Lucca Comics. Riflessioni su “La fine della ragione” di Roberto Recchioni

Ci sono storie che sembrano raccontarsi da sole, o meglio, che hanno nella necessità di essere narrate la loro ragione d’essere. Ma cosa succederebbe se si arrivasse alla fine della ragione, di ogni tipo di ragione? Sì, La fine della ragione è un libro che coinvolge sin dal titolo, ma non è questo il punto. Per capirlo bisogna partire dall’inizio. L’autore, Roberto Recchioni, curatore di Dylan Dog, creatore di Orfani e John Doe, autore della serie di romanzi fantasy YA, si ritrova qui nella veste di sceneggiatore e illustratore per il suo primo volume edito da Feltrinelli Comics. La collana di libri curata dallo scrittore e fumettista Tito Faraci ha debuttato all’edizione appena conclusa di Lucca Comics & Games, sancendo di fatto l’ingresso ufficiale del gruppo editoriale nel mondo dei fumetti. Quello di Recchioni è stato uno dei primi titoli pubblicati dall’inizio di questa avventura editoriale iniziata nel 2018.

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Roberto Recchioni (a destra) al Lucca Comics & Games

Procediamo però adesso con la narrazione. In un posto non ben specificato, vivono persone per cui non è particolarmente rilevante l’esistenza di una bambina, perchè non sempre “uno vale uno”, uno può anche valere nessuno e le grida sgraziate del coro possono diventare legge. In questo contesto emerge la figura di una madre che decide di agire in senso opposto, perché se anche ci fosse una sola possibilità di salvare la vita di sua figlia, questa deve essere colta a costo di spingersi oltre i limiti imposti. Comincia così il suo viaggio, un viaggio che la porta nel luogo in cui la ragione è stata confinata dai più e ha quasi passivamente accettato di rintanarsi; è in questo tragitto, fatto di tinte cupe e frasi urlate, che vediamo sgretolarsi la realtà così come siamo abituati a vederla e riconoscerla.

Raccontata in questo modo non sembrerebbe una storia così necessaria. Realtà “distopiche” ed eroine dai capelli al vento se ne sono già viste, nemmeno il viaggio appare poi così interessante e irto di difficoltà, se non fosse che, tutto, proprio ogni cosa in questo libro è stata messa al servizio del racconto. Non è fondamentale la trama, lo è il linguaggio che, se manipolato, maltrattato e svuotato, può trascinare tutto verso una fine, una di quelle che si sarebbe potuta evitare. In questo libro ho visto il fumetto spogliarsi, utilizzare l’essenziale, e l’utilizzo di un lettering che diventa – mi si passi l’espressione – forzatamente bold, quasi a voler imitare i meme e le repliche ai post scritte interamente in maiuscolo che tanto vanno di moda ma che, se fossero il solo modo conosciuto ed ufficiale di comunicare, porterebbero a un terrificante vuoto di senso. Il confine dei colori si confonde con le linee dei disegni, il libro smette di essere tale e diventa quasi un quaderno, perchè i libri rischiano di finire al rogo, finanche i libri di cucina.

L’urgenza e la forza del messaggio risiedono proprio nella scelta di una narrazione che è semplificata, ma che vuole simulare la leggerezza con cui spesso ci si affida alle verità semplici, quelle che finiscono per essere le risposte alle domande più difficili. Roberto Recchioni ci mostra una tragica realtà, che, se portata alle estreme conseguenze, potrebbe quasi farci pensare a La terra dei figli di Gipi (in giro per l’Italia a presentare il suo film). A voler giocare un po’ di fantasia, sarebbe come vedere ne La fine della ragione uno dei probabili inizi de La terra dei figli, e questo avviene anche graficamente: le tinte lasciano lo spazio al bianco e le linee, prima importanti, ad un nero quasi tratteggiato in cui persino la fine si consuma e diventa esile fino quasi a scomparire. Rrobe, mi concedo di chiamarlo così (ché sono alla fine), riesce a fare della metanarrazione il punto centrale di ciò che viene narrato, lo fa con il suo stile provocatorio ma intellettualmente onesto (senza acca alcuna), come uno zio ganzo sceglierebbe di fare.

Marika Lanza

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