Quarant’anni di legge Basaglia

Ne La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, Franco Basaglia scriveva:

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([…]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.”

Era il 1964, Basaglia dirigeva l’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove stava muovendo i primi, incerti passi il rivoluzionario approccio che avrebbe portato, esattamente quattordici anni dopo, all’approvazione della legge 180 1978 in materia di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Passata alla storia come “legge Basaglia”, ha sancito la chiusura dei manicomi (nel 1978 gli ospedali psichiatrici pubblici in Italia erano ben 98), ridefinito l’idea di pericolosità sociale, regolamentato il TSO e restituito il diritto di cittadinanza alle persone con disturbi mentali, riconoscendo loro di essere molto più della loro malattia o fragilità. Di essere soggetti attivi, impegnati ad autodeterminarsi con dignità. “Semplicemente”, di essere umani. Umanità che era stata loro a lungo negata, prima dalla legge Giolitti del 1904 che sanciva il legame tra pericolosità sociale e malattia, poi dal Codice Rocco del ventennio fascista, che obbligava a iscrivere i pazienti nel casellario giudiziario.

parma, 1968. la camicia di forza
fonte:lavorculturale.org

A quarant’anni di distanza, il bilancio complessivo sembra indicarci che la strada da percorrere è ancora lunga: enormi le disparità territoriali, troppo lenta la costruzione di una rete di servizi pubblici alternativi agli istituti manicomiali, come i Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), nonostante gli accessi di utenti psichiatrici siano stati più di 800mila nel solo 2016, secondo il Rapporto sulla salute mentale reso pubblico dal Ministero della salute. I continui tagli alla spesa sanitaria minano il diritto alla cura, affaticando proprio quei servizi territoriali su cui tanto aveva investito Basaglia. E lasciano sole le famiglie, sulle cui spalle grava il peso maggiore. Chiaramente, la mancanza di assistenza rischia di acutizzare la sofferenza e l’isolamento di malati e familiari. Parallelamente, il ricorso spesso massiccio a terapie farmacologiche e alla contenzione ci testimonia della pervasività di una logica contenitiva che riduce la persona con disagio psichico a problema da gestire, azzerandone l’autonomia. Anche se ha meritoriamente eliminato l’elettroshock – che, per la cronaca, fu introdotto dagli italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini – la legge 180 non vieta, di fatto, l’utilizzo della contenzione meccanica, giustificata ricorrendo allo “stato di necessità”. Il che può spalancare le porte ad una pericolosa zona grigia, fatta di abitudine, burocratizzazione, meccanica routine.

A tal proposito, è utile la visione – dolorosamente lucida e fredda, sfiancante ma fondamentale – del film 87 ore di Costanza Quatriglio sugli ultimi giorni di vita del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni, detto Franco, morto il 4 agosto 2009 per contenzione nel reparto psichiatrico di un ospedale pubblico a Vallo della Lucania, solo, senza mai essere stato visitato, nutrito o lavato. O ancora, il web-doc Matti per sempre realizzato da Maria Gabriella Lanza e Daniela Sala per “indagare che cosa sopravvive dell’istituzione abolita nel 1978”, come si legge nella home page del progetto, arricchito da molti racconti di ex pazienti. Sugli ex OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiusi definitivamente solo nel 2015, c’è Lo stato della follia di Francesco Cordio.

www.la stampa. it

http://www.lastampa.itCertamente, chiudere i manicomi non è bastato. Tuttavia, lo spirito e la visione antropologica che hanno animato la legge Basaglia rimangono più che mai attuali, come ricorda l’ex senatore Luigi Manconi in un articolo pubblicato da L’Espresso. Una conquista dal valore inestimabile, che dovrebbe spingerci a continuare a problematizzare l’idea stessa di malattia mentale, a riflettere sulle radici del disagio psichico e sulle sue rappresentazioni sociali.

Un’eredità che è stata raccolta anche al di là del Mediterraneo, nei paesi dell’Africa Occidentale, dove da più di trent’anni Grégoire Ahongbonon, nigeriano, è impegnato nella liberazione e cura di persone affette da disturbi mentali. Soprannominato il “Basaglia d’Africa”, Grégoire è testimone della disumanizzazione che circonda la “pazzia”, considerata spesso contagiosa: catene, abusi, emarginazione sociale e tortura. In occasione del quarantennio della 180, sarà ospite a Udine all’interno del Festival vicino/lontano domenica 13 maggio.

Soprattutto, le idee basagliane hanno un potenziale applicativo che non si esaurisce all’ambito della salute mentale. Tornando all’estratto in apertura, nelle parole dello psichiatra veneziano echeggiano le influenze dell’antipsichiatria, del pensiero di intellettuali come Sartre, Fanon, Goffman e, non da ultimo, Foucault, di una profonda critica dell’istituzione totale, che attraverso il controllo pervasivo dei corpi mortifica, fino ad annullarla, la dignità umana.

In Italia i manicomi – almeno formalmente – non esistono più, ma esistono le carceri, i Cpr e gli hotspot, luoghi all’interno dei quali il rischio di spersonalizzazione e alienazione è altrettanto elevato. Sono trascorsi quarant’anni, ma è indubbio che si dovrebbe fare tesoro dei temi cari a Basaglia: la libertà, la partecipazione e il rafforzamento delle proprie capacità, l’incontro autentico con l’umanità dell’altro, anche nelle relazioni apparentemente asimmetriche – come quelle di cura, o, appunto, dell’accoglienza – proprio perché non si cronicizzino in rapporti di dominio e violenza, tanto più insidiosi perché legittimati dall’autorità di cui l’istituzione è rappresentante.

Quindi, nonostante tutte le difficoltà, e forse anche per queste, così umane, buon anniversario legge 180!

Martina Facincani

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