Salvini e il nemico

Di fronte all’evolversi sempre più frenetico di questo ventunesimo secolo, la politica è stata necessariamente costretta a reinventarsi.
Alcuni dei suoi protagonisti hanno interpretato lucidamente i cambiamenti tecnologici e culturali della società, traendone vantaggi in termini di consenso. Tra di loro emerge chiaramente Matteo Salvini, il quale ha costruito un tipo di propaganda che si serve dei mezzi di comunicazione più aperti e plurali della contemporaneità, come la rete e i suoi social network e, paradossalmente, utilizzato una retorica che ricorda quella di vecchi regimi ben poco democratici.

Il nuovo Ministro degli Interni ha incentrato la sua carriera politica sull’individuazione di un “nemico” che, di volta in volta, ha assunto caratteri differenti: prima il meridionale, poi l’Europa e l’immigrato. Da sempre strategie simili fruttano ampi consensi, soprattutto in periodi di crisi; i grandi demagoghi infatti indirizzano il rancore di vasti settori della popolazione verso un capro espiatorio che, nella percezione comune, viene indicato come causa principale dei grandi problemi che affliggono la società. Il segretario della Lega si è presentato al suo elettorato come unico leader del partito, costruendo un vero e proprio culto del capo, rafforzato dall’incredibile seguito sul web.

Qui, grazie anche all’aiuto di abili esperti della comunicazione, uno su tutti Luca Morisi, si spoglia di ogni parvenza istituzionale e diviene a tutti gli effetti un influencer: propone sondaggi, risponde ai commenti, lancia slogan, riscrive linguaggi.
Matteo Salvini è attualmente il politico italiano più seguito su Facebook con quasi 3 milioni di likes, a questi numeri si aggiungono i circa 800 mila followers su Twitter e i 49 mila iscritti al canale YouTube dedicato. Ciò è dovuto soprattutto alla sua capacità di saper semplificare la realtà, rendendola accessibile. Questo tipo di comunicazione appiattisce la discussione e consegna ai suoi destinatari un tipo di informazione superficiale ed estremamente sintetica che può lasciare spazio a distorsioni della realtà: una percezione errata dei fatti finisce così per imporsi sulla verità.

Il rapporto Eurispes del 2018 sulla percezione dell’immigrazione in Italia conferma questa tendenza: soltanto il 28% degli italiani sa che l’incidenza degli stranieri in Italia è pari all’8% della popolazione, per il 35% gli immigrati costituirebbero il 16% della popolazione, per il 25% addirittura il 24%. Solo il 31% valuta correttamente la presenza di immigrati di religione islamica, che si attesta al 3% circa.
La comunicazione praticata anche da Salvini decreta così il trionfo dell’informazione decontestualizzata, che acquisisce senso in quanto tale ed è in grado di arrivare alla pancia di un determinato pubblico, portando con sé una logica nichilistica, che annienta il passato, la ragione, la credibilità storica del discorso politico, e finisce per rendere la coerenza, che nel confronto tra presente e passato trova la sua ragion d’essere, un valore inutile nella determinazione degli equilibri elettorali.

Fonte: Today.it

E’ per questo che il sopracitato Matteo Salvini può permettersi, senza perdere consensi, anzi, di trasformare un movimento secessionista quale era la Lega Nord in un partito sovranista che strizza l’occhio ai mai sopiti afflati fascisti italiani o di criticare gli Stati dell’Unione Europea contrari alla modifica delle quote per la ridistribuzione dei migranti per poi elogiare le politiche dei paesi del Visegrad, su tutti quella ungherese del premier Orban, quando sono proprio questi ad opporsi più strenuamente alla modifica delle norme sull’accoglienza.

Il nuovo Ministro degli Interni ha plasmato una nuova politica, da una parte camaleontica, liquida, svincolata da ogni schema valoriale fisso e dall’altra, come detto a inizio articolo, basata sull’individuazione perpetua di un nemico nuovo. La seconda caratteristica fu propria dei regimi totalitari che, coerentemente con il loro portato ideologico, individuavano di volta in volta un nuovo nemico. La prima, di caratteristica, invece nega l’esistenza di un’ideologia, di un insieme di valori sul quale fondare una politica, ma non nega la possibilità di costruire mediaticamente un nemico nuovo percepito come impedimento alla realizzazione di obbiettivi che, non più vincolati a ideali superiori, vengono modificati a seconda delle esigenze.
Queste ultime vengono rappresentate dal Ministro e dai suoi collaboratori come scontri tra due opposti interni alla popolazione, scontri nei quali Salvini si pone a difesa degli interessi di una parte.

Questo meccanismo ha fatto un passo avanti dal momento della formazione del governo a cui avrebbe fatto seguito, secondo molti, una perdita di consenso verso la Lega, nel suo istituzionalizzarsi. Al contrario, Salvini è riuscito a porsi non più solo come difensore dell’interesse di una parte della popolazione, ma dell’Italia intera, finendo per identificarsi sempre di più nella nazione, così che ogni attacco dalle controparti appare oggi non come una critica al suo operato ma all’interesse stesso degli italiani. Ecco che le accuse di razzismo, xenofobia, fascismo provenienti soprattutto dalla sinistra non fanno altro che aumentare le percentuali della Lega, intaccando quelle del PD, incapace di rinnovarsi, e portando ai minimi quelle di Liberi e Uguali . La tendenza a delegittimare il rivale è quasi naturale in politica, tanto che il giurista Carl Schmitt arrivava a definire il “Politico” come la pratica di individuazione di un nemico. Nell’Italia post-bellica i partiti erano impegnati soprattutto a screditare direttamente la propria controparte ideologica, andando a coglierne le contraddizioni; Matteo Salvini, invece, recupera gli strumenti propagandistici e retorici dei totalitarismi per costruire artificialmente un nemico interno alla società civile, un nemico privo di velleità politiche e ideologiche.

Egli si serve dei già citati mezzi di comunicazione per attaccare subdolamente un certo obbiettivo, non tanto per minacciare l’uso della forza quanto piuttosto sviluppando il pregiudizio e un nuovo senso comune esclusivo e fortemente identitario, alimentato con dichiarazioni quotidiane – giusto per fare qualche esempio: “finita la pacchia per i clandestini” o “faremo un nuovo censimento rom, gli stranieri irregolari andranno espulsi, quelli italiani purtroppo dobbiamo tenerceli”.
Il fatto che queste dichiarazioni, così forti e minacciose, consolidino il suo potere è il sintomo del carico di risentimento che la crisi degli ultimi anni ha alimentato nel popolo italiano, in primis nella sua classe media, un risentimento che il leader leghista  è stato in grado di sfogare, a suo vantaggio, verso determinate parti della popolazione. Oggi, date le condizioni sopracitate, Matteo Salvini gode di una libertà politica potenzialmente sconfinata, che ha nella Costituzione e nel buon senso i suoi unici limiti, ma che, non avendo un’ideologia di fondo, trova nell’individuazione di un nemico la sua unica ragione d’esistere.

 

Giacomo Buldrini

 

Foto in copertina: giornalettismo.com

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