle dinamiche politiche nazionali, che si intrecciano con la nuova linea del governo per il no deal (nessun accordo) con l’Unione europea, ipotesi da evitare per laburisti e SNP, che potrebbero trovarsi alleati contro i conservatori.

(Fonte: https://pixabay.com/it/photos/brexit-regno-unito-eu-westminster-3579599/)

I vincoli sul referendum

Il referendum non può essere indetto autonomamente dal Parlamento Scozzese. Questo potere sta nelle mani di Westminster, che può rifiutarsi di concederlo, poiché ricade nella giurisdizione di competenza delle reserved matters (questioni riservate al Regno Unito). In particolar modo, come precisato nelle accurate analisi della BBC, sono previsti controlli pre-legislativi su Edimburgo, per assicurare che il Parlamento Scozzese non agisca al di fuori dei poteri conferiti per legge.

Elemento chiave per il referendum è la Commissione Elettorale.  Responsabile della supervisione della formulazione del quesito referendario, questo organo ha fatto richiesta formale di non permettere al Primo Ministro Sturgeon di riutilizzare la domanda “La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?” del 2014 poiché tale formulazione favorirebbe il “Si” come risposta, aspetto cruciale per la campagna referendaria scozzese.

In secondo luogo, la Commissione ha proposto l’imposizione di un calendario minimo di nove mesi tra la legislazione di passaggio di Edimburgo e il giorno del referendum, allungando così i tempi richiesti da Nicola Sturgeon di votare nel 2021 e ritardando i tempi per la campagna referendaria.

D’altro canto è il Governo Scozzese, che pubblica il disegno di legge sul referendum, attraverso cui dichiara di non voler permettere alla Commissione di obiettare sul quesito referendario, poiché già approvato nel referendum del 2014.

Il Governo di Edimburgo aggiunge che, qualora i ministri “abbiano pubblicato in precedenza la relazione che espone le loro opinioni sulla comprensibilità della domanda o della dichiarazione o…raccomanda la formulazione della domanda o della dichiarazione”, la Commissione può non essere consultata.

La Scozia del Remain

Il referendum sull’indipendenza della Scozia del 2014 ha esito negativo, col 55% dei cittadini contrari alla separazione dal Regno Unito. Questo dato è da compararsi col risultato del referendum sulla Brexit del 2016, che vede il 62% degli scozzesi favorevoli per il “Remain“.

Questo aiuta a comprendere maggiormente che l’identità dei cittadini in quanto scozzesi e in quanto europei sia in entrambi i casi molto forte e che entrambe incidono sulle scelte di voto dei cittadini. Per questa ragione riemerge l’ipotesi di un nuovo referendum per l’indipendenza, avanzata dal primo ministro scozzese Nicola Sturgeon.

Anche il recente sondaggio di Lord Michael Ashcroft (businessman ed ex deputato conservatore) su un campione di 1,019, mostra che il 46% risponde positivamente al quesito “Should Scotland be an independent country?” (La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?), e si specifica che nella percentuale sono compresi coloro che non saprebbero come votare e coloro che non votano; escluse queste due categorie, la percentuale dei favorevoli all’indipendenza corrisponde al 52%.

Boris Johnson, l’uomo del no deal

Con la nomina di Boris Johnson a primo ministro si registra immediatamente un cambio di rotta, o meglio, un approccio meglio definito sulla Brexit, quello del no deal. La visita di Johnson in Scozia non fa che inasprire l’opposizione della regione al conservatore, il quale avverte di poter lasciare l’Unione il 31 ottobre senza un accordo.

(Fonte: https://it.reuters.com/article/idITKCN1V91HA)

Le due visite di Johnson in Germania e Francia confermano la linea del no deal: “Saremo pronti a lasciare la Ue il 31 ottobre — con o senza accordo”, pur invitando i due Paesi membri “a cambiare posizione sulla Brexit per negoziare un nuovo accordo di divorzio di Londra dall’Unione europea”, come si specifica su Reuters.

L’ipotesi del non accordo con l’Unione europea è una prospettiva così grave per l’SNP da considerare l’ipotesi di alleanza col partito laburista di Corbyn.  Quest’ultimo  avanza infatti con forza la proposta, appoggiata dal partito di Sturgeon, di un nuovo referendum sulla Brexit, per scongiurare, ancora una volta, l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Da un altro quesito, posto nello stesso sondaggio di Lord Ashcroft, emerge poi che il 47% delle persone intervistate sono favorevoli ad un referendum entro i prossimi due anni, anche alla luce della nuova proposta di referendum, da parte dell’SNP, entro il 2021.

Due referendum in conflitto?

“Sono del parere che le conseguenze e le implicazioni di un no deal Brexit siano così gravi che dovremmo considerare tutte le opzioni senza escludere nulla” afferma Nicola Sturgeon.

(Fonte: https://www.reuters.com/article/uk-britain-eu-snp/we-will-not-rule-out-any-option-to-stop-brexit-scottish-leader-sturgeon-idUSKCN1V517C)

L’attuale priorità del referendum sulla Brexit può essere in conflitto con l’aspirata indipendenza della Scozia? Si evidenziano, ancora una volta, i risultati del referendum per l’indipendenza del 18 settembre 2014, in cui il 55% degli elettori si esprime contro la separazione dall’Inghilterra e, d’altra parte, i risultati del referendum sulla Brexit nel 2016, in cui un’alta percentuale degli scozzesi vota a favore del Remain nell’Ue.

Il secolare sentimento indipendentista e il più recente sentimento europeista non sono certamente in conflitto. Ciò che si sottolinea sono le tempistiche e le procedure, soprattutto su un piano giuridico, che si scontrano con l’aspirazione della regione scozzese a ottenere l’indipendenza, senza però lasciare l’Unione europea. Questo scenario, che contempla una situazione parallela e contemporanea di abbandono del Regno Unito e membership dell’Ue, non è infatti contemplato dai trattati dell’Unione, i quali prevedono i negoziati di adesione solo ed unicamente con Stati indipendenti e sovrani.

Per ora, le dichiarazioni recentissime del Primo Ministro Johnson preoccupano sia il partito laburista che il Partito Nazionale Scozzese. Guidati da un sentimento europeista e dalla volontà di non veder chiudere le porte ai mercati europei e ai vantaggi che l’Unione europea offre ai cittadini inglesi in Europa e ai cittadini europei nel Regno Unito, l’ipotesi di alleanza tra queste forze politiche si fa sempre più forte.

Cristina Piga

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.reuters.com/article/uk-britain-eu-scotland/map-of-landmines-how-brexit-might-help-the-scottish-independence-quest-idUSKCN1S40FG

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