Orlando, De Magistris e gli altri: sindaci contro il “decreto sicurezza”

“Non posso essere complice di una violazione palese dei diritti umani”

ha dichiarato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando in conferenza stampa, al termine della seduta consiliare del 3 gennaio scorso, aprendo un dibattito molto acceso che ha coinvolto anche altri sindaci di tutta Italia. L’argomento? L’effettiva applicazione del decreto sicurezza promulgato dal governo a cui Orlando, e non soltanto, ha scelto di non obbedire. Dal 3 dicembre 2018, infatti, il “Decreto Salvini” è legge, il presidente Sergio Mattarella ha apposto la firma per la promulgazione di questo provvedimento che unisce due testi inizialmente separati: l’uno dedicato alla sicurezza e uno specifico per l’immigrazione, aggregati (non per la prima volta) in un testo unico con l’idea di  semplificare l’approvazione e la conversione in legge.

Il governo è compatto” recitavano per contro Salvini e Di Maio. Nonostante le critiche, infatti, la propaganda elettorale giallo-verde non si arresta e, come ha dichiarato il vice Presidente del Consiglio e Ministro del Lavoro, “siamo come una testuggine”. La retorica del governo sembra improntata a diffondere sicurezza sulla continuità e solidità dell’alleanza, ma i primi echi di critica e contrasto ai nuovi grandi provvedimenti acclamati ed attuati dall’organo esecutivo non tardano ad arrivare.

La polemica nei confronti del decreto sicurezza si è innescata con le dichiarazioni di contestazione del primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando, che ha criticato alcuni punti del provvedimento. Il sindaco siciliano ha dato disposizione formale agli uffici comunali di sospendere l’applicazione del decreto, in attesa di approfondimenti di materia giuridica. Alle polemiche si sono uniti altri sindaci di grandi città: Luigi De Magistris (Napoli), Dario Nardella (Firenze), Chiara Appendino (Torino), e Virginio Merola (Bologna). Virginia Raggi (Roma), invece, ha chiesto al governo di mitigare gli effetti del decreto.  

Luigi De Magistris, che aveva già contestato apertamente il D.L. prima della sua approvazione, ha deciso in particolare di non applicare l’art.13 della legge 132/2018, misura che nega l’iscrizione all’anagrafe comunale di migranti con permesso di soggiorno temporaneo in quanto richiedenti asilo, ai quali da prescrizione del decreto è stata o verrà tolta la protezione umanitaria. Alla scadenza del permesso di soggiorno per motivi umanitari, i cittadini stranieri non potranno più iscriversi all’anagrafe, ma la norma colpisce anche i minori non accompagnati i quali hanno il permesso di soggiorno per motivi umanitari, e gli stranieri che hanno il documento per motivi di lavoro. Contestando quindi il pieno rispetto dei diritti fondamentali, potrebbe presentare il ricorso al giudice in uno dei casi, per investire in modo incidentale la Corte Costituzionale e costringerla ad emettere un parere.

Iscrivere i richiedenti asilo nei registri dell’anagrafe consente, d’altro canto, di inserire i migranti nei circuiti di accoglienza e orientarli correttamente ai servizi di base, tra cui quelli sanitari per cui risulta necessaria la residenza. Per contro, l’impossibilità di iscrivere i richiedenti asilo ai circuiti anagrafici potrebbe produrre intere sacche di persone abbandonate, escluse, emarginate, aumentando di fatto anche la possibilità di conflitto sociale con la popolazione locale. Questa è la misura che più viene criticata dai primi cittadini, poiché si ritiene che provochi conseguenze negative per il territorio. La prospettiva, nella visione dei sindaci “disobbedienti” è che, senza azioni correttive, sarà difficile prendere decisioni che rispondano e reagiscano concretamente.

Non si è fatta attendere la replica dell’esecutivo per bocca di Matteo Salvini, promotore del decreto: “per me la polemica non esiste, c’è una legge dello stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C’è qualche sindaco incapace, che siccome non sa gestire, Palermo, Napoli Firenze e altre città, si inventa polemiche che non esistono. È finita la pacchia. Se qualche sindaco non è d’accordo si dimetta. Traditori degli italiani, rispettino la firma di Mattarella”. Il Ministro dell’Interno rincalza così alle contestazioni dei sindaci “ribelli”, che in opposizione alle misure previste dalla legge richiamano la Costituzione e i principi fondanti del nostro ordinamento quali il principio di eguaglianza e rispetto dei diritti umani. Il Ministro del Lavoro Di Maio aggiungeÈ una legge dello Stato e nessun governo dirà mai ad un sindaco di disobbedire. E come governo non lo diremo, perché abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti. Questa è solo una Boutade politica.” Concludendo poi che se dovrà esserci un giudizio di legittimità costituzionale, sarà la Corte di competenza a stabilirlo.

In risposta alle opposizioni e alle contestazioni dei sindaci nei riguardi  della legge 132/2018, l‘Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) si è attivata per la risoluzione della controversia, con l’intento di instaurare un dialogo democratico tra governo e comuni. Decaro, presidente dell’ANCI, ha risposto così, alle provocazioni di una continua campagna elettorale condotta tramite tutti i mezzi di comunicazione dal  Ministro dell’Interno:

Da sindaco e da presidente dell’Anci, non ho alcun interesse ad alimentare una polemica con il ministro dell’Interno. Non credo sia il caso di polarizzare uno scontro tra posizioni politiche differenti. Faccio solo notare che le nuove norme mettono noi sindaci in una oggettiva difficoltà. Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini, né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci? Inoltre quando si è deciso di chiudere i centri Sprar, che distribuendo su tutto il territorio nazionale il flusso migratorio assicuravano un’accoglienza diffusa, anticamera di una necessaria integrazione, alcune città hanno visto un aumento considerevole di stranieri nei centri Cas e Cara, a gestione ministeriale. Riguardo alle minacce che il ministro dell’Interno rivolge ad alcuni sindaci, non vorrei essere costretto a fargli notare che poco tempo fa, prima di diventare ministro, egli stesso invitava platealmente i sindaci a disobbedire a una legge dello Stato, quella sulle unioni civili.”

Inoltre, il 10 gennaio si è svolto a Roma il direttivo dell’ANCI nazionale allargato ai sindaci dei comuni capoluogo, che si è occupato dei temi legati alla legge di stabilità e del decreto sicurezza, Decaro ha annunciato che l’Anci al Governo solleciterà tre chiarimenti particolari sul tema della legge sulla sicurezza:

  • la possibilità di mantenere l’accesso allo Sprar delle persone vulnerabili;
  • l’applicazione di modalità uniformi per la presa in carico da parte delle Asl dei richiedenti asilo e il diritto a conoscere le persone presenti nei centri di accoglienza, con numero di componenti, sesso e età;
  • un approfondimento tecnico che molto probabilmente porterà all’emanazione di una circolare; inoltre la delegazione dei Sindaci chiederà una verifica del costo dei migranti.

Lo scontro tra governo e sindaci a proposito dell’applicazione del decreto sicurezza ha fatto risaltare ancora una volta quanto sia necessario un dialogo pienamente democratico e di pacifica discussione. Un’esigenza alla quale richiama anche Maria Rosa Pavanello, Presidentessa dell’ANCI Comuni del Veneto durante un incontro regionale lo scorso 9 gennaio: “Il confronto e non la disobbedienza sono alla base della dialettica democratica per questo condivido le parole del presidente Decaro che ha annunciato l’incontro di natura tecnica con il presidente del consiglio con una delegazione ampia di Anci per cercare con il dialogo di trovare delle eventuali soluzioni condivise e correttivi al decreto.”

 

Lorenzo Chiriatti

Questo articolo è parte del Project Work che Lorenzo, studente del corso di laurea in Scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani dell’Università degli Studi di Padova, sta svolgendo presso la redazione di The Bottom Up. 

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