ToDAYS, venerdì e sabato in pillole

Lo dico: ho desiderato andare, per la prima volta, ai ToDAYS a Torino per una delle due date italiane di uno dei miei artisti preferiti di sempre: Spiritualized, il progetto ormai pluriventennale di Jason Pierce da Rugby, UK. Un uomo di più di cinquant’anni che – ormai tre album fa – ha visto la morte in faccia e da allora vive un po’ più pianino. Recentemente, ha dichiarato che And Nothing Hurt (2018) potrebbe essere il suo ultimo album. E se tanto mi dà tanto, anche l’ultimo tour, che è ben più massacrante fisicamente che andare in studio.

🔺 L’album col quale Spiritualized ha raggiunto la fama è del 1997 e si chiama Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space, una frase tratta da Il Mondo di Sophia, una storia divulgativa per far innamorare della filosofia. Dietro c’è la storia della tastierista di J che si sposa segretamente con un altro (il cantante dei Verve, quelli di Bittersweet Symphony) e lui che giustamente ci rimane di sasso. Pierce ha poi negato che l’album, molto ispirato, fosse una diretta conseguenza di quella vicenda (un po’ come Skeleton Tree di Nick Cave). La sua edizione deluxe espande il concept della copertina e del booklet alla massima potenza: l’album è una medicina in 12 compresse impacchettata con tanto di bugiardino, cd impacchettati tipo blister e via dicendo.

👨‍🦳 Degli amici incontrati al concerto mi passano una sigaretta spiritosa, io declino gentilmente, facendo notare che, all’alba dei ventinove, già ho difficoltà a stare in piedi per così tanto tempo, figurati così. “Non sarai mica diventato un vecchio di merda?”, dice scherzando. “Sempre stato”, sorrido.

👴 Apre il festival Bob Mould, ex Husker Du, rossissimo contro la barba bianchissima, e chitarra elettrica, voce forte e un sorriso largo fa contente le molte teste canute (o spelacchiate, com’è destino di tutti noi) presenti al venerdì.

🦌 I Deerhunter sanno decisamente il fatto loro, anche loro oramai non più di primissimo pelo e riuscendo a inserire persino lo spesso dimenticato sassofono in un contesto psichedelico con grande sapienza ed equilibrio.

⌛ Beirut, come si sa già da tempo, ha dovuto annullare tutte le date estive causa fastidiosi problemi a gola e corde vocali. Devo essere sincero, anche lui sarebbe stata una prima volta per me, nonostante un suo live nel 2019 sia abbastanza fuori tempo massimo e fuori dallo Zeitgeist – ma come chi segue queste pagine su TBU sa oramai a memoria, quello non è mai stato un problema per chi scrive . Neppure per chi viene ai ToDAYS che per quanto riguarda gli headliner allo Spazio211 hanno puntato su nobile cavalli con qualche battaglia alle spalle (si veda anche Johnny Marr alla domenica). Ma infatti oramai lo sappiamo che la presentizzazione di futuro e passato non è più neanche da discutere.

🐎 A sostituirlo, sono capitati i Ride, anch’essi provenienti dalla fine degli ’80, che avevo già visto a Castelbuono qualche anno fa. Mi sono piaciuti un po’ di più. Sarebbero la band che farei ascoltare a mio figlio a 11 anni per iniziarlo a un certo tipo di psichedelia rock.

Quando il sole di venerdì è calato da non troppo, sale Jason Pierce, insieme a tre coriste black, batteria, basso, tastiere, due chitarre oltre la sua. Non vedo l’ora, sapendo che potrebbe essere lo spettacolo di una vita.

⛪🦮 È sabato sera e con il giovane ma affermato Hozier il palco del parco Sempione cambia totalmente. I suoi musicisti ballano un sacco, fanno le facce, si divertono in ogni singolo momento in cui suonano o non suonano. Sto guardando gli MTV Music Awards di non so che anno. Chiamano i cori, fanno battere le mani, zompettano. Lui ha una voce potente ma anche virtuosa, non si muove molto se non con la mano destra quasi a dire “fermi”, ma in realtà non molla un colpo. All’entrata ho visto molte, molte facce pericolosamente intorno ai 19 anni principalmente femminili. Sono lì per lui e chissà cosa dev’essere passato nella loro testa quando si sono viste l’ora in cui Alan Sparhawk e Mimi Parker hanno portato la solita, incredibile, potente magia anche a Torino. Altri due amatisimi dinosauri, i Low, che sono riusciti a ricreare all’aperto la stessa atmosfera tesa e raccolta con cui hanno incantato il teatro dell’Antoniano (quello dello Zecchino d’oro, sì) a Bologna a febbraio. Il tour del loro ultimo, pazzesco Double Negative riesce a restituire dal vivo la stessa distruzione che il produttore dell’ultimo Bon Iver aveva portato su quei dischi. Alan si ferma a sorridere e fare molte fotografie coi fan. Ho già la mia, lo guardo da lontano.

spiritualized
Foto di Luigi De Palma, via Rumore.

💊 Dieci brani, non dodici. Quasi la metà dall’ultimo album, tutte in fila. La chiusa è affidata a una cover, piuttosto estesa, di Oh! Happy Day, che riassume in maniera francamente ridondante e un po’ svilente l’idea che sta al cuore dell’intero progetto Spiritualized, ovvero: prendiamo la psichedelia rock più sfrenata e mischiamola con la tradizione gospel con tanto di cori e richiami alla sofferenza e alla religione (una religione del tutto laica, da molti punti di vista). Un brano dal passato che trovo non all’altezza di altri, eseguito ieri, è You Kissed Me And It Felt Like A Hit. Invece due classici che mi infondono tanta gioia sono Shine A Light e Soul On Fire, in particolare quest’ultima. Strano a dirsi, ma non mi emoziono più di tanto. Leggo, dopo, che il Pierce dei bei tempi (anche solo uno o due tour fa, ma soprattutto di dieci anni fa) avrebbe spaccato ben di più. È invecchiato, la sua salute è precaria. Non dice praticamente nulla per ringraziare quando arriva o quando se ne va, ma fa gesti con le mani, da dietro i classici occhiali da sole fascianti. Suona da seduto.

🦶 (Prima di Hozier, mi sono seduto, mi sono tolto una scarpa e mi sono massaggiato un piede per dieci minuti. Sono stato meglio.)

💜 La scoperta migliore si chiama Adam Naas. Un bel miscuglio della voce e della sensualità di Prince (sempre sia lodato) risciacquati nell’indie degli ultimi 15 anni. Tanta ironia, pezzi potabilissimi e coinvolgenti. La gemma dei primi due giorni. Onesto ma dal risultato molto più grigio è invece One True Pairing: tra basi e voce, l’effetto è un po’ da Ian Curtis che canta sulle demo dei New Order. Rivedibile, in senso militare.

Da http://www.farrowdesign.com/

😟 Come temevo percependo la durata spropositata di quell’ Oh! Happy Day, Jason non fa la canzone che tutti conoscono, eponima dell’album che vi ho detto. Pazienza. D’altronde neanche i Low, né ieri, né a febbraio, hanno fatto Words. Bisogna saper guardare avanti.

(Eppure dai, i R.E.M. hanno continuato a fare Losing My Religion fino all’ultimo colpo, facendo tirare un sospirone di sollievo all’arcigno Peter Buck dopo lo scioglimento facendogli dire una cosa tipo “non voglio più suonare quel riff di mandolino in tutta la vita che mi resta da vivere”. Difatti Michael Stipe la introduceva dicendo “This song is yours”, che è la maniera più bella e anti-dylaniana di dire “fosse per noi, piuttosto suoneremmo il tema dei Muppets, ma sappiamo che vi piace e via andare“. Però ok, niente Ladies and Gentlemen per me, me la metto via.)

🤕 Che poi di Oh! Happy Day l’unico uso coverizzato che ho approvato e amato è una versione medley di Nick Cave che in b-side fa sfociare la sua storica Deanna, un gospel depravato e diabolico, in quel classicone da Pavarotti and Friends, rendendo perfettamente l’idea dell’idea del suo progetto in merito (“distruggere il rock dall’interno”, avrebbe detto trent’anni fa) (entrambi, Cave e Pierce, hanno una storia tormentata con Elvis, non casualmente). Jason, mi spiace, ma come scelta la tua è stata didascalica, penso, e perdiana se avessi fatto So Long You Pretty Thing o anche solo Hey Jane sì che avrei pianto.

👨‍🚀 Però, Little J, ti auguro di trovare le forze per un altro tour e di perdonarmi per non esserti venuto a sentire prima, altrove. Altresì ti prego di perdonare tutta quella gente al concerto con la maglietta iconica degli Spacemen 3, il tuo vecchio gruppo, quella che già molti anni fa hai detto di smettere di comprare ai fan perché un vecchio manager vi ha rubato i diritti.

🤟 Quello che questa edizione dei ToDAYS ha voluto fare è stato cercare di parlare a un ampio sull’asse generazionale ma senza, meritoriamente, scadere in operazioni troppo acrobatiche nella formazione della line-up. (Certo, la combo in serie Low e Hozier ha avuto l’effetto zapping alla tivù, ma il bello, insisto, è stato pensare che i molti giovani e giovanissimi presenti si siano trovati del tutto mesmerizzati dallo spettacolo del duo di Duluth e abbiano, come si suol dire, imparato qualcosa di nuovo).
Vacche sacre (per l’indie) e nuove proposte (per l’indie), tutte di carattere internazionale, tutte in lingua inglese, giocando abilmente su diverse location a un tiro di schioppo l’una dall’altra (qui vi ho parlato solo dei concerti open air; alla notte, troppo giovane per me, l’ex Incet ha ospitato altre cose più danzerecce o più intime) in un quartiere della città da recuperare alla cultura, creando inoltre un contesto più ampio di ragionamento intorno alla musica con gli incontri di ToLAB, per godersi una Torino di fine agosto ancora in ferie (il centro è stato piacevolmente mezzo vuoto per tutto il weekend). Nota di merito l’acqua gratuita allo Spazio 211 insieme ai bicchieri sostenibili. L’unica cosa di cui mi pento veramente è non essere stato lì domenica a vedere la faccia di Johnny Marr che ordinava un panino “Morrissey” (naturalmente veg) al chioschetto degli hambuger. Un ToDAYS, insomma, a misura di fan, che avrebbe davvero meritato un sold out totale con grande anticipo.

Alla prossima, Torino! 🐂🔥

Filippo Batisti

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