Relazioni (internazionali) pericolose: Italia e Francia odi et amo

È il 14 luglio 1789, per le strade di Parigi regna il tumulto generale. La popolazione in rivolta assale il simbolo del potere monarchico, la prigione-fortezza della Bastiglia: è l’inizio della Rivoluzione Francese. A più di 200 anni da quell’evento, sulle stesse strade parigine, troviamo un altro esercito di rivoltosi – riconoscibili sempre dall’abbigliamento – nel 2018 però non sanculotti in lotta contro l’Ancien Régime, ma Gilet Gialli in protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante e l’elevato costo della vita.

C’è da chiedersi se oggi Eugène Delacroix dipingerebbe la sua “Libertà che guida il popolo” con addosso il giubbottino catarifrangente, ma non è questo il punto.

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Qualcuno, comunque, a Parigi, lo ha fatto. Fonte: Euronews

Liberté, Égalité, Fraternité. Valori della Rivoluzione che travalicano i confini i francesi, sono simboli che hanno portata e rilevanza internazionali. Tuttavia oggi di quel “fraternité” sembra rimanere ben poco nei rapporti diplomatici con uno Stato con cui la Francia ha condiviso l’intera storia europea: noi, l’Italia.

La relazione Italia-Francia è un odi et amo (con una – soprattutto recente – forte predominanza del primo) che dura da secoli. Roma e i Galli. Napoleone e le opere rubate. L’irredentismo italiano per Corsica e Nizza. Schieramenti opposti nelle Guerre Mondiali. Berlusconi e l’appoggio a Gheddafi in Libia – Sarkozy e l’aggressione alla Libia di Gheddafi. Materazzi e Zidane. Mediaset e Vivendi.

E poi oggi.

Ventimiglia: politiche comunitarie e immigrazione

Il comune italiano che nel 2017 ha accolto 23.314 migranti, dista 8 km dalla frontiera francese e rappresenta motivo di lite a causa dei continui spostamenti illeciti di questi ultimi nella terra della marsigliese: circa 4.000 ogni anno. I controlli da parte della polizia francese sono molto serrati e talvolta, raggiungono momenti di violenza. Il rapporto Oxfam sottolinea queste brutalità, evidenziando come 1 migrante su 4 sia un minore che cerca di ricongiungersi a familiari o conoscenti fuori dall’Italia.

Gli articoli 79 e 80 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) stabiliscono che la politica migratoria europea debba essere fondata sulla solidarietà e basata a stabilire un approccio equilibrato per affrontare l’immigrazione sia regolare che irregolare, ma il vertice informale che si è tenuto il giugno scorso sulla crisi migratoria è stato motivo di ostilità tra due schieramenti, da un lato l’asse Parigi-Madrid-Berlino a sostenere la proposta dell’istituzione di “centri chiusi” (hotspot dei paesi di primo sbarco, finanziati e gestiti sul modello dell’UNHCR dall’Europa, che si occuperebbe poi anche dei rimpatri di chi non ottiene l’asilo) e dall’altro l’Italia – che non prende nemmeno in considerazione l’idea – schierata con il gruppo di Visegrad.

Il leader dell’Eliseo Emmanuel Macron durante il suo intervento parlò di “populismi come lebbra” riferendosi al rifiuto dell’Italia di aprire le porte alle ONG e la risposta su Twitter del vicepremier Luigi Di Maio furono altrettanto dure.

A distanza di sei mesi da quel battibecco Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista volano oltre le alpi per incontrare Christophe Chalençon, leader francese – sì – ma del movimento dei Gilet Jaunes.

Movimento 5 Stelle – Mouvement des Gilet Jaunes

L’incontro è avvenuto Martedì 5 febbraio 2019 nella periferia di Parigi in seguito ai numerosi incoraggiamenti da parte del ministro Di Maio ai colleghi francesi a “non mollare” durante le loro proteste contro il presidente Macron e arrivando addirittura ad offrire loro l’utilizzo della piattaforma Rousseau. Nel suo pamphlet sul Blog delle Stelle, Di Maio accomuna lo spirito che avrebbe guidato la nascita dei Gilet Gialli allo «spirito che ha animato il MoVimento 5 Stelle e migliaia di italiani fin dal 4 ottobre del 2009».

Il confronto tra le due forze antisistema ha segnato ulteriormente i rapporti tra Italia e Francia, già agitati dalle affermazioni lanciate dal vicepremier Di Maio e da Di Battista a Che Tempo Che Fa sul Franco CFA, la moneta utilizzata nell’unione monetaria di 14 paesi africani patrocinata dalla Francia. Le affermazioni dei grillini avevano causato la convocazione da parte del Ministero degli Esteri francese dell’ambasciatrice italiana Teresa Castaldo al Quai d’Orsay Parigi per avere spiegazioni in particolare sulle accuse di comportamento “neocoloniale” da parte del suo Paese.

Il ritiro dell’ambasciatore

Il culmine a questa serie di inopportuni eventi, tweet e screzi più o meno gravi: il ritiro dell’ambasciatore francese Christian Masset dal suolo italiano nella giornata del 8 febbraio. L’ultimo precedente nel 1940, quando l’Italia di Benito Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia.

La decisione istituzionale dal forte significato diplomatico è stata presa dal Presidente francese con tutta probabilità a seguito dell’incontro del vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio e il dirigente del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista con la fazione più estremista del movimento dei Gilet Gialli, guidata da Christophe Chalencon, sostenitore di una guerra civile in Francia e un controllo armato del paese.

Il comportamento dell’Italia, dice la Francia, vìola «il rispetto che deve esistere tra governi democraticamente e liberamente eletti». Macron pretende dall’Italia un metodo ed un linguaggio diversi e finisca questa escalation di insulti, «avere disaccordi è una cosa, sfruttarli a fini elettorali è un’altra».

La riconciliazione

Dopo circa una settimana dal richiamo dell’ambasciatore in patria, il 15 febbraio Christian Masset ritorna in Italia. A placare gli animi è stata la discussione telefonica avvenuta tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente francese Emmanuel Macron. Entrambi i presidenti hanno riaffermato “l’importanza per i Paesi della relazione franco-italiana, nutrita da legami storici, economici, culturali e umani eccezionali”, sottolineando inoltre il ruolo che hanno avuto Italia e Francia nella costruzione dell’Europa. Alla telefonata si è aggiunta la correzione del tiro da parte del vicepremier Luigi Di Maio che riguardo il suo incontro con Chalencon ha successivamente commentato di non avere intenzione di dialogare con chi parla di lotta armata o guerra civile, presa di distanze molto apprezzata da Parigi come espresso dalla ministra francese per gli Affari europei Nathalie Loiseau.

Il continuo darsi fuoco rientra nel quadro del cambiamento delle forze politiche italiane rispetto al passato e all’avvicinarsi delle elezioni europee. Se c’è stato un tempo in cui Renzi, prima, e Gentiloni, poi, hanno cercato di lavorare con la Francia di Macron nell’ottica di un’Europa unita, oggi l’Italia è governata da due forze politiche che non amano l’UE e vogliono creare a Strasburgo un gruppo parlamentare sovranista.

Ritrovare l’armonia con la Francia sembra indispensabile per l’economia italiana, in quanto il Paese è uno dei maggiori importatori di merci italiane e in un momento storico come questo in cui l’Italia si trova in recessione e il Pil non cresce, è meglio ricordarsi di amarsi a vicenda e con passione, proprio come il pittore Francesco Hayez aveva omaggiato l’alleanza risorgimentale di Napoleone III con il Conte di Cavour: con un bacio.

Matteo Brugnolo

Questo articolo è parte dell’attività sostitutiva di tirocinio che Matteo, studente del corso di laurea in Philosophy, International and Economic Studies dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sta svolgendo presso la redazione di The Bottom Up.

Copertina: Huffpost Italia

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