inquinamento plastica mare

Più plastica che pesci: qual è lo stato di salute dei mari?

“Se non cambiamo rotta, negli oceani potrebbe presto esserci più plastica che pesci”. Esordisce così, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, durante il suo discorso tenutosi l’8 giugno scorso in occasione del World Oceans Day. Un’affermazione davvero allarmante che rispecchia, però, la grave situazione dei mari dell’intero pianeta.

I dati attuali, infatti, non sono per nulla rassicuranti.

Secondo il dossier “The new plastics economy” presentato dal World Economic Forum (WEF), nel 2018 si conta la presenza di oltre 150 milioni di materie inquinanti in territorio marittimo. Cifra destinata ad aumentare, di questo passo, di 8 milioni ogni anno.  Una previsione per la quale, nel 2050, nei mari ci sarà più plastica che fauna marina.

L’inquinamento oceanico sembra essere una problematica recente. Negli ultimi decenni, la produzione di plastica è progressivamente cresciuta, tant’è che oggi se ne conta  circa 20 volte in più rispetto gli anni Sessanta. Sebben recente, si tratta, però, di un aumento ingombrante. L’Ocean Cleanup Foundation è riuscita, grazie ad un’analisi compiuta su 50 campionature di spazzatura rilevate nell’Oceano Pacifico, a risalire all’età della plastica. Dallo studio è emerso che un rifiuto era datato 1977, sette provenivano dagli anni Ottanta, quattordici dagli anni Novanta, ventiquattro dal 2000 e uno dall’ultimo decennio. Se ancora non siamo riusciti a smaltire i rifiuti del secolo scorso, come si pensa di assorbire il carico, sempre più pesante, di oggi?

come dice lo slogan della Plastic Pollution Coalition, la plastica è una sostanza che la Terra non può digerire. Il tempo stimato affinché la plastica si biodegradi completamente è dai 450 anni in su, un’eternità.

Negli anni, le eccessive quantità di spazzatura e il loro scorretto smaltimento hanno portato al formarsi di vere e proprie isole di plastica, agglomerati di immondizia galleggianti che danneggiano irrimediabilmente il nostro ecosistema, come la famosa Pacific Trash Vortex, discarica galleggiante al largo dell’oceano Pacifico che si estende per un’area che comprende tre volte la Francia.

plastic trash vortex
Fonte: National Geographic

È vero appunto che la plastica non è completamente biodegradabile, eppure la sua continua esposizione al sole permette la sua decomposizione in tanti piccoli frammenti, che poi pesci, mammiferi marini e uccelli scambiano per alimenti.  Secondo uno studio della University of Queensland, pubblicato sul mensile Global Change Biology, il 52% delle tartarughe marine contiene nel proprio stomaco sacchetti di plastica, che vengono sistematicamente confusi da questi rettili per meduse, uno dei principali elementi della loro catena alimentare.

tartaruga plastica
Fonte: Flickr

Paradossalmente, però, l’inquinamento più infido è quello costituito dalle microplastiche. Queste particelle, spesso ingoiate, anche involontariamente, dai pesci e da altri organismi marini, possono essere assorbite dai loro tessuti e, di conseguenza, raggiungere i nostri piatti. L’EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare, è tuttora in fase di ricerca in materia. Ad oggi, infatti, le conoscenze sulla tossicità di micro e nano plastiche è ancora troppo lacunosa per offrire una valutazione scientificamente certa. Il Dottor Peter Hollman, parte dell’equipe dell’EFSA che si sta occupando del tema, afferma che la sempre più intensa presenza di rifiuti galleggianti negli oceani, ha portato alla formazione di una vera e propria “zuppa di plastica”. Zuppa, sì, perché tutto questo miscuglio di particelle finisce direttamente nei nostri piatti: Hollman ha calcolato che ogni porzione di cozze di 225 grammi, contiene mediamente 7 microgrammi di microplastica. Non sappiamo, di preciso, che effetto ha sulla nostra salute, ma è ormai confermato che, con questi molluschi e con il pesce in generale, ingeriamo anche plastica.

È necessario ricordare che il problema dello smaltimento della plastica è solamente uno degli aspetti che contribuiscono a inquinare le nostre acque. L’associazione Slowfish ha suddiviso le attività che più mettono a rischio l’ecosistema marino in:

  • terrestri, in cui vi rientrano l’uso di fertilizzanti e pesticidi da parte di aziende agricole, scarichi industriali, scorie nucleari, acque usate e rifiuti di vario genere che si riversano negli oceani;
  • marine, tra cui spicca l’estrazione di combustibili fossili, la pesca, i trasporti via acqua e, non per ultimo, l’inquinamento petrolifero;
  • emissioni chimiche (tra cui diversi metalli pesanti) presenti nell’atmosfera che, con il vento, ricadono inevitabilmente nelle correnti.

plastica mare uccello

Ripulire gli oceani da ogni forma di inquinamento è un’impresa, già in principio, destinata a fallire. Tuttavia, le soluzioni che si possono adottare per migliorarne le condizioni sono diverse.

Al primo posto, diminuire la produzione, quindi il consumo, di plastica. In questa direzione sono già state prese efficaci iniziative: alcune città hanno già bandito l’uso di bottiglie e sacchetti di plastica, sostituendole rispettivamente con vetro e carta.

Vi è, poi, la necessità di smaltire la plastica già esistente nel modo corretto. Banale, ma importantissimo, è impegnarsi a smistarla nei bidoni giusti e non abbandonarla lungo strade o corsi d’acqua. In Italia, già nel 2015, Legambiente aveva prefissato l’obiettivo “plastica zero in discarica” entro il 2020, strategia per superare al più presto le troppe emergenze riguardanti lo smaltimento del materiale.

Sono state ideate, recentemente, anche soluzioni più innovative, come l’isola riciclata, ovvero un’abitazione galleggiante costruita su e con i rifiuti, l’eco-robot mobile, depuratori che trattengono i rifiuti e rilasciano acqua pulita, il sea chair project, sedie realizzate con la plastica rinvenuta negli oceani, ed infine le imbarcazioni di raccolta, vere e proprie navi della nettezza marina, il seabin project, cestini installabili in porti e zone in cui vi è una particolare concentrazione di spazzatura, in grado di trattenere anche microplastiche fino ai 2 millimetri.

Anche l’Unione europea si è espressa al riguardo. La Commissione ha infatti stabilito i criteri per raggiungere il buono stato ecologico dei mari e, di conseguenza, i comportamenti che dovranno adottare gli stati membri per rispettarli. Le acque europee si trovano in uno stato preoccupante. Il Mar Mediterraneo, a causa del suo bacino semichiuso, è tra quelli più inquinati al mondo e, nel complesso, solo un quinto delle acque europee si può definire in buono stato secondo il Ministero dell’ambiente della tutela del territorio e del mare. Le conseguenze sono molteplici e varie. Nel Baltico e nel Mediterraneo, a causa dell’inquinamento, della pesca e del turismo, si stanno formando zone morte, prive di ossigeno. Nel Mare del Nord la pesca a strascico sta letteralmente distruggendo i fondali marini e il relativo ecosistema.

spiaggia plastica
Fonte: Flickr

Si vedono, purtroppo, ancora in lontananza segnali incoraggianti che mostrino un effettivo miglioramento della situazione oceanica, infatti, come già detto, si tratta di un processo lungo e faticoso.

Tuttavia, l’unione fa la forza. Anche i gesti più semplici, che sembrano addirittura inutili, possono contribuire al benessere del sistema. A partire dalla gestione domestica e dalle nostre scelte quotidiane: una borsa in tela anziché in plastica, l’utilizzo di più prodotti naturali al posto di quelli chimici, seguire diligentemente la raccolta differenziata, e soprattutto,  quando tutto questo sembra noioso, ricordare l’effetto domino. Se i primi a essere colpiti da questa emergenza plastica sono acqua e pesci, gli ultimi saremo proprio noi e una volta che la situazione sarà definitivamente sfuggita di mano, non avremo più vie d’uscita.

 

Annita De Biasi

Questo articolo è parte del Project Work che Annita, studentessa del corso di laurea in Scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani dell’Università degli Studi di Padova, sta svolgendo presso la redazione di The Bottom Up. 

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