carovana migranti usa

Cosa affrontano i migranti attraversando l’America Centrale?

Lo scorso ottobre un folto gruppo di migranti è partito dalla città di San Pedro Sula in Honduras, destinazione: Stati Uniti. Tappa dopo tappa, il numero di chi si metteva in marcia è aumentato fino a raggiungere le 7-8 mila persone. La carovana ha poi attraversato i confini di Guatemala e Messico, nonostante i tentativi della polizia di frontiera dei due paesi di fermarla.

Questo tipo di carovane non sono una novità in questi territori; già negli anni e nei mesi scorsi famiglie o gruppi di persone sono partite dai Paesi dell’America centrale per fuggire dalle condizioni di vita insostenibili, tra gang criminali e povertà estrema. Una parte di loro però si fermava lungo il viaggio, prima di arrivare negli States. Invece la maggior parte delle persone che sono partite circa due mesi fa è arrivata al confine con gli Stati Uniti, in attesa di entrare e poter richiedere asilo politico. Cosa che non sarà facile data l’ostilità del Presidente degli USA verso i migranti in generale e questi in particolare, manifestata anche durante la campagna per le elezioni di midterm di ottobre, minacciando anche i paesi “di transito” di non inviare più gli aiuti economici di cui l’America latina e centrale hanno bisogno.

In che condizioni viaggiano i migranti?

I migranti si trovano ad affrontare tutte le difficoltà di un viaggio così lungo: la stanchezza del lungo cammino, con pochi viveri e acqua, reso a volte meno difficoltoso da mezzi di trasporto come gli autobus, il problema di cercarsi un riparo dalla notte oppure accamparsi dove è possibile. Inoltre la costante paura di essere presi, identificati e riportati indietro verso il proprio paese prima di essere arrivati alla meta tanto agognata li porta ad attraversare aree impervie, dove diventano facile preda di gang criminali. Le ONG con le comunità locali si occupano di loro non solo portando cibo, acqua e, quando è necessario, medicine e vestiti di seconda mano, ma anche cercando luoghi coperti che possano fungere da riparo. Anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) si è mobilitato per aiutare le autorità messicane fornendo personale e assistenza tecnica nella registrazione dei richiedenti asilo (quando ci sono), nell’identificazione di chi ha particolari bisogni e vulnerabilità e nel rafforzamento dell’assistenza e della capacità di accoglienza. In un suo comunicato sottolinea come le condizioni di questi migranti siano critiche per i rischi legati alla sicurezza e ai rapimenti che potrebbero avvenire nelle zone che la carovana attraversa.

Chi parte e perché per questo viaggio

Perché intraprendere un viaggio così lungo e così difficile in gruppo? Emigrare in maniera illegale in queste aree affidandosi a un trafficante costa molto di più e viaggiare da soli è molto più rischioso che farlo in gruppo. Perciò chi affronta il viaggio dall’America centrale verso gli Stati Uniti ritengono che sia meglio partire con tante altre persone, affidandosi alla forza del numero per poter superare le frontiere e sfruttandola come “garanzia” di sicurezza nei confronti di possibili abusi.

Chi sono le persone che affrontano questo viaggio lungo più di 2.500 chilometri, a piedi o su mezzi come gli autobus messi a disposizione da governi regionali, chiese o gruppi civici, riparandosi dalla notte e dalla pioggia in spazi messi a disposizione da ONG, enti locali o agenzie internazionali quando non in rifugi di fortuna come piazze o marciapiedi? Ci sono uomini, famiglie, giovani, donne e anche tanti bambini.  I dati riportati nel rapporto dell’Unicef Uprooted in Central America and Mexico rivelano che da ottobre 2017 a giugno 2018 almeno 286.290 migranti sono stati catturati al confine americano sud occidentale, di cui 37.450 bambini non accompagnati e 68.560 famiglie. Questi dati ci danno un’idea di quante siano veramente le persone che tentano questo viaggio e di come sia la composizione delle carovane. Due categorie particolarmente a rischio sono le donne e i bambini.

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Fonte: US Border Control

Maggiori rischi per le donne

Le donne corrono alcuni rischi in più rispetto alle altre categorie che si trovano in queste carovane. Infatti, il 70 per cento delle donne migranti dell’America centrale che attraversa il Messico verso gli Stati Uniti negli ultimi mesi subisce stupri o altri tipi di violenze, sostiene l’Ong Movimiento migrante mesoamericano, che si occupa di diritti dei migranti e della loro difesa in questa area del mondo. Questa stima è considerata valida nonostante le donne spesso non denunciano quello che accade. Fino a qualche anno fa erano “solo” un terzo le donne che subivano violenza.

Il corpo delle donne viene usato come moneta di scambio per passare i posti di blocco di polizia, sempre più numerosi, e per comprare la possibilità di raggiungere il sogno americano. Molte donne però vengono anche rapite da gang criminali nelle zone impervie che le carovane attraversano e vengono costrette a prostituirsi e liberate solo dietro il pagamento di un riscatto. Già da qualche anno, secondo i dati di MSF (Medici senza frontiere), molte donne iniziano ad assumere anticoncezionali al momento della partenza, per evitare gravidanze nel periodo in cui attraversano il territorio messicano, in caso non riescano a proteggersi da queste situazioni.

Diritti negati per i bambini tra detenzione e separazione

Un’altra categoria a rischio è quella dei bambini. Uno dei più grandi rischi è quello di essere catturati e detenuti in alcuni Stati messicani. Sempre secondo il rapporto Unicef Uprooted in Central America and Mexico, nel 2017 circa 18.300 bambini e adolescenti di Honduras, Guatemala e El Salvador sono stati detenuti in Messico e altri 9.995 tra gennaio e aprile di quest’anno. In questi luoghi non viene concesso ai minori di uscire per giocare, nonostante le procedure per definire il loro status siano lunghe e quindi, di fatto, siano costretti a rimanere rinchiusi in queste prigioni anche per molti mesi.

Un altro rischio è quello di essere separati dai genitori e questo rende più vulnerabile la loro condizione. Ci sono situazioni in cui i genitori sono costretti a separarsi dai figli nonostante abbiano scelto di portarli con sé e proteggerli durante il viaggio.

Tra aprile e giugno 2018 le condizioni dei bambini che giungevano al confine con gli Stati Uniti sono state particolarmente difficili. Infatti, a causa della “Zero tolerance policy” voluta dall’amministrazione Trump, la polizia di frontiera americana arrestava i migranti adulti che tentavano o riuscivano ad attraversare il confine illegalmente e li separava dai loro figli. Il 20 giugno 2018 l’amministrazione statunitense ha approvato l’Ordine esecutivo 13841 che ha posto fine alla separazione dei bambini migranti dai loro genitori e il 26 luglio l’amministrazione stessa ha dichiarato che la maggior parte dei bambini era stata riunita ai propri genitori. Alcuni piccoli migranti sono stati portati nei luoghi di detenzione insieme alle loro famiglie, in attesa degli esiti delle procedure di asilo politico o di espulsione.

Nonostante la breve durata di questa politica, essa ha avuto un impatto importante per i bambini perché li ha esposti a sfruttamento e abusi e li espone tuttora, nei casi in cui vengano detenuti insieme alle loro famiglie, a un non trascurabile stress psico-fisico.

Le condizioni affrontate da queste persone, soprattutto famiglie, donne e bambini dimostrano che migrare in queste aree è molto pericoloso. Nonostante si cerchi di raggiungere la propria meta in carovane, i rischi non vengono “neutralizzati” del tutto e alcuni rischi vengono addirittura accentuati, come dimostra l’aumento di violenze subite dalle donne. Anche se consapevoli dei rischi, famiglie, donne e bambini partono alla ricerca di un futuro migliore, che permetta loro di vivere una condizione migliore. Nella speranza di riuscire a superare gli ostacoli che si frappongono tra loro e il loro sogno. E se così non è, riprovarci ancora e ancora.

 

Erica Torresan

[Fonte immagine di copertina PEDRO PARDO/AFP/Getty Images]

Questo articolo è parte del Project Work che Erica, studentessa del corso di laurea in Scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani dell’Università degli Studi di Padova, sta svolgendo presso la redazione di The Bottom Up. 

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