È così difficile fare il giornalista? Ne parliamo con Ivan Grozny

Sicuramente ricorderete come Report, nella puntata dello scorso 29 ottobre, abbia posato la sua lente di ingrandimento sui finanziamenti all’editoria. Una puntata interessante per chi si occupa di informazione e nella quale il discorso si è inevitabilmente allargato alla situazione precaria in cui vivono molti giornalisti, collaboratori fissi e freelance, dei grandi gruppi editoriali italiani.

Abbiamo parlato della precarietà della professione giornalistica con Ivan Compasso Grozny, già “ospite” di The Bottom Up per parlare della criminalità organizzata in Messico e dei mille volti del Brasile in occasione delle Olimpiadi di Rio 2016. Ivan, che oggi lavora per il Gruppo Citynews coordinando Padova Oggi, è stato fra i giornalisti intervistati nell’inchiesta della trasmissione e proprio partendo dalle sue parole cercheremo di approfondire il tema in questa breve chiacchierata.

Ivan, ripartiamo dalla puntata di Report. Il servizio sullo stato attuale del giornalismo ha aperto il vaso di Pandora su qualcosa che si sapeva già: è un settore chiuso e sottopagato. Quali sono secondo te le principali cause?

Le cause sono da riportare agli editori. Il digitale come causa della crisi dei giornali è una scusa. Se uno guarda i dati dei diversi gruppi editoriali non è vero che sono in perdita: i soldi arrivano ma non vengono reinvestiti dove dovrebbero essere reinvestiti. Cioè soprattutto nel capitale umano: i giornalisti che sono poi quelle firme che compongono i giornali, quelli locali sopratutto.

Giornalisti che vengono pagati in media dai 6 ai 9 euro al pezzo… 

Molti dei giornalisti che abbiamo visto nel servizio di Report non sono nemmeno freelance. I collaboratori fissi dei giornali sono quelli che il giornale lo fanno, le firme che i lettori leggono ogni mattina al bar. Prima del servizio molti non sapevano nemmeno il prezzo medio di un articolo.

Nel servizio scoraggi, se vogliamo usare questo termine, chi vuole intraprendere questa strada professionale. Ne sei ancora convinto? 

In molti hanno preso alla lettera le mie parole. La realtà è che sono amareggiato da questa situazione generale di precariato. Se un ragazzo viene e mi dice che vuole fare il giornalista sento il dovere di dissuaderlo. Intendo che è giusto metterlo davanti a cosa va incontro. Purtroppo alcuni possono permettersi di fare il giornalista perché hanno la mamma o il papà che sono giornalisti o una famiglia alle spalle. E in certi casi un pezzo scritto da alcuni giornalisti viene pagato molto più rispetto a chi viene costretto a lavorare quasi gratis. In molti ambienti in Italia il cognome pesa molto e vale anche nel giornalismo.

Dopo il servizio di Report è cambiato qualcosa secondo te? 

Nei giorni successivi mi ha colpito molto lo stupore generale che c’è stato nello scoprire questa situazione. Così come il fatto che molti colleghi abbiano chiesto chi fossero i colleghi che avevano parlato a volto coperto. Questo indica il livello della discussione: dopo il servizio nessuno ha detto niente e fatto qualcosa per cambiare la situazione.

Qualcuno vede nel digitale una delle cause della crisi del settore. Avrà la meglio sulla carta stampata? 

Ho avuto la fortuna di viaggiare un po’ e ho visto che in molti Paesi la carta stampata è ancora viva. Se vai in Portogallo ci sono almeno quattro quotidiani sportivi e la gente li legge. In Brasile i giornali sono pieni di inserti e la gente li compra. Il digitale e la carta stampata sono un po’ come Netflix e il cinema: non è perché c’è Netflix che allora nessuno va più al cinema. Se una cosa piace e interessa la gente continuerà a comprarla. L’unica differenza fra l’online e il cartaceo è l’immediatezza, la possibilità di uscire subito con una notizia.

Hai effettuato diversi reportage, anche all’estero. È così difficile raccontare ciò che succede nel mondo? O meglio, far sapere che ci sono delle storie che parlano di ciò che ci circonda… 

Il problema è che non si parla abbastanza dei lavori editoriali e giornalistici che ci sono in giro. Non c’è una sufficiente comunicazione ed è per questo che spesso molti lavori e reportage non si conoscono nemmeno. Riconoscere le competenze non è semplice, ma penso che un lavoro ben fatto alla fine paghi. Ne approfitto per consigliare Dawla, il libro sull’Isis di Gabriele del Grande. (Qui trovate l’intervista all’autore su Vice, ndr). 

Per chiudere: a che progetti stai lavorando adesso?

Siamo prossimi all’uscita di un libro sul Brasile, sul quale ho lavorato parecchi anni. Con una collega abbiamo poi lavorato a un progetto video su una storia relativa alla situazione curdo-turca.

Sulla pagina Facebook di Ivan potete trovare le puntate di #RoadToRojava2018il viaggio in Rojava compiuto quest’estate da Ivan con la giornalista Stefania Battistini. Un esempio di come il giornalismo, o più in generale il desiderio di raccontare e approfondire ciò che accade intorno a noi, debba essere mosso dalla passione.

Giuliano Martino

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