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La resistenza dei Quilombolas in Brasile

Vedere ciò che non si vorrebbe vedere è senza dubbio lo spirito del viaggio all’interno della dodicesima edizione il “Terra di Tutti Film Festival” organizzato dalle ong GVC e COSPE onlus, che  toccherà la città di Bologna e Firenze dall’11 al 14 ottobre, accompagnandoci in luoghi antichi come le terre abitate dalle comunità afrodiscendenti quilombolas, in Brasile, grazie al documentario di Lula Oliveira “I Quilombos dell´Iguape: una storia di vita, di terra, di diritti” e al reportage “La lotta dei discendenti degli schiavi in Brasile” del giornalista Stefano Liberti, pubblicato il 1° ottobre su Internazionale – realizzati nell’ambito del progetto “Terra de Direitos” di COSPE onlus, con il sostegno dell’Unione Europea. “Il possesso della terra, è un tema che ci riguarda da vicino perché alcuni alimenti vengono prodotti là: le grandi monoculture di soia entrano in un’economia mondiale ed arrivano anche in Italia” spiega a The Bottom Up Stefano Liberti.  

Il film (presentato giovedì 11 al Cinema Stensen di Firenze e venerdì 12 al Cinema Lumière di Bologna) racconta la storia dei Quilombolas, la loro lotta per la riappropriazione delle terre, che è anche una lotta contro l’espansione delle grandi imprese, minaccia per l’equilibrio del territorio del Recôncavo baiano.

Essere Quilombola: la ricostruzione dell’identità

quilombos iguape

Recôncavo baiano, nordest del Brasile. Siamo nel XVII secolo, le navi negriere provenienti dalle coste dell’Africa occidentale sono cariche di “manodopera”: è tempo della schiavitù.

Il trasferimento forzato di circa tre milioni di africani, costretti a lavorare nelle miniere o nelle piantagioni in Brasile è andato avanti per 250 anni. Condizioni di lavoro durissime e un tasso di mortalità elevato portano i più audaci a fuggire e rifugiarsi in comunità autogestite e soprattutto inaccessibili ai colonizzatori bianchi. Così hanno origine le comunità che oggi si riconoscono come Quilombolas.

“È interessante, hanno avuto un annientamento della loro identità per centinaia di anni. Si tratta di una comunità che nasce dalla tratta negriera, dallo sfruttamento, però questo processo di ricerca e di appropriazione identitaria è stato riattivato grazie al decreto emanato dal Presidente Lula da Silva” afferma Stefano Liberti. Ed aggiunge “è un’identità che hanno ritrovato, nella maggioranza dei casi, anche nell’organizzazione collettiva”.

Grazie ad una squadra di antropologi, storici e geografi è stato possibile ricostruire – scavando tra i ricordi tramandati oralmente e cercando tra i resti dei templi ricoperti dalla vegetazione – quella che è l’origine e lo sviluppo di questa antica comunità. Il libro che li raccoglie, intitolato “Rapporto antropologico di contestualizzazione storica e geografica della comunità”, segna una tappa esistenziale, attesa da più di dieci anni, frutto di un lavoro condotto anche dall’intera comunità. “Questo è lo strumento che ci permetterà di ottenere quanto ci spetta di diritto” ha dichiarato al giornalista di Internazionale Luiz Ferrera Bispo,  coordinatore della comunità di quilombola di Engenho da Cruz.

Dal punto di vista normativo, l’identità quilombola rimane difficile da determinare fino al 1988 quando viene inserita una seppur vaga definizione di Quilombo all’interno della Costituzione brasiliana. Ma è stato necessario attendere il presidente da Silva che, nel 2003, ha stabilito con un decreto che si può definire quilombo ogni gruppo che si riconosca come tale e abbia “una discendenza africana connessa a una storia di resistenza o di oppressione”.

La relazione ancestrale con la terra

Seppur con ostacoli è andato avanti un importante percorso di identificazione e riconoscimento che vede, secondo le stime del Conaq riportate da Internazionale, prima del 2003 solo 29 quilombolas riconosciuti a dispetto dei  2.847 di oggi. Una volta ottenuto il riconoscimento, ogni comunità può rivendicare qualche migliaio di ettari di terra, spesso sfruttati da grandi latifondisti a cui è difficile sottrarle: dunque il processo di riconoscimento terriero o indennizzo in sostituzione potrebbe richiedere decenni.

Se è relativamente facile certificarsi come quilombo, è più farraginoso ottenere la rivendicazione delle terre. Anche il governo, che aveva sottovalutato il fenomeno, ha messo un freno a questo processo: sarà l’Incra, l’ente federale che si occupa della concessione delle terre, a dover stabilire i confini delle terre che il quilombo rivendica proprio per poter garantire un passaggio di consegne il più sereno possibile.  

Eppure vi è una spaccatura anche tra le comunità quilombolas “sebbene il processo di ridiscussione della loro identità sia pacifico, alcuni sono convinti della rivendicazione territoriale, altri meno per paura degli scontri”, precisa Stefano Liberti.  Come nel caso raccontato proprio dal giornalista di Internazionale di Crispim Dos Santos: quilombola che, dopo aver ottenuto il riconoscimento dei terreni, è stato accusato dal tribunale statale di aver occupato abusivamente alcuni terreni della comunità. Successivamente la polizia ha distrutto le coltivazioni, sequestrato gli animali e minacciato gli occupanti. Ecco perché una parte della comunità vuole mantenere lo status quo per non mettere in pericolo le poche forme di sostentamento.

L’ombra delle elezioni: che futuro per la battaglia dei Quilombolas?

Da sinistra a destra: Leonardo di Blanda, cooperante COSPE onlus, Marina Mantini di Gvc Onlus, Ananais Viana, Consigliere dei Quilombos brasiliani, Jonathan Ferramola di COSPE onlus.

“Troppo a lungo non ci hanno consultato. Hanno sfruttato i nostri territori all’inverosimile. Basta guardare alla diga Pedra do Cavalo” , queste le parole di Ananias Viana, portavoce del consiglio quilombola della Bacia e Vale do Iguape in Italia per accompagnare il viaggio del documentario a Firenze e Bologna per il Terra di Tutti Film Festival. Ad oggi, le comunità quilombolas lavorano le terre dei loro antenati portando avanti un’economia basata sull’agro-ecologia.

Un modello che oggi si sente minacciato dall’avanzare della destra di Bolsonaro che potrebbe diventare il nuovo Presidente del Paese. Viania crede fortemente in Lula da Silva “è stato l’ex presidente – in carcere per corruzione, un’accusa che i suoi sostenitori ritengono costruita ad arte dalla magistratura e dagli oppositori – a riconoscere i diritti delle persone che fanno parte dei quilombo, a cercare di riparare in parte il debito inestinguibile che il Brasile ha con il nostro popolo”.

È, invece, fortemente appoggiato da interessi politici del tutto contrari a quelli che sono i quilombolos e le comunità indigene il nuovo candidato, l’esponente di estrema destra – Jair Bolsonaro. L’uomo forte del paese, l’ex capitano dell’Esercito si confronterà il prossimo 28 ottobre con il candidato del Pt,  Fernando Haddad, il leader che ha sostituito Lula nella corsa alla presidenza del Brasile.

Guardando al futuro anche Stefano Liberti è preoccupato: “aumenteranno le tensioni sociali perché le comunità di quilombos hanno delle aspettative e indicazioni che prima non avevano e cercheranno di portare i loro diritti di fronte ad uno stato che ormai li ha riconosciuti e che probabilmente li riconoscerà sempre di meno.”

 

Francesca Lisi

Immagini: COSPE onlus/Terra di Tutti Film Festival

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