Stanno creando la prima serie italiana d’animazione satirica, “Verrà un giorno”

Giovanni Azzali, Matteo Giovanardi, Alessandro Miglioli sono tre ragazzi di Reggio Emilia under 30 che stanno tentando un’impresa inedita in Italia: scrivere e produrre una serie animata per adulti, che faccia satira sulla contemporaneità, partendo da un problema tipicamente italiano di questi tempi: la libertà di stampa. Verrà un giorno, con la sua puntata pilota, ha riscosso successo nell’anno appena concluso in molti festival, tra cui il Comicity di Genova, il Reggio Film Festival, il Giffoni Film Festival e il Rome Independent Film Festival. La storia, creata dai tre giovani autori reggiani e da un team che comprende animatori, character designer, colorist, sound designer, ruota attorno alle vicende di otto personaggi che vivono in una piccola città di provincia del Nord Italia.

Ho incontrato i tre autori dopo la proiezione al Riff, e dopo qualche scambio di battute, ho capito che, oltre all’entusiasmo, i ragazzi hanno preparazione e determinazione. Avendo a che fare con la produzione per lavoro, mi sono incuriosita su quale fosse il processo di creazione di un “prodotto animato”, così ho fatto alcune domande ad Alessandro.

Il pubblico italiano è diventato grande consumatore di serie, ma guardando il prodotto finito spesso ignora quanto lavoro ci sia dietro per produrre un episodio, anche un singolo pilot come il vostro.
Potresti spiegare sinteticamente le fasi principali della produzione del pilot di VUG?
L’idea del soggetto è nata grazie a un piccolo software, un generatore di frasi casuali che avevo scritto al liceo. Su quest’idea iniziale, durante una residenza d’artista che avevamo vinto in Francia, abbiamo scritto una sceneggiatura. Da qui la palla è passata ai disegnatori, che hanno dovuto realizzare storyboard, layout di regia, animatic (più storyboard montati in sequenza a cui viene aggiunta una musica provvisoria), props (oggetti) di scena, character design (il disegno dei personaggi), sfondi, e naturalmente tutte le animazioni.
Una volta fatto tutto questo non resta che fare il clean-up (la versione finale, raffinata, di un disegno) di ogni singolo fotogramma, colorare, doppiare e fare il sound design definitivo.
Una faticaccia, insomma.

Una domanda semplice: com’è nata l’idea di VUG?
Homer Simpson lavora in una centrale nucleare dalla prima messa in onda italiana nel ‘91. In Italia le centrali nucleari non esistono più dall’87. Volevamo creare qualcosa che ci facesse ridere come i Simpsons, ma che lo facesse basandosi sul nostro contesto.
Perché le battute sui presidenti americani fanno di sicuro ridere, ma anche Andreotti che difende Roma dagli alieni ha il suo perché.

Al lavoro sulla bozza di un frame

Quali sono le difficoltà di produrre una serie animata rispetto alla produzione di una serie con attori in carne ed ossa?
In una parola, il budget. L’animazione è decisamente più costosa della recitazione. Per fare un esempio celebre, i Griffin lavorano con un budget per minuto di show di circa 100.000 dollari. Noi abbiamo dovuto cavarcela con circa l’1% di questa cifra, e questo ci ha costretti a molte scelte dolorose. 
Ma ci sono anche lati positivi, soprattutto legati alla libertà di poter ritrarre qualsiasi cosa si possa immaginare. Grazie all’animazione abbiamo potuto ambientare una scena su Marte, abbiamo fatto indossare a Mentana una pettorina da maratoneta, e infine abbiamo fatto ammettere a Mattarella di essere un tifoso del Catanzaro.

Ci parli del tuo lavoro (del tuo ruolo) su VUG?
Sono il project manager, quindi mi occupo dei pochi aspetti noiosi dai quali non si scappa nemmeno durante la realizzazione di un cartone animato. Per fortuna sono anche uno degli sceneggiatori insieme a Giovanni e Matteo, gli altri due membri fondatori del progetto.

Avete individuato una realtà italiana che potrebbe essere partner nella produzione? Se si, perché? Se no, cose manca sul nostro territorio per supportare una serie animata?
Ci stiamo guardando intorno. L’episodio pilota è uscito da meno di un mese, e stiamo lavorando per guadagnare quanta più visibilità possibile tra stampa e festival.
Quello che manca è un sistema produttivo avviato, le case di produzione che lavorano sull’animazione in Italia sono davvero pochissime e nessuna ha come core business l’animazione.
Quello che invece non manca è il pubblico. Agli italiani la satira d’animazione piace un da matti, ma (per ora) manca un’alternativa a km 0. A questa alternativa vogliamo pensarci noi.

Chiara Tripaldi
@ChiaraTripaldi

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