Alcol, miniere e multinazionali. Reportage dal Karamoja, Uganda

Al confine con il Kenya, abitata da circa un milione di abitanti, il Karamoja è ad oggi la regione più povera dell’Uganda. L’aridità dei terreni e la mancanza delle infrastrutture basilari necessarie all’avvio di una possibile modernizzazione hanno costretto i Karimojong, la popolazione locale, a vivere in condizioni precarie e a dipendere dagli interventi umanitari di Ong e organizzazioni intergovernative per anni. Quando il resto dell’Uganda, a partire dagli anni 80’, avanzava in termini di diritti umani ed economia, il Karamoja, abbandonato dallo stato, rimaneva ancorato a una cultura e ad un modello di sostentamento arcaici: matrimoni combinati, mutilazioni genitali e razzie di bestiame sono solo alcuni esempi. Nei primi anni del nuovo millennio, la scoperta di numerosi giacimenti minerari avrebbe potuto rappresentare una opportunità di arricchimento e di implementazione di un modello di sviluppo sano, che coniugasse il rispetto delle tradizioni locali con il progresso in termini economici e di diritti umani del Karamoja. La realtà, purtroppo, ha invece visto nuovamente prevalere gli interessi economici di pochi su una popolazione incapace di difendersi, annichilita dalla povertà e nel caso che analizzerò in questo articolo, dall’abuso di alcol.

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Per comprendere cosa sta succedendo oggi nella regione del Karamoja occorre ripercorrere la storia della popolazione locale, che si contraddistingue sin dalle sue origini per l’abuso di alcol, con il tradizionale consumo di infusi quali l’kwete, prodotto dalla fermentazione di mais, e l’ebutia, dalla fermentazione del sorgo. Questi alcolici, che raggiungevano una gradazione massima del 4%, costituivano la base di un piccolo mercato controllato dalle donne. A partire dagli anni ’60, e per tutti i trenta anni successivi, il Karamoja visse un periodo di forte instabilità: la regione fu teatro di sanguinosi omicidi, conflitti e sparatorie, conseguenze delle rituali razzie di bestiame che avvenivano tra i villaggi. Il bestiame, prima fonte di sostentamento della popolazione locale, è uno dei capisaldi della cultura Karimojong: il prestigio della famiglia è infatti proporzionale alla quantità di mucche controllate. Queste razzie erano spesso compiute a colpi di Ak47, venduti a basso costo anche dall’esercito ugandese, e divenuti parte integrante dell’identità locale.

La situazione non mutò fino a quando, nel 2002, la scoperta di minerali nella zona di Tapach attirò l’attenzione dello stato e di svariate aziende. Il governo ugandese, comprendendo le potenzialità economiche del territorio, avviò un processo di disarmo della popolazione locale, concluso tra il 2012 e il 2013. La zona, non più teatro di razzie e conflitti armati, era a quel punto pronta ad aprirsi alle economie nazionali e non, offrendo risorse minerarie e manodopera a bassissimo costo.

I fondi in entrata coprirono sì le spese per la costruzione di numerose infrastrutture, ma finirono anche per alimentare il mercato dell’alcol. Rielaborando i dati ufficiali provenienti dal Ministero della salute ugandese, negli ultimi 7 anni l’abuso di alcol nella popolazione Karimojong è cresciuto a ritmi spaventosi portando a ricadute drammatiche: la cirrosi epatica è divenuta in poco tempo la prima causa di morte nell’ospedale di Matany in Karamoja, tra il 2017 e il 2018 più di 4000 pazienti ambulatori sono stati curati negli health centers a causa di problemi dovuti all’abuso di alcol. Inoltre, il numero di coma etilici è cresciuto esponenzialmente, così come quello delle violenze domestiche. Le conseguenze della diffusione dell‘alcol non risparmiano nemmeno i più giovani: già durante la gravidanza, la dipendenza delle madri può arrecare danni al feto; vi è inoltre l’abitudine di sostituire i pasti giornalieri dei figli con alcol imbevuto. L’assuefazione inizia presto, dunque, come testimoniano molti casi di alcolismo pediatrico e coma etilici tra i giovanissimi.

Ma quest’alcol da dove arriva? E perché è così dannoso? La gran parte degli infusi proviene dal sud dell’Uganda, da piccole distillerie abusive nelle zone di Jinja e Iganga, dove si lavora la melassa estratta dallo zucchero di canna dal quale viene ricavato l’alcol che, in grandi taniche, raggiungerà il Karamoja. In parte si tratta di alcol metilico, non purificato, e dunque gravemente dannoso per la salute, la cui gradazione varia dal 40 al 70%. Da anni l’alcol metilico non può essere venduto regolarmente in Uganda, ma nonostante ciò, camion pieni di taniche di waragi, così viene chiamato il distillato, arrivano nella regione senza problemi. Tra i fattori che contribuiscono alla diffusione indisturbata della bevanda c’è la corruzione che pervade il mondo delle forze dell’ordine e dell’amministrazione della Karamoja, un mondo che non si fa scrupoli nell’accettare mazzette dai camionisti che trasportano le taniche di waragi. In realtà, questo, non è l’unico alcolico che arriva in Karamoja: se giriamo i piccoli villaggi limitrofi ai maggiori centri abitati della regione, non potremmo non accorgerci delle innumerevoli bustine di plastica sparse per le vie che circondano le abitazioni; quelle bustine arrivano dalle distillerie di Kampala piene di alcol per essere vendute singolarmente al costo di 500 scellini, equivalenti a circa 20 centesimi di Euro, in Karamoja. Oltre al danno ambientale causato dalle grandi quantità di plastica abbandonata, le bustine di alcol, dato il loro basso costo, vanno a sostituire spesso i pasti di una popolazione che vive sotto la soglia minima di povertà,mitigando le sensazioni indotte dalla fame. Viene da chiedersi perché, visti i dati evidenti, lo stato non sia intervenuto vietando il consumo delle bustine o avviando opere di sensibilizzazione sui rischi dovuti all’abuso di alcol. A quanto pare, il governo guidato dal presidente Museveni non avrebbe alcun interesse nel risolvere il problema, anche perché gran parte delle bevande alcoliche che provengono dalle distillerie di Kampala parrebbero infatti contenere sostanze di importazione straniera: ci riferiamo a resti trattati delle interiora di bovino provenienti dall’India, che vanno a costituire la materia prima degli alcolici che arrivano nella regione, la cui importazione è fonte di grandi introiti per le casse del governo sotto forma di imposte.

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La situazione diventa ulteriormente drammatica nelle zone degli scavi minerari di Tapach, sul quale governo e multinazionali hanno messo gli occhi dato il potenziale apparentemente infinito dei giacimenti. Per prima è stata la Tororo Cement ad interessarsi alle risorse minerarie presenti nella zona; l’azienda ugandese produttrice di cemento subappalta le operazioni di trasporto dei minerali ad altre piccole imprese che spediscono i propri camion nei siti di Tapach: qui, per alcuni anni, i minatori, considerati lavoratori indipendenti e quindi privi di contratto e tutele, sono stati pagati in alcol. Se grazie a scioperi e a rivendicazioni portate avanti da personalità locali, questa pratica barbara ha cessato di esistere, altre forme di sfruttamento drammatiche l’hanno sostituita: oggi i lavoratori di Tapach vengono pagati a gruppi di due o tre persone all’incirca 100 mila scellini, equivalenti a 25 euro, per caricare dalle 20 alle 30 tonnellate di pietre sui camion diretti a Tororo. Data l’esigua remunerazione, i minatori preferiscono comprare alcol a basso costo per attenuare i sintomi della fatica di un lavoro estenuante, che nel corso degli anni ha mietuto numerose vittime. Di fronte al problema dell’alcol, a cui si aggiunge quello del lavoro minorile, degli stupri e degli infortuni sul lavoro, la Tororo Cement ha ovviamente negato ogni responsabilità, uscendone illesa.
I Karimojong incapaci di far valere i propri diritti e indeboliti dall’alcol, si trovano così a fronteggiare poteri di fatto incontrollabili e dinamiche più grandi di loro. Riusciranno a respingere una piaga dilagante come quella dell’abuso di alcol, riusciranno a preservare una cultura che ha radici millenarie di fronte agli interessi di grandi colossi economici? Probabilmente, senza un aiuto esterno, non ci riusciranno. Per il momento l’unica nota di merito va alla diocesi di Moroto, sola entità locale ad aver implementato un programma focalizzato sulla sensibilizzazione delle comunità e sul trattamento delle dipendenze all’alcol attraverso la formazione di gruppi di “alcolisti anonimi”. Interventi di altre organizzazioni sarebbero ben accetti.

 

Testi e foto di Giacomo Buldrini

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