Brexit, quanto è Unito il Regno?

Da due anni e mezzo ormai sentiamo parlare di Brexit. Molti cittadini europei ora si staranno chiedendo a che punto siamo e se mai questo accadrà veramente. I più cinici avranno pensato “beh, sono un’isola, se vogliono isolarsi che stiano pure per i fatti loro”.  È veramente così?Molti dimenticano che il nome ufficiale dello stato di Sua Maestà è Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord. La piccola porzione nord orientale dell’isola d’Irlanda divenne nel 1920 la quarta nazione del Regno Unito, separata dalla Repubblica d’Irlanda, in quanto i suoi cittadini erano in maggioranza protestanti, unionisti e leali alla corona. Come è purtroppo ben noto (se per voi non lo è, forse non siete fan degli U2) la convivenza di protestanti e una minoranza in prevalenza cattolica, nazionalista e repubblicana ha portato ad un conflitto durato tre decenni, conclusosi nel 1998 con l’Accordo del Venerdì Santo.

Il nodo Irlandese

Sono proprio le questioni irlandesi che rischiano di essere il nodo di Gordio della Brexit. L’Irlanda del Nord confina con la Repubblica d’Irlanda, stato membro dell’Unione, e ciò costituisce un problema non da poco dal punto di vista commerciale in caso di separazione. Al tavolo delle trattative le due parti si sono fronteggiate per mesi. Gli emissari europei si sono fermamente dichiarati contrari ad una “Hard Brexit”. Questa prevedrebbe la fine di libero scambio tra le due zone d’Irlanda con la costituzione di un confine fisico doganale. Un pericolo che vanificherebbe l’Accordo del Venerdì Santo, riportando instabilità sociale nella regione. Dall’altro lato i britannici hanno tuonato di rimando che un trattamento particolare dell’Irlanda del Nord minerebbe l’unità del Paese. Con la bozza del 25 novembre è stato definito un accordo, con una clausola, detta “backstop” , inserita appositamente per tutelare la situazione nordirlandese. Questo però ha scontentato tutti e rischia ora di far saltare il banco.

Fonte: Standard.co.uk

I termini dell’accordo ed il backstop

La data fissata per l’uscita dall’Unione è il 29 marzo 2019, ma le trattative riguardanti l’Irlanda potranno proseguire fino al 31 dicembre 2020 in una sorta di periodo di transizione. Inoltre, le parti potranno chiedere una ulteriore proroga di qualche mese, in pratica un’estensione del periodo di transizione, nel caso in cui prima del 1 luglio 2020 non vi sia ancora un accordo definitivo. I negoziatori europei hanno ottenuto che l’accordo (clausola compresa) non possa essere rescisso se non con il consenso di ambo le parti. La backstop solution, prevede che in caso di “no deal”, mancato accordo, venga stabilita un’unione doganale tra Regno Unito ed Unione Europea. In questo modo continuerebbe la libera circolazione delle merci, ma la Gran Bretagna rimarrebbe vincolata all’Europa in ambito commerciale. In pratica non sarebbe libera di negoziare accordi commerciali con paesi terzi senza sottostare alle regole europee. D’altro canto i negoziatori britannici hanno voluto che vi fossero comunque norme specifiche verso l’Irlanda del Nord: rimarrebbe nel mercato unico europeo, nessun controllo doganale tra le due Irlanda. Alcuni controlli però vi sarebbero tra Irlanda del Nord e Regno Unito, con una sorta di confine marittimo, per alcune merci soggette a particolari regolamentazioni in UK.

Regno non così Unito

Alla lettura della bozza dev’essere di certo andato di traverso il tè delle cinque ai leader del DUP, Democratic Unionist Party, piccolo partito nazionalista nordirlandese (unico ad aver votato contro all’Accordo del Venerdì Santo nel ‘98). Questi, unionisti e lealisti fino al midollo, considerano un tradimento che il governo voglia riservare al loro Paese un trattamento differente dal resto del Regno. Ma non solo loro! Tra le highlands scozzesi dove spesso sono risuonate seducenti note di indipendenza, le cornamuse strillano indignate. In Scozia ed Irlanda del Nord la maggioranza dei cittadini aveva votato per rimanere nell’UE al referendum del 23 giugno 2016. In virtù di ciò, il Parlamento di Edimburgo chiede quantomeno un trattamento di riguardo come verrebbe concesso ai vicini, se non un altro pretesto per la secessione.

11 dicembre, May-Day mayday, governo in avaria

L’11 dicembre il Parlamento voterà se approvare o respingere la bozza e Theresa May sembra perdere sostenitori giorno dopo giorno.
Stando alla dichiarazione del leader del DUP Nigel Dodds, il suo partito voterà contro l’accordo. L’Appoggio dei deputati del partito unionista è stato finora fondamentale per la maggioranza del governo conservatore, la cui situazione era già molto precaria da settimane. Sono ben 10 i membri del governo ad aver rassegnato le dimissioni da luglio ad oggi. Tra questi vi sono proprio il ministro per la Brexit, Dominic Raab, e Shailesh Vara, ministro britannico per l’Irlanda del Nord. I Tories sembrano essere molto delusi dalla gestione delle trattative con L’Europa del governo May, potrebbero quindi dare voto contrario, mandando così k.o. l’esecutivo. In risposta a questi scricchiolii, il Primo Ministro alza la guardia e difende a spada tratta l’accordo come il migliore che potessero ottenere, ed invita i parlamentari a non disattendere i risultati referendari ed attuare la volontà del popolo.
Intanto Laburisti e dissidenti Tories fanno fronte comune ed accusano di “oltraggio al Parlamento” il governo, per la pubblicazione non integrale del parere legale sull’accordo di divorzio dall’UE. Infatti l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea Campos Sánchez-Bordona, su richiesta di parlamentari britannici, scozzesi ed europei, ha affermato che l’articolo 50 del Trattato di Lisbona – riguardante l’uscita di uno stato membro dell’Unione Europea –  può essere revocato unilateralmente da chi l’ha invocato senza il voto favorevole degli altri stati membri. La Camera dei Comuni ha inoltre approvato un emendamento che in caso di bocciatura dell’accordo l’11 dicembre esautora Theresa May da qualunque opzione successiva, sarà solo il Parlamento ad esprimersi.

Fonte: The Independent

Possibili scenari:

  • coup de théâtre, il parlamento approva la ratifica dell’accordo, proseguono le trattative, ma non sarebbero da escludere altri intoppi futuri su qualche cavillo legislativo che porterebbe all’attivazione del backstop.  Una cosa è certa, se si proseguisse con la “soft brexit” , non è affatto detto che tutto ciò che è stato stabilito per non minare l’unità del paese non la mini realmente. Anzi, la spaccatura tra europeisti e sovranisti potrebbe farsi più profonda ed alimentare separatismi già presenti in Scozia ed Irlanda del Nord.
  • voto contrario all’accordo. Theresa May a rigor di logica dovrebbe dimettersi non godendo più dell’appoggio dei Tory. Qui gli scenari che si aprono sono molteplici: si va da una Brexit pilotata verso un nuovo tipo di accordo che trovi una maggioranza in parlamento, alla chiamata alle urne, con nuove elezioni per demandare la questione ad un nuovo esecutivo; oppure il Parlamento (in virtù del nuovo emendamento che esclude l’attuale esecutivo da decisioni in caso di voto contrario) potrebbe indire un nuovo referendum anche senza nuove elezioni. Tutto però deve essere fatto entro il 29 marzo 2019, per evitare di scivolare in un’ uscita senza accordi accidentale. Altra strada che parrebbe percorribile, la più drastica, è la revoca unilaterale della richiesta di uscita dall’Unione. Si eliminerebbe definitivamente la questione Brexit dall’agenda politica, ma questo sembra poco plausibile senza prima consultare il popolo che si era espresso a maggioranza a favore dell’uscita.

 

Riccardo Dotti

 

Fonte foto di copertina: The Independent

Questo articolo è parte del tirocinio che Riccardo, studente dell’Università degli Studi di Padova, sta svolgendo presso la redazione di The Bottom Up. 

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