Killing it softly: lo status di salute del pianeta secondo WWF

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Queste le domande su cui l’umanità si è sempre interrogata, degli evergreen. Figlia del nostro tempo è invece la domanda: “dove siamo diretti a bordo della barca che giornalmente contribuiamo a smantellare, prima l’albero, poi il boccaporto, l’amantiglio, fino alle stesse assi di legno?” Come ci cibiamo, come alimentiamo i nostri impianti, come finanziamo le nostre vite, come produciamo e consumiamo: tutto questo ha un impatto su foreste, oceani, fauna, terreno. Un impatto – come mostrano i dati di cui sotto – a tanti, tanti zeri.

Di questo parla il report «Living Planet Report 2018: Aiming Higher», realizzato ogni due anni dal WWF in collaborazione con la Zoological Society of London.

L’importanza della biodiversità

All’incirca 125 miliardi di dollari all’anno. Ecco il valore economico dei servizi forniti globalmente all’umanità dalla natura – ma si può davvero monetizzare questo nostro grande amore?

Questo numero – una cosa come dieci volte il PIL dell’Unione Europea – è ciò che risulta sommando la stima del valore economico di tutto ciò che la natura crea e compie e di cui noi beneficiamo – dalle materie prime con cui si sintetizzano i medicinali, all’ispirazione e ai materiali che nutrono l’innovazione tecnologica, passando per i prodotti alimentari che nutrono noi, l’acqua utilizzata per i più disparati scopi, fino anche alla regolazione climatica, del ciclo dell’acqua e dell’erosione.

Fonte: Living Planet Report 2018: Aiming Higher

Possiamo quindi  dire, in barba ai negazionisti, che non solo siamo dipendenti dal pianeta in cui viviamo e dalle sue risorse, ma che ne siamo fortemente dipendenti. L’exploit dei consumi umani sta facendo sentire il proprio impatto come in nessun altro periodo della storia del pianeta sul suo funzionamento – tanto che si sta parlando di una vera e proprio nuova era geologica, l’Antropocene – ed è fondamentalmente la forza trainante dei preoccupanti cambiamenti che stanno interessando l’ecosistema.

Fonte: Living Planet Report 2018: Aiming Higher

Di base, abituate e abituati come siamo ai modelli economici del ventesimo secolo – in cui il tasso di consumo umano era notevolmente inferiore a quello della biocapacità, la capacità dell’ecosistema di rinnovarsi autonomamente – abbiamo dimenticato di fare l’aggiornamento al ventunesimo secolo. Un aggiornamento che prevede una serie di nuove consapevolezze: l’aumento esponenziale dei consumi e dell’inquinamento legati a stili di vita sempre più fast; un antropocentrismo aggressivo a discapito della natura; una buona dose di cecità nel non accettare che i ritmi dei nostri consumi stanno al ritmo di rigenerazione dell’ecosistema come Usain Bolt sta a Bojack Horseman. Operazioni consigliate: ripensare come consumiamo e come produciamo e smettere di considerare l’ecosistema come un «nice to have», riconoscendogli la dignità di condizione necessaria all’esistenza umana almeno per come la conosciamo oggi. La pacchia è finita, cara umanità.

(Not very) fun facts

I dati presenti in questo report parlano ad alta voce; gridano, anzi.

  • Solo un quarto delle terre emerse, si stima, sono sostanzialmente libere dall’impronta umana e le previsioni parlano di un ulteriore declino di un decimo entro il 2050.
  • L’impronta ecologica – un indice che misura il consumo umano di risorse naturali rispetto alla biocapacità – è aumentata circa del 190% negli ultimi 50 anni.
  • Il processo di degradazione del suolo interessa seriamente il 75% dell’ecosistema terrestre, con un impatto sullo standard di vita di almeno 3 miliardi di persone, nelle declinazioni di conflitti, povertà e flussi migratori.
  • Dal 1970, secondo il Freshwater Living Planet Index, l’83% di acqua dolce del pianeta è scomparsa.
  • Si stima che negli ultimi 30 anni si siano persi quasi la metà dei coralli di profondità e che ancora il 90% delle barriere coralline possa scomparire, se il ritmo di pesca intensiva e su larga si mantiene costante.
  • Globalmente, dal 1900 l’estensione delle aree d’acqua è diminuita del 50% e quelle che rimangono sono più inquinate.
  • Il Living Planet Index ha registrato, tra il 1970 e il 2014, il declino del 60% delle specie, con punte fino all’89% nei Tropici. Tra le maggiori cause di questa carneficina la degradazione degli habitat, la frammentazione delle foreste, il sovrasfruttamento delle risorse, l’introduzione di specie aliene, l’inquinamento, il cambiamento climatico, con una menzione speciale all’agricoltura intensiva accompagnata da additivi sintetici.

Insomma, la situazione non è rosea. Ma c’è un ma, come ci rassicura il Direttore generale di WWF International, Marco Lambertini «Oggi abbiamo ancora la possibilità di scegliere. Possiamo essere i fondatori di un movimento globale che cambi la nostra relazione con il pianeta, che assicuri un futuro per tutte le forme di vita della Terra, inclusa la nostra. Oppure possiamo essere la generazione che ha avuto la propria chance e non l’ha colta, che si è lasciata sfuggire la Terra. La scelta è nostra. Assieme possiamo farcela, per la natura e per le persone».

Marta Silvia Viganò

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