La nave del “destino” che salva i migranti nel Mediterraneo

 

Mai come in questo caso scendere o restare a bordo di una barca può fare la differenza. Che sia un gommone o un peschereccio battente bandiera spagnola. La stessa che c’è tra vivere o morire, lentamente, prima dentro e poi fuori per le sevizie e le torture dei tuoi carcerieri. Una differenza enorme. Un abisso, appunto. Meglio tuffarsi in mare, allora. Magari senza nemmeno saper nuotare. Nella speranza che qualche Capitano di buon cuore ti recuperi dalle acque del Mediterraneo. Uno di quei capitani di una volta, che conoscono e rispettano le regole del mare. Che dicono che non si può guardare un uomo annegare senza far niente per provare a salvarlo.

Questa cosa succede molto spesso, secondo Gerard Canals capo missione di Proactiva Open Arms. “Quando queste persone capiscono che stanno per essere abbordate dalla Guardia Costiera libica preferiscono buttarsi in acqua. Soprattutto, mi dice, se si rendono conto che nei paraggi ci sono altre imbarcazioni. Cercano di avvicinarsi il più possibile per essere sicuri di essere visti e poi si lanciano in mare”.

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È accaduto anche lo scorso 23 novembre. Un gommone con a bordo una trentina di migranti, partiti dal porto libico di Al Khums sta per essere intercettato da una motovedetta libica. Gli occupanti si fiondano a tutta velocità verso un peschereccio spagnolo poco distante. Quando sono abbastanza vicini da essere illuminati dal grande fanale di navigazione, senza pensarci neanche un secondo, si gettano in acqua. Piuttosto che tornare nell’inferno dal quale sono scappati, dicono, preferiscono morire affogati. Nel parapiglia che ne è seguito alcuni di loro sono stati recuperati dalla Marina di Tripoli gli altri dodici, invece, tratti in salvo dalla Nuestra Señora del Loreto e dal suo equipaggio.

Su quella barca da pesca ci sono rimasti per dieci giorni prima di poter sbarcare in un porto sicuro, a Malta. Giorni segnati dall’ansia e dall’incertezza. “Più vergognoso di questo, mi confida Gerard, c’è solo il ping pong di dichiarazioni e scaricabarile inscenato sulla pelle di questa povera gente dai Governi di Italia, Malta e Spagna”. Mentre l’Ong spagnola, che per prima ha offerto cure mediche e rifornimenti alimentari, cercava di fare pressione sul proprio Governo affinché i migranti non venissero rimandati indietro.

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“Se fossero stati rispediti al mittente di loro si sarebbero perse le tracce. Sbattuti in un carcere, imprigionati a bordo delle stesse navi che usano per arrivare in Europa o venduti come schiavi. Sarebbero stati dimenticati come tutti gli altri prima di loro. Se non lo avessimo denunciato all’opinione pubblica a quest’ora sarebbero già in territorio libico”. Non ci sono dubbi, ormai, sul fatto che la Libia e tutto fuorché un “porto sicuro”. Lo dice l’Onu!

Ma i tempi sembrano cambiati anche da queste parti, ormai, e sembrano lontani quelli dell’Aquarius e dei porti aperti di Barcellona, Mallorca e Algesiras dove Open Arms aveva potuto attraccare solo pochi mesi fa. La stagione dell’accoglienza ha lasciato il passo alla quella della real politik, a quanto pare. Le Ong sono quasi sparite dal Mediterraneo. Per capirlo basta guardare la lista delle sigle umanitarie, attaccata affianco al computer di bordo, con cui Open Arms un tempo collaborava; quasi tutte cancellate con un pennarello rosso.

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La sensazione è quella di vivere in un universo parallelo. Dove niente è come sembra. I migranti che, a detta di molti, hanno smesso di venire in Europa e le Ong come Open Arms accusate di fare affari con i trafficanti. Per loro è stato persino coniato un nuovo termine, il c.d. “Call effect”. I migranti però, a detta di Gerard, continuano a rischiare la vita su barconi fatiscenti ogni giorno. “Quello che è cambiato è l’atteggiamento della Guardia Costiera libica che si è fatto sempre più minaccioso e violento nei nostri confronti, da quando ha ricevuto dall’UE l’incarico di porre fine alle partenze.”

“Senza di noi le motovedette libiche posso permettersi da fare quello vogliono”. Sembra che se ne sia accorta anche Frontex, che ha diffuso un video nel quale si vede, chiaramente, come siano gli stessi libici a trainare i gommoni per portarli fuori dalla zona SAR di propria competenza per poi abbandonarli. “Comportandosi così fanno saltare tutto il protocollo sulla gestione dei flussi migratori. Non è un segreto, lo sanno tutti tra gli addetti ai lavori che c’è la connivenza delle autorità libiche. In ballo ci sono un sacco di soldi. Intanto i morti in mare continuano ad aumentare”.

Proprio per questo Open Arms ha deciso, insieme a Mediterranea e SeaWatch di dar vita ad una piattaforma che possa fungere da ombrello protettivo per le altre Ong e non solo. L’idea è quella di creare un network di città e cittadini, soprattutto. Una rete dell’accoglienza che coinvolga grandi metropoli come Valencia, Barcellona, Saragozza, Dusseldorf e Palermo per cercare di scongiurare i respingimenti a caldo ed offrire un livello d’integrazione adeguato. Finché i rapporti con la Guardia Costiera italiana sono stati buoni non se n’è sentita la necessità, mi dice. “Da quando molti Governi hanno iniziato a criminalizzare il nostro operato il bisogno di fare squadra si è fatto impellente”.

L’obiettivo è quello di ottenere e condividere informazioni utili per i salvataggi in mare. Il problema pare sia dovuto al fatto che le varie Marine militari non offrano supporto alle Ong. Persino Frontex, alla quale non corso degli anni è stato ridotto lo spazio operativo, sembra tutt’altro che interessata a mettere a disposizione i dati in suo possesso. “Sono quelli che hanno più informazioni di tutti ma se le tengono per loro. Abbiamo speso miliardi per aerei e navi che non servono a salvare vite umane”.

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I dodici naufraghi della Nuestra Señora de Loreto, però, nonostante tutto ce l’hanno fatta. La loro vicenda ha un qualcosa di speciale, ed è per questo che vale ancora di più la pena raccontarla. Non è solo una storia di speranza. È l’estremo gesto di chi non si arrende all’attuale stato di cose. Di chi non ha nemmeno più paura di morire annegato piuttosto che ritornare da dove è venuto. I migranti come i Bronzi, immolati nel tentativo di destare un’Europa troppo distratta per rendersi della catastrofe che si sta consumando.

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È soprattutto, però, la storia di un equipaggio che sembra segnato da uno strano destino; che nessuno di loro si è scelto ma che tutti hanno accettato di buon grado. Anche quando c’è da portare il pane a casa, che in questo caso è pesce, e pure in fretta perché il Natale sta arrivando ed ogni ora di lavoro persa equivale a molti euro in meno in tasca.

Pasqual Duré e suo fratello Josè, l’armatore del peschereccio salpato da Santa Paola tre settimane fa, avevano pianificato di rientrare il 21 dicembre. Giusto in tempo per rifornire di pesce le tavole degli spagnoli. Questo è uno periodo dell’anno in cui si guadagna di più anche se di pesce ce ne sempre di meno per via dell’impatto delle grandi navi da pesca che solcano il Mediterraneo. Dieci giorni in più o in meno possono fare la differenza. Ma a quanto pare non tutto ha un prezzo. La vita umana per qualcuno vale ancora qualcosa e l’hanno dimostrato.

È già la terza volta, infatti, che i fratelli Duré si trovano a dover scegliere tra rischiare di tornare a casa a mani vuote o salvare la vita ai migranti in fuga da guerre e miseria. La prima fu dieci più di 10 anni fa, il peschereccio all’epoca era il Francisco Catalina. Nel 2006, invece, dovettero recuperare dall’acqua una cinquantina di naufraghi partiti dalla Libia in balìa del mare in tempesta. Mentre l’anno successivo più di trenta migranti furono salvati da morte certa a poche miglia dalla costa maltese.

Nuestra Señora del Loreto ormai è sbarcata a Malta, mettendo fine a questa interminabile odissea. Il capitano e il suo equipaggio potranno finalmente tornare a pescare nella speranza che ci sia abbastanza tempo per riempire le reti prima riabbracciare le proprie famiglia.

Rimane, però, l’amaro in bocca per l’ennesima vicenda che non fa onore né all’Italia, né alla Spagna e nemmeno a Malta pur avendo alla fine concesso il proprio porto. Perché se questa volta non ci sono stati morti, lo si deve solo all’umanità di una decina di pescatori che hanno avuto il coraggio di fare ciò che altri avrebbero dovuto fare al posto loro.

Mattia Bagnato

Tutte le fotografie sono state scattate dall’autore.

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