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Ieri sera il Covo Club a Bologna era sold-out per il live dei Public Service Broadcasting. E non uno di quei sold-out che si annunciano, anzi un vero e proprio tutto esaurito, certificato dal fatto che l’amico che entra insieme a me acquista l’ultimo biglietto. Sarebbe bastato un semaforo rosso in più a costringerlo ad una serata nel parcheggio ad aspettarmi, e soprattutto a perdersi un gran bel concerto.

Quando tentiamo di farci largo nella sala già densamente popolata, è appena iniziato l’opening-act: sul palco un trio composto da un sosia di Umberto Tozzi (ma con gli occhiali di Ivan Graziani), un cantante vestito da trapper e un robot. Sono i Tin Woodman, band bresciana che ha accompagnato i Public Service Broadcasting nelle date italiane del loro tour. Deve essere effettivamente un onore, come loro stessi testimoniano due volte, ma l’apprezzamento è pubblicamente ricambiato dai londinesi, e a buona ragione: le sonorità anni ’80 dei giovani bresciani e del loro amico robotico si fanno apprezzare e preparano a dovere il terreno per gli headliner.

Dopo il cambio-palco, arrivano sul palco J. Willgoose Esq., Wrigglesworth e JF Abraham, fendendo il pubblico a fatica, con quell’attraversamento della platea – unica via per salire sul palco – che è piacevole tradizione del Covo. Alle loro spalle, iniziano le proiezioni di immagini d’epoca che già da sole varrebbero il prezzo del biglietto. In quel momento ripenso ad un amico che aveva declinato l’invito ad aggregarsi, con il sospetto che, come spesso avviene con artisti che attingono a piene mani dall’elettronica, il live si sarebbe limitato ad una riproposizione pedissequa dei lavori in studio. Non è andata così, tutt’altro!

I Public Service Broadcasting iniziano il loro live con due brani tratti dall’ultimo EP “White Star Liner”, il breve lavoro di quattro tracce dedicato alla costruzione, al varo e al ben noto tragico epilogo del Titanic, nave di punta della compagnia navale White Star Line. Si parte con “The Unsinkable Ship” seguita da “White Star Liner”, dunque, ma le clip che scorrono alle spalle del trio si chiudono con la rapida ed inquietante apparizione di un iceberg, a spegnere l’entusiasmo dell’epoca, sintetizzato dalla pubblicità che recitava “Happiness is the keynote of travel and its sweetest expression is a smile”.
Poi Willgoose imbraccia il banjo per il vero e proprio inno della band, estratto dal primo LP “Inform, Educate, Entertain”: “Theme from PSB”; è questo brano che rompe definitivamente il ghiaccio, con JF Abraham, il polistrumentista ultimo arrivato nella band, a prendersi il proscenio, improvvisandosi frontman e chiamando a raccolta il pubblico.
Dopo “Signal 30”, il pubblico si tuffa per la prima volta nell’epopea della corsa allo spazio, quella così efficacemente raccontata in “The Race for Space”. Sullo schermo appaiono ora caschi e tute spaziali marcate CCCP e grandi parate di fronte al Cremlino, mentre si susseguono “Sputnik” e “Korolev”.

E’ il momento di Every Valley, il terzo e più recente concept album della band, registrato a Ebbw Vale, nel Galles del Sud, pubblicato nel Luglio 2017 e interamente dedicato alle vicende dei minatori impiegati nelle cave di carbone, dall’età dell’oro, quella in cui si affermava con certezza che la gente avrebbe sempre avuto bisogno del carbone (“People will always need coal”, la prima delle canzoni proposte live) ai tempi degli scioperi e della chiusura degli stabilimenti.
E’ un lavoro altamente politico, Every Valley, perché, come ricordato da J. Willgoose Esq. in numerose interviste, “questo album parla di comunità tanto quanto parla di miniere. E’ la storia di una regione che si basava su un unica industria, e di ciò che succede quando quell’industria chiude”. Particolarmente riuscite, a mio avviso, le successive due canzoni estratte dal disco, a partire dal singolo “Progress”, dove il credo nel progresso, ripetuto come un mantra, suona inizialmente sarcastico, per poi farsi strada per quello che è, ossia la rivendicazione di un futuro, di una speranza.

A confermare questa interpretazione, le parole di Willgoose: “Penso che alcune persone abbiano ritenuto, sbagliando, secondo me, che ciò che facciamo è qualcosa di nostalgico, mentre secondo me è una celebrazione dei successi, dei progressi, della resilienza dell’uomo, anche contro ogni pronostico. Questa canzone è un tentativo di rendere questo concetto più esplicito, specie in un’epoca in cui certi elementi retrogradi sembrano determinati a riportarci indietro ad una certa e inesistente età dell’oro degli anni ’50. Il progresso vincerà, alla fine. Deve vincere”.
A chiudere questo primo set dedicato a Every Valley, “They Gave Me a Lamp”, uno dei pochi brani che Willgoose introduce ampiamente, dedicato alle donne che scoprirono il proprio potere politico, mobilitandosi durante gli scioperi dei minatori del 1984. Di questo brano, in un’ulteriore intervista, il fondatore dei Public Service Broadcasting, dice: “E’ la canzone più positiva e confortante del disco, una canzone che parla di barriere di genere abbattute, di un gruppo di persone che trova la propria voce, della funzione della protesta all’interno delle società democratiche. Dato ciò che abbiamo visto su entrambe le sponde dell’Atlantico in questi anni, non credo avrebbe potuto esserci un momento migliore per riaffermare queste idee”.

Per chiudere il concerto si torna nello spazio, con “The Other Side” e “Go!”, rispettivamente dedicate alle missioni dell’Apollo 8 e dell’Apollo 11. In particolare, durante la prima, insieme alla musica, calano fino a spegnersi le luci, lasciandoci soli con l’audio originale di Houston, nel momento in cui viene perso il contatto con il modulo spaziale. E’ come sospendere il respiro, tutti insieme, fino al sollievo della risposta che spianerà la strada all’uomo sulla Luna. E, se mi consentite un confronto un po’ azzardato, quello fatto in musica dai Public Service Broadcasting risulta un omaggio ben più sincero ed originale del film “The First Man” di Damien Chazelle, ora nelle sale.

Non potendo, date le caratteristiche del Covo, potersi ritirare in camerino per la consueta tiritera del bis, J. Willgoose Esq. dichiara apertamente: “I would arrogantly assume that you want us to keep playing”, e i Public Service Broadcasting regalano gli ultimi tre brani: la violenta “All out”, da Every Valley, e i classici “Gagarin” e “Everest”.
Soltanto “Gagarin” mi lascia qualche perplessità, dovuta forse al fatto di aver conosciuto la band ascoltando il disco live a Brixton del 2015, dove sul palco era eccezionalmente salita una sezione fiati in carne ed ossa: ecco, replicare gli stessi stacchi attraverso l’elettronica fa perdere un po’ di efficacia al cavallo di battaglia.

“Everest”, infine, è l’ultima emozionante evocazione di un’epoca in cui l’umanità guardava ai traguardi da raggiungere, fossero essi la vetta più alta del mondo o la Luna, come ad un obiettivo collettivo, un nuovo gradino per l’evoluzione del genere umano, con lo spirito dell’Ulisse dantesco. E certo, può sembrare retorico tutto ciò, specie ora che, con il senno di poi, possiamo osservare le numerose contraddizioni di quelle sfide, contraddizioni che non sfuggono nemmeno ai Public Service Broadcasting. Allora, più che nostalgia del passato, viene un po’ nostalgia del futuro, di quella fiducia nel progresso e nel miglioramento delle magnifiche sorti e progressive dell’umana gente, di cui oggi avvertiamo il bisogno.

 

PS. Non so se interpretare come un segno di fiducia nel futuro il fatto che il vinile del Live a Brixton che acquisto al merchandising sia l’ultimo disponibile, così come l’ultimo era stato il biglietto che avevamo staccato. Faccio una battuta su questo al tizio del merchandising, mentre conta le banconote tra le dita, ma lui non ride. Forse, nel futuro, dovrò migliorare il mio senso dell’ironia. O il mio inglese.

 

Andrea Zoboli

Fonte foto in copertina: publicservicebroadcasting.net

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