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Bando alle plastiche: la strada europea per la sostenibilità ambientale

Posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini, sono alcuni dei prodotti banditi dalla Commissione Europea che, lo scorso 24 ottobre, con 571 voti favorevoli ha approvato il divieto di consumo di articoli in plastica monouso. L’applicazione della normativa dovrà essere concordata con i governi rappresentati al Consiglio dell’Unione Europea e, se attuata in via definitiva, troverà applicazione nel 2021.

All’elenco delle materie di plastica vietata, gli eurodeputati hanno aggiunto anche i contenitori per fast-food in polistirolo espanso, e gli articoli di plastica oxo degradabili – come sacchetti e imballaggi. Inoltre, si propongono come obiettivi nazionali per la riduzione del contenuto di plastica dei filtri delle sigarette, rifiuto più comune e più invasivo sulle spiagge europee, il 50% entro il 2025 e l’80% entro il 2030. Nello stesso anno sarà prevista una raccolta di almeno il 50% degli attrezzi da pesca abbandonati in mare, che già prima verranno riciclati: l’obiettivo, in questo caso, è il 15% entro il 2025.

Altro obiettivo è quello di cercare di ridurre del 25%, entro il 2021, il consumo di plastica per la quale non esistono ancora alternative come i contenitori alimentari per frutta, verdura, dessert o gelati. Infine, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% le altre materie plastiche come le bottiglie per bevande.

L’impatto negativo della plastica sull’ambiente e sulla salute umana

Come riportato da Il Post è  aumentata di ben 20 volte la produzione di plastica dagli anni ’60 ad oggi: l’Europa ne  produce attualmente 36 tonnellate all’anno,  di cui solo il 30% è riciclabile e di questi – tra le 150 mila e 500 mila tonnellate – finiscono in mare.

Basso costo e funzionalità sono i vantaggi che l’hanno resa parte integrante e indispensabile della nostra quotidianità, ma anche causa di inquinamento poiché il tempo in cui la plastica si decompone è molto lungo, condizionato anche dal tipo di materiale e dalle condizioni ambientali: la maggior parte non è biodegradabile, neanche a temperature significative, altre invece si decompongono molto lentamente se esposte a determinate condizioni di aria, acqua e luce; proprio in carenza di quest’ultimi elementi la plastica dispersa nei fondali marini impiega anche di più a decomporsi.

Un recente studio  condotto dal WWF, aggiunge alle 5  “isole di plastica” – due nel Pacifico, due nell’Atlantico e una nell’oceano Indiano, il Mar Mediterraneo. In questo mare – l’1 % delle acque mondiali – la plastica rappresenta il 95% dei rifiuti e viene ingerita da oltre 134 specie marine tra cui 60 specie di pesci, 3 specie di tartarughe marine, 9 specie di uccelli marini e 5 specie di mammiferi marini. Di fatti, queste presentano nello stomaco plastica che ingeriscono accidentalmente o indirettamente – come nutrendosi di prede che a loro volta avevo mangiato plastica.

Ed è proprio attraverso la pesca che entrano nella catena alimentare degli esseri umani  le microplastiche, particelle di plastica con un diametro inferiore ai 5 mm. Possono essere frammenti di pezzi di plastica più grandi, come bottiglie o imballaggi, oppure particelle prodotte appositamente in piccole dimensioni, come ad esempio le microsfere degli scrub e dei dentifrici; si possono trovare nell’acqua, sulle spiagge o in altri sedimenti e sono un serio problema per l’intero ecosistema marino.

Grazie alla ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Science & Technology –  nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud – si è scoperto che su 39 campioni di sale da cucina, proveniente da diverse nazioni inclusa l’Italia, 36 erano contaminati da microplastica costituita da Polietilene, Polipropilene e Polietilene Tereftalato (PET), ovvero le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta.

Anche i tre campioni di sale provenienti dall’Italia, due di tipo marino e uno di miniera, sono risultati contaminati dalle microplastiche con un numero di particelle compreso tra 4 e 30 unità per chilogrammo. Inoltre, in base ai risultati della ricerca e, considerando l’assunzione media giornaliera di 10 grammi, un adulto potrebbe ingerire, solo attraverso il consumo di sale da cucina, circa 2 mila pezzi di microplastiche all’anno. Cosa esattamente comporti la concentrazione e l’assunzione di tali quantità resta per ora un punto da chiarire.

Una rivoluzione sostenibile che guarda al futuro

Arriva dall’Olanda una grande “lezione di sostenibilità ambientale”,  si tratta della Plastic Road la prima pista ciclabile di 30 metri realizzata con 500 mila bottiglie e tappi riciclati. Inaugurata lo scorso settembre a Zwolle, è caratterizzata anche da una serie di tubature al suo interno – rigorosamente di plastica – che incanalano l’acqua piovana per farla defluire direttamente nel sistema fognario cittadino senza l’utilizzo dei tombini sulla strada. In questo modo, grazie alla struttura flessibile e alla sua permeabilità, si evitano molti problemi legati all’usura dell’asfalto, come buche e allagamenti.

Ma è già prevista all’interno della  stessa cittadina, nel mese di novembre, un altro tratto  ciclabile addirittura con alcune migliorie rispetto a quello recentemente inaugurato. Questo progetto potrebbe rappresentare l’inizio di ciò che in futuro si potrà costruire con i materiali di riciclo.

 

Francesca Lisi

 

Immagini: Justin Hoffman/WWF

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