Repubblica Democratica del Coltan: qual è la storia dei nostri cellulari?

Ci siamo mai chiesti qual è la storia dei nostri cellulari, tablet e pc? Come avviene la loro produzione?

Ciò che accumuna questi tre oggetti di uso quotidiano è un particolare materiale, utile e prezioso quanto pericoloso: il coltan. Si tratta di una sabbia nera radioattiva formata da columbite e tantalite ( da cui il nome col-tan), due minerali ad alto tenore di tantalio, metallo raro in natura e, dunque, dal valore commerciale elevatissimo.

I più grandi giacimenti di questo materiale si trovano nelle miniere di Wodgina e Greenbushes, in Australia, che producono tra il 25 e il 35% del rifornimento mondiale; un’alta disponibilità si trova anche in Canada, Cina, Brasile e numerosi paesi africani, nei quali ultimi, chiaramente, il prezzo di mercato, rispetto gli altri possidenti, è stracciato.

Particolare attenzione merita il caso della Repubblica Democratica del Congo, cuore dell’africa centrale, nello specifico la regione centro-orientale del Kivu, molto lontana dalla capitale Kinshahsa e la più ricca, dal punto di vista minerario, della nazione. Distanza dai controlli e ricchezza sono due caratteristiche ghiotte che hanno prontamente attirato i cosiddetti lord of war, signori della guerra, i quali, da circa vent’anni, hanno preso le redini di questa fruttuosa attività, sotto pagando la manodopera locale e negoziando con le multinazionali produttrici di componenti elettronici: due aspetti su cui vale la pena soffermarsi.

coltan

The Millenium

Minatori congolesi: tra diritti violati e discriminazioni

Come afferma il Corriere in questo articoloLa manodopera è semplice da creare. Basta razziare nelle province vicine, uccidere, violentare. La gente scapperà e verrà a scavare proprio per il Signore della guerra, senza che lui investa un centesimo per allestire la miniera, la gente si organizzerà in clan di 30-40 persone. Gli uomini estrarranno le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le laveranno a mano nell’acqua e le trasporteranno al mediatore più vicino”. Le gallerie sono profonde e strette, i crolli frequenti. Il guadagno di questi “minatori artigianali”, come li definisce il Corriere, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e bambini non più di 2 dollari. Non esiste alcun diritto del lavoro: chi non scava muore. Non si lavora per arricchirsi, ma per sopravvivere. Le piaghe sociali come alcolismo, prostituzione e abusi sono, ormai, la normalità.

Ogni giorno muoiono decine di persone: assenza di strumenti adatti, frequenti frane, malattie del sistema linfatico (come detto, il coltan ha una percentuale di radioattività e spesso, se non sempre, viene estratto a mani nude).

Il rapporto di GlobalResearch del 2008, parla di 11 milioni di vittime legate a questo business. È ineludibile ricordare che tra le cause che accesero la Seconda guerra del Congo ( 1998-2003) vi era anche, appunto,la volontà di impadronirsi di queste fonti di ricchezza ed esercitare il controllo. Questa sete di avidità sta protraendo il conflitto, ufficialmente concluso, ma che il popolo congolese vive da vent’anni.

coltan1 flickr.com

Quali interessi si celano dietro il traffico di coltan?

Essenziale per lo sviluppo di nuove tecnologie e sottopagato rispetto gli altri paesi, le miniere di coltan congolesi hanno, negli ultimi anni del boom tecnologico, attirato l’attenzione di sempre più multinazionali del settore. Aziende come Nokia, Sony, Apple, Alcatel, Bayer e molte altre, hanno dunque contribuito all’espropriazione delle terre della popolazione locale per creare un sistema di estrazioni più efficiente. Gli acquirenti non si preoccupano di queste violazioni, né del mercato clandestino che innescano.

Nel 2010 Barack Obama firmò la riforma Dodd-Frank Act, che obbligava le aziende a riportare la certificazione di provenienza dei materiali utilizzati. Il tentativo di far emergere chi si riforniva dalle miniere illegali congolesi fu, però, vano: la maggior parte delle multinazionali affermò di acquistare il coltan in Ruanda; Kigali, capitale ruandese, e Goma, sul confine della Repubblica Democratica del Congo, distano solo tre ore. E non dovrebbe nemmeno stupirci scoprire che in Ruanda non esistono giacimenti di questo materiale.

Nel 2002 un rapporto delle Nazioni Unite, accusava le aziende impegnate in questo commercio illegale, di finanziare indirettamente il protrarsi della guerra civile. Di fatto, coloro che vendono il coltan alle compagnie occidentali e orientali sono per lo più gruppi armati congolesi e forze ribelli degli stati confinanti.

Si può pensare che, ormai, lo sviluppo della tecnologia non potrà mai fermare questo mercato. D’altronde chi non possiede almeno uno smartphone, un computer o un tablet?

Tuttavia pensare che i due concetti siano necessariamente strettamente connessi è errato: ci sono diverse soluzioni tecnologiche sensibili a questi temi. Un esempio è la compagnia Fairphone, che vanta di produrre cellulari “senza guerra”, così “non dovrai più scegliere tra un ottimo telefono e una catena di fornitura etica”, afferma lo slogan dell’azienda. L’obiettivo di questo particolare programma è creare uno smartphone dall’impatto positivo sul pianeta e i suoi abitanti.

Il Congo non è l’unico paese africano vittima di questo traffico pericoloso; molte altre regioni sono coinvolte in questa catena. Fermare il business del coltan è un’impresa impossibile, ma si può iniziare da piccoli accorgimenti, come la scelta di materiali “fair”, il riuso e il riciclo.

Conoscere la storia dei nostri telefoni, per quanto possa risultare banale, è già un ottimo punto di partenza. Lo step successivo, abbandonare l’ottica consumista che attanaglia la società di oggi, è un’impresa più ardua. Creare telefoni migliori è già una realtà, ma la coscienza collettiva uscirà dagli standard materialisti?

 

Annita De Biasi

foto copertina flick.com

2 pensieri su “Repubblica Democratica del Coltan: qual è la storia dei nostri cellulari?

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