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Referendum sull’aborto: aria di cambiamento in Irlanda?

“Qui non si fa il processo a una donna, dottore: si fa il processo a tutte le donne. Ho quindi il diritto di rovesciarlo su di lei, dottore: la maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. È una scelta cosciente, e non voleva uccider nessuno. Era lei che voleva ucciderla, signor dottore, negandole perfino l’uso del proprio intelletto. Perciò dentro  la gabbia dovrebbe starci lei, e non per mancato soccorso a miliardi di stupidi spermatozoi bensì per tentato donnicidio. L’accusata non è colpevole.”

Lettera ad un bambino mai nato, Oriana Fallaci.

Tra tutti i paesi dell’Unione Europea, dall’Italia alla Svezia, dalla Croazia all’Ungheria, dall’Estonia alla Bulgaria, solo in Irlanda e a Malta non è consentito l’aborto. In questi due paesi, al di fuori dei limitati confini di ciò che è consentito dall’attuale legge, chiunque procuri o aiuti una donna a procurarsi un aborto, rischia una condanna fino a 14 anni di carcere.

Ma soffia un vento di cambiamento nella Repubblica d’Irlanda che, dopo aver legalizzato, a piena maggioranza, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, chiama i proprio cittadini ad esprimersi per  un altro importante referendum il 25 maggio: la questione in gioco, questa volta, è l’abrogazione dell’ottavo emendamento, quello che appunto vieta l’aborto nel paese. Lo aveva già annunciato, il 30 gennaio, il Primo ministro Leo Varadkar, descrivendo la scelta “una decisione difficile da prendere per il popolo irlandese” a proposito di una delle leggi più severe in materia di interruzione di gravidanza e in Paese fortemente cattolico.

Il quesito referendario chiederà agli elettori se vogliono o meno mantenere l’articolo 40.3.3 della Costituzione, in base al quale la vita di una madre e del suo bambino non ancora nato sono da considerarsi uguali. Non è consentita, a causa di tale legge – introdotta nel 1983 – l’interruzione anticipata della gravidanza né in caso di stupro, né di incesto e né in presenza di un’anomalia del feto. Se gli elettori dovessero esprimersi contro l’ottavo emendamento (votando sì), passerà nelle mani del parlamento irlandese la responsabilità di emanare una nuova legge: il Ministro della salute, Simon Harris, stilerà una serie di progetti che dovrebbero prevedere la possibilità di abortire fino a 12 settimane dal concepimento.

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Dal “Caso X” alla morte di Savita Halappanavar

La prima breccia nel muro di silenzio c’è stata nel 1992, quando una quattordicenne, rimasta incinta a causa di uno stupro, tentò di recarsi in Inghilterra per interrompere la gravidanza. Alla giovane che minacciava il suicidio, in quello che divenne noto come Caso X, il governo irlandese impedì di viaggiare fuori dal paese, ma la decisione fu poi rovesciata dalla Corte Suprema che introdusse un principio: se vi è pericolo per la vita della madre, l’interruzione può essere consentita. Vent’anni dopo, la storia di Savita Halappanavar ha riaperto la discussione.  È il caso di una dentista di 31 anni, morta nel 2012 a causa delle complicazioni di un aborto settico alla diciassettesima settimana di gestazione. Alla richiesta della paziente di interrompere la gravidanza, per complicazioni sulla propria salute, seguì la negazione dell’intervento da parte dell’equipe medica che non aveva diagnosticato l’infezione e non la riteneva in pericolo di vita. In seguito all’ondata di  indignazione pubblica, nel 2013, fu promulgato il Protection of Life During Pregnancy Act, una legge che consente l’aborto, seppur limitatamente, nei casi in cui la vita della madre è a rischio sia per una minaccia di suicidio, sia per causa derivante da una condizione di salute fisica.

“Non possiamo esportare i nostri problemi e importare le nostre soluzioni”, ha affermato qualche mese fa il Premier Varadkar. Dal  1980 al 2016, stima il Ministro della Salute Harris, almeno 170 mila donne irlandesi si sono recate all’estero – soprattutto in Gran Bretagna e in Olanda – per abortire. Molte di esse hanno inoltre fatto ricorso a pillole abortive comprate online da fonti estere senza nessuna assistenza medica, esponendosi così a ulteriori pericoli.

L’aria che tira a Dublino

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“A woman you love could need your yes”, si legge nei manifesti per le strade irlandesi. Secondo uno studio effettuato da IPSOS in collaborazione con il quotidiano nazionale Irish Times, è avventato parlare di una vittoria certa del Sì. Nonostante il 63% della popolazione sia a favore di una legge che promuova una maggiore regolamentazione per legalizzare l’aborto, secondo il sondaggio, gli indecisi e chi non si recherà alle urne rimangono rilevanti.

Raccolte firme ed eventi di sensibilizzazione sono stati organizzati in tutto il Paese dai vari gruppi pro – choice con lo slogan “Together for Yes”, a cui si è unita anche Amnesty International. Tra gli argomenti salienti della campagna per il Sì c’è quello di ottenere l’aborto libero, legale e gratuito. La discriminazione economica è un nota non di poca rilevanza: di fatto è impossibile abortire per chi non può permettersi di volare all’estero. Anche Leo Varadkar, leader del partito Fine Gael – formazione di centro destra liberale – ha sostenuto la campagna referendaria a favore dell’interruzione della gravidanza. Come Varadkar anche il partito repubblicano Fianna Fáil ha dato libertà di voto sull’argomento e lo stesso hanno fatto gli indipendentisti di Sinn Féin, con la precisazione che la futura legislazione limiti il diritto di aborto entro le 12 settimane di gestazione. Stessa linea per i laburisti che sostengono anche le interruzioni nei casi di anomalie fetali. “Solidarity” e “People before profit”  supportano la scelta della donna difendendo il diritto di abortire anche se esercitato in ritardo. Per il Partito dei Verdi via libera all’aborto senza restrizioni fino a 12 settimane e con scelta di un medico per interruzioni successive. La maggior parte del partito socialdemocratico sostiene la possibilità di abortire nel primo trimestre di gravidanza. Infine, l’Alleanza Indipendente non ha espresso alcuna posizione ufficiale e i suoi esponenti sono divisi fra i due fronti.

I principali partiti, dunque, si sono schierati per dare avvio ad un procedimento parlamentare di riforma capace di includere nell’ordinamento irlandese la possibilità di abortire: chiamano i cittadini ad interrogare le le coscienze e rispondere liberamente. E tornano in mente, ancora una volta, le parole della Fallaci e l’impressione è che, guardando da (non troppo) lontano, si stia per assistere ad un voto che svelerà il grado di laicità del paese.

“Ma a chi serve un bambino che muore e una mamma che rinuncia ad essere mamma? Ai moralisti, ai giuristi, ai teologi, ai riformatori? Ho peccato istigandoti al suicidio e uccidendoti, oppure ho peccato attribuendoti un’anima che non possedevi? Anche la coscienza è fatta di molte coscienze. Io sono ciò che ciascuno di voi mi ha detto (…) e solo chi si strazia nelle domande per trovare risposte, va avanti”.

  Francesca Lisi

 

Tutte le fotografie sono state scattate a Dublino nella primavera 2018 da Alicia Romera.

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