Riace, dove la buona accoglienza inizia a fare paura

Se questa che sto per raccontare fosse una favola, quasi certamente, inizierebbe così: C’era una volta il Paese dell’accoglienza, come le persone erano solite chiamarlo. Un piccolo borgo incastonato nell’Aspromonte, a pochi chilometri dal mare. Un luogo dove tutti, italiani e stranieri, vivevano in pace e armonia gli uni con gli altri. Il dialetto ruvido della gente del posto si mescolava con lo swahili, l’hausa, lo yoruba e decine di altre lingue afro-asiatiche. Il “Capo” di questo paese aveva difeso con forza l’idea di (ri)creare una comunità dove tutti potessero sentirsi a casa propria, senza distinzione di razza, religione o colore della pelle.

Questa, però, non è una favola. Ci troviamo a Riace e, anche qui, l’aria sta cambiando.

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Per arrivare a Riace, provincia di Reggio Calabria, si deve percorrere la Statale 682 Jonio-Tirreno. Un nome che già di suo contiene una buona dose di fatalità. Il mare, in questo caso i mari, hanno finito per rivelarsi, infatti, come un amaro destino per i suoi abitanti. Per chi c’è nato, e per mancanza di lavoro se n’è dovuto andare, ma soprattutto per chi a Riace è arrivato con un barcone mezzo sgangherato. Dopo giorni di traversata e con il mare grosso. Il primo impatto, girando fra quei vicoli stretti, è di un melting pot di culture da far invidia a Israel Zangwill e alla sua New York di inizi ‘900.

Visto l’infuocato dibattito che, in questi giorni, ruota attorno all’opportunità, o meno, di accogliere i migranti in Italia, non vedo altra scelta che andare a controllare di persona cosa rimane del progetto voluto dal Sindaco Domenico Lucano. Vorrei cercar di capire quanto sia realmente possibile la convivenza fra persone, all’apparenza, così diverse. Tastare il polso, come si dice in gergo, dei riacesi. Raccogliere i vari punti di vista, proprio mentre la nave Aquarius con il suo carico di essere umani cerca un “porto sicuro” nel quale attraccare. Parlare anche con chi quel “viaggio della speranza lo ha già fatto.

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Il bar, nella piazza principale del paese, fa proprio al caso mio. Come era prevedibile, l’argomento del giorno è proprio la sorte della nave dell’ONG italo-franco-tedesca SOS Mediteranée e dei suoi occupanti. A tenere banco è un imprenditore del posto che non riesce a trattenere il suo disappunto per l’attuale stato di cose. “Io pago le tasse, ma loro hanno più diritti di me”, sbotta. “Va bene aiutarli, aggiunge, ma sono troppi e non siamo in grado di farlo”. Invano, un ciclista venuto da Milano apposta per omaggiare con un piccolo cadeau il lavoro svolto dall’amministrazione comunale, cerca di tenergli testa.

Seduto al tavolino a fianco al mio c’è Daniel, un ragazzo originario dell’Africa subsahariana che da anni vive a Riace e, a detta di tutti i presenti, “lavora dalla mattina alla sera”.  Così il signore che fino ad un attimo prima si lamentava perché “quelli come lui non fanno niente” è costretto a fare marcia indietro. Ammettere che ai braccianti della Piana di Gioia Tauro andrebbero offerte migliori condizioni di vita ed un salario più dignitoso. Quei 0,50 € a cassetta di arance o 1 € per quelle di mandarini, come mi spiega Daniel, sono un’offesa alla dignità umana. “Per guadagnare 20/30 euro eravamo costretti a lavorare anche 12 o 14 ore al giorno. Dovevamo togliere con le forbici tutti i gambi per mettere più frutta nelle cassette. Fare una fatica immane per trasportale dal campo al camion. Nella baraccopoli, poi, non ci sono bagni e quando si alza il vento l’aria diventa nauseabonda”.

Gli animi, anche se solo per pochi secondi, si placano quando arriva un Consigliere di maggioranza che vuole rimanere anonimo. A parer suo, è a monte che il sistema non funziona. “Questi ragazzi partono pieni di speranze che poi verranno, inevitabilmente, tradite. Durante gli scontri di qualche anno fa, mi dice, i carabinieri hanno accusato me di aver incitato i ragazzi”.

È una questione politica, ammette, Riace è una realtà scomoda. “Svilisce tutti gli altri progetti d’accoglienza. La nostra amministrazione è sempre stata contro l’assistenzialismo fine a sé stesso. Tutti devono contribuire, con la propria attività, al benessere della comunità”. Prima di andarsene, mi saluta con l’auspicio di riuscire a portare avanti questo progetto anche se, secondo lui, le condizioni stanno venendo meno.

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Con il tempo, infatti, l’aria da queste parti sembra essersi fatta pensante. È a rischio il meccanismo che, per anni, ha scongiurato quella che gli americani chiamano Salad Bowl, l’insalatiera. Un approccio all’immigrazione, tanto per intenderci, che mette insieme persone di diverse culture, come in un’insalata appunto, ma senza “fonderli” tra loro. Non ho le prove di quanto sta accadendo a Riace, se non qualche testimonianza. Capisco, però, che il momento politico non è affatto buono perché ho chiesto un’intervista all’Associazione “Città Futura”, ma senza successo. La paura, mi sembra di capire, è quella di subire ritorsioni e non riuscire più ad aiutare tutti questi ragazzi.

Stress, invece, è la parola che sento ripetere come un mantra da quando sono qui. Questa condizione mentale, che sta contagiando un po’ tutti i migranti, è dovuta al fatto che da nove mesi i soldi destinati all’accoglienza non arrivano più. A dirmelo è una signora pakistana, dai modi graziosi. Da due anni è mezzo ha aperto un laboratorio artigianale, anche se a Islamabad lavorava come marketing manager. Poi l’accusa di “Karo-Kari, letteralmente “donna corrotta”, e quindi la fuga. “Per arrivare in Olanda, io e mio marito, ci abbiamo quasi quattro anni. Ho solo brutti ricordi di quel periodo”, mi confessa. “Dopo la morte di uno dei nostri due bambini abbia deciso di venire in Italia.”

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Anche la storia di Rosy, che è arrivata dal Camerun due anni fa, è a dir poco travagliata. Lei, i figli li ha quasi visti morire quando il gommone su cui viaggiavano si è ribaltato a largo della Libia, da dove si erano imbarcati. Questa donna possente, dalla pelle scura come l’ebano, non ci ha pensato due volte. Si è buttata in acqua, si è fatta largo fra i corpi degli altri naufraghi e li ha riportati a galla. Il più grande dei due porta ancora i segni dell’elica del motore ben visibili sul braccio. È solo grazie all’umanità del Sindaco, che ha permesso l’operazione, se oggi è sano e salvo.

Rosy adesso lavora con Angela, una ragazza del posto, nel suo laboratorio tessile. Uno di quelli di una volta, con quei grandi telai in legno. In Camerun gestiva un piccolo negozio di vestiti usati, con il quale tirava su poco o niente. Mentre parliamo Bairan, un anziano signore turco che vive a Riace da sette anni, inizia a distribuire caramelle all’anice e la piccola bottega comincia a riempirsi di bambini. Sono i figli di Rosy e di Shimel, una sua connazionale. È lei a dirmi che le cose, ultimamente, sono peggiorate. Che la gente è stressata, appunto, e che i soldi non arrivano più.

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Prima Riace era bellissima, mi dice. “Adesso è diventata un incubo”. In braccio tiene un batuffolo di appena un anno che si chiama Gabriele. Shimel fa l’operatrice sociale, in pratica si occupa dei bisogni di chi, come lei, ha lasciato tutto per cercare fortuna in Europa. Appena Shimel si interrompe, Angela butta a terra un tappeto che ha appena finito di realizzare. “Mi dicono di non scrivere più “Peace” sulle cose che facciamo, perché qui la pace non c’è”.

Angela e Rosy sono diventate l’una la famiglia dell’altra. “Il Natale, mi dice, lo abbiamo passato insieme e il mercoledì, giorno di chiusura, ce ne andiamo a passeggiare insieme o a fare shopping al centro commerciale.” Rosy vorrebbe che Matteo Salvini venisse a Riace a vedere come funzionano le cose da queste parti. Il clima si fa subito incandescente. Lo sfogo, però, dura poco, la discussione si sposta sul momento delicato che sta vivendo il Camerun. “Da qualche mese a questa parte si è riacceso la tensione fra la comunità francofona e quella anglofona. Uno scontro, sottolinea Shimel, che si sta esacerbando, fino a diventare armato, soprattutto nelle università”.

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“È sempre stato così. In Camerun chi studia nelle scuole inglesi trova subito lavoro”. È per questo, mi dice, che sua madre ha scelto per la sorella una scuola inglese. Vorrebbe evitare di veder partire verso l’Europa anche l’altra figlia. A questo punto, Rosy attacca le politiche economiche del Governo di Yaoundè, mentre Shimel cerca strenuamente di difendere quello che lei chiama “il suo Presidente”. Scopro, quindi, che a quanto pare anche all’interno della stessa comunità francofona ci sono attriti. Saluto ed esco dalla bottega di Angela e Rosy. Prima di andarmene, però, le ragazze ci tengono a dirmi che sono venute qui per lavorare, non per vivere sulle spalle degli italiani.

Mattia Bagnato

[Tutte le fotografie sono state scattate dall’autore]

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