Minori stranieri, meglio soli che male accompagnati?

C’è qualcosa di paradossale in tutta questa storia, mi dice Valerio Cavaliere. “Un aspetto che colpisce più di ogni altro. Ed è la preoccupante necessità di mettere nero su bianco che i minori stranieri non possono essere respinti”. Come se il buon senso non fosse già sufficiente a proteggerli da questa eventualità. Perché prima di essere stranieri, appunto, sono dei minori e in quindi esposti ad una condizione di estrema vulnerabilità almeno quanto i loro coetanei europei. Ai quali, di sicuro, la polizia francese di frontiera non si sognerebbe mai di modificare l’età. Cosa che a questi giovani migranti, invece, è accaduto spesso – come ha stabilito una sentenza del Tribunale di Nizza.

Valerio oltre che un blogger è un esperto di migrazione. Dal suo sito cerca, da anni ormai, di mettere ordine nel marasma di statistiche e fredde percentuali che ruotano a torno ai grandi movimenti migratori che stanno interessando il mar Mediterraneo. Dietro ai quali si celano, non solo metaforicamente, uomini e donne ma soprattutto bambini. Quest’ultimi, sempre più spesso soli, viaggiano stipati dentro barconi fatiscenti, nascosti sui camion diretti al porto di Ancona o nei treni per l’Austria. In balia del mare in tempesta, del deserto infuocato e di trafficanti senza scrupoli.

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A suo modo di vedere la Legge Zampa sui minori soli non accompagnati, recentemente approvata dal Parlamento, contiene tutte le misure necessarie. Ha modificato e reso più efficaci le procedure per l’accertamento dell’età dei MSNA, l’attribuzione dello status di rifugiato e, cosa più importante, ha ridotto ad un’unica tipologia i permessi di soggiorno specifici per i minori. “Il problema semmai è che questa non ha saputo incidere sulle condizioni di accoglienza. In primis, perché non tutte le disposizioni vengono applicate. In secondo luogo, per la carenza di strutture adeguate ad accogliere i MSNA, offrire loro gli strumenti necessari al superamento dei traumi e una reale integrazione”.

Un dettaglio non da poco conto per chi, ancora adolescente, sogna un futuro migliore ma non può contare sulla propria famiglia. Così il destino di questi ragazzi, di solito tra i 14 e i 17 anni, si ingarbuglia drammaticamente. Secondo Diego, operatore Intersos a bordo delle navi della Guardia costiera, “se non hai la fortuna di ottenere una buona accoglienza, in Centri ben gestiti, compiuti 18 anni e 6 mesi iniziano i veri problemi. Fuori dal circuito SPRAR e senza documenti dovranno ricominciare tutto da capo. Con la differenza di non poter contare sulla protezione internazionale”.

Sogni appesi al Baobab (Experience)

“È la schizofrenia del sistema, mi dice Valeria Patacchiola dell’ARCI di Rieti. Finché sono minorenni il circuito SPRAR riesce a prendersi cura di loro. Poi, appena compiono 18 anni, come se nulla fosse diventano improvvisamente adulti”. Il loro Centro è molto piccolo e può supportare solo pochi ragazzi. Un giorno uno di loro, probabilmente preoccupato delle prospettive future, è scappato. Nemmeno il tempo di finire l’iter burocratico per l’ottenimento della protezione internazionale. Valeria crede che abbia provato a raggiungere la madre in Francia.

La situazione, mi spiega ancora Diego, è cambiata radicalmente nel 2015. “Fino ad allora, infatti, si era assistito ad una migrazione “normale”, come la definisce lui. Da quel momento in poi, invece, l’età dei migranti sbarcati in Sicilia si è abbassata drasticamente e la percentuale dei minori sul totale della popolazione migrante ha raggiunto anche il 30 – 40%. Il che significa che a dicembre 2017 sull’isola erano rimasti circa 7.988 MSNA su un totale di 18.303”. Numeri alti, ma non così tanto da far temere un’emergenza, ci tiene a precisare. “A maggior ragione, se consideriamo i 150.000 minori italiani che in Sicilia vivono in uno stato di povertà simile. Ragione per cui l’Unicef, dopo cinquant’anni, ha deciso di tornare in Italia con specifici programmi di Child protection”.

“L’Italia e la Sicilia in particolare, continua Diego, sono da sempre considerate luoghi di migrazione per antonomasia, proprio perché terre di confine”. Tappe obbligate, per chi scappa da guerre e carestie, e tutto sommato economiche rispetto ad altre – afferma un Rapporto Unicef del dicembre 2016. “Alle autorità, mi dice, è convenuto tenerli sull’isola e approfittare della spiccata cultura dell’ospitalità di questa gente. Così, nel giro di poco tempo, con le altre ONG presenti abbiamo creato qualcosa di molto simile ad un network dell’accoglienza. D’altronde, più del 40 per cento dei MSNA si trovano proprio qui. Subito dopo viene la Calabria che ne ospita appena il 2 per cento”.

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L’albo ufficiale dei tutori realizzato dall’ARCI di Siracusa è sicuramente l’esempio più lampante. Senza tutori, infatti, questi ragazzi non posso accedere alla protezione internazionale. “Un lavoro enorme e di grande importanza. Che almeno lì ha messo fine a quella deprecabile prassi di affidare ai Sindaci le sorti anche di 20 – 30 MSNA per volta senza averli incontrati nemmeno una volta.

Rimangono, però, tutta una serie di problematicità che ad un anno di distanza non si è ancora riusciti a superare. Prima fra tutte, quella relativa ai tempi d’attesa per ottenere i documenti, che secondo la Legge Zampa non dovrebbero superare i 30 giorni. “Per un minore che chiede protezione però, ha detta di Diego, in Sicilia ci vogliono anche 18 mesi. Un lasso di tempo enorme, che si trasforma in un limbo, durante il quale questi ragazzi non possono fare nulla. Colpa del Trattato di Dublino III che, per chi vuole raggiungere il nord Europa, trasforma l’Italia in una prigione”.

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Le cose non vanno meglio nemmeno oltre il Rubicone. “In Emilia Romagna, una delle poche ad avere un Hub regionale di primo approdo e smistamento le irregolarità sono all’ordine del giorno”, mi dice Maria Vittoria di Rugees Welcome Italia. “Dentro all’Hub di Via Mattei ci sono famiglie con bambini piccoli e moltissimi MSNA e ti assicuro che non è un posto adatto a loro, mi dice”. Ci restano così tanto tempo da diventarci maggiorenni. Nessuno si preoccupa di fargli i documenti finché sono ancora minorenni, finendo per perdere tutte le tutele che la legge gli garantirebbe”.

Meglio scappare allora, di nascosto come fanno i ragazzini egiziani che una volta fuori, però, rischiano di essere sfruttati nei mercati ortofrutticoli. O fingersi maggiorenni, come nel caso delle ragazze nigeriane prede facili del racket della prostituzione. Una prassi ormai consolidata, quella della fuga dai centri per MSNA. Ad oggi, infatti, secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sarebbero circa 5828 gli irreperibili. Prodotto della sospensione delle relocations e di un meccanismo di family link troppo lento e complesso. Al quale si può accedere solo se si ha un parente prossimo (minimo di secondo grado) con il permesso di soggiorno, un lavoro e un contratto di affitto.

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“Così, ha detta di Valentina Murino responsabile di Intersos24, tanti di loro entrano dalla porta ed escono dalla finestra. Molti altri, però, dentro agli SPRAR non ci passano nemmeno”. Sono i c.d. MSNA transitanti. “Il loro progetto è quello di raggiungere amici e parenti fuori dall’Italia”. “Si fermano a Roma al massimo 3 o 4 giorni, mi spiega, e poi proseguono per Ventimiglia con la speranza di oltrepassare il confine”. Per farlo, in molti si affidano ai trafficanti che si “premurano” di comprargli biglietti Flexibus molto economici e trattengono per loro la differenza.

Una volta raggiunta la frontiera, però, sembra che i problemi per loro siano tutt’altro che finiti. Aspettano il treno che per la Francia ma i confini sono completamente bloccati, mi dice Diego. “L’unico varco è in prossimità di un bosco, nei pressi di Ventimiglia. Una volta arrivati lì, scoprono presto la brutalità della polizia francese che non esita a tagliargli le scarpe e rimandarli indietro”. Tutte le frontiere europee sono in queste condizioni, mi conferma Valerio Cavaliere. Nel mezzo ci sono loro, questi migranti bambini, che non posso più andare né avanti né indietro. Cresciuti in fretta dentro ai Centri d’accoglienza per minori e diventati adulti da giorno all’altro. La più grande sfida per il futuro, mi dice Diego, sarà capire cosa fare di questi ragazzi una volta compiuti 18 anni.

Mattia Bagnato

 

[Tutte le fotografie pubblicate nell’articolo sono dell’autore]

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