Il giro del mondo in 4 notizie #27

Gentili lettori,

Bentornati alla nostra rassegna settimanale della stampa estera! 

Oggi cominciamo dalla Corea del Sud, dove il presidente Trump vuole ridurre in modo significativo l’impegno delle forze USA, andiamo poi in Giappone con un lungo reportage sul fenomeno delle famiglie in affitto, per poi sfatare un mito gastronomico made in Svezia e concludere con una riflessione difficile sul problema della misoginia radicale e di chi pensa di curarla con il sesso. E poi, tutti insieme a fare castelli di sabbia!

Buona lettura!

Quick et nunc

Attualmente il contingente americano nella Corea del Sud conta 28.500 soldati. Ancora prima che arrivi il momento dei colloqui con Kim Jong-un, Donald Trump sta ordinando al Pentagono di studiare opzioni per ridurre la presenza di truppe statunitensi nella penisola. Un obiettivo su cui è sempre stato piuttosto determinato, sostenendo che gli Stati Uniti non ricevono adeguate compensazioni per il loro aiuto, che stanno principalmente proteggendo il Giappone, e che decenni di presenza americana nell’area non hanno comunque impedito alla Corea del Nord di sviluppare armi nucleari. Ultimamente le negoziazioni con la Corea del Sud su come condividere i costi della forza militare si sono fatte tese; alla fine del 2018 scade un accordo che vede la divisione a metà delle spese, mentre Trump vorrebbe che la Corea pagasse per tutto.

Dagli anni novanta a oggi, il dispiegamento di truppe si è comunque già ridotto di circa due terzi, mentre l’esercito della Corea del Sud è diventato una forza di primo livello. Nel caso di Trump, oltre che apparire come una sua personale ossessione, il ritiro delle truppe americane gli sarebbe molto utile per far contenti i suoi elettori e risparmiare risorse. La situazione genera preoccupazione: il Pentagono è preoccupato che le pretese di Trump possano rovinare l’alleanza con la Corea del Sud e che il suo entusiasmo per i negoziati con il leader nordcoreano lo spinga a fare concessioni come la riduzione delle truppe; il governo sudcoreano insiste che una pace con i vicini non eliminerebbe la necessità di forze americane sul territorio. Siamo in una situazione rovesciata rispetto alla tensione prima delle Olimpiadi invernali di Pyongyang: allora si temeva che Trump volesse attaccare la Corea del Nord scatenando una guerra globale nucleare; ora invece tra un po’ li troveremo a cena a lume di candela. Deciditi, Donald!

Trump Orders Pentagon to Consider Reducing U.S. Forces in South Korea

Fonte: The New York Times

Scavando a fondo

L’articolo long form di oggi analizza il fenomeno delle famiglie in affitto in Giappone, una realtà che secondo l’autrice Elif Batuman presenta numerose sfaccettature. I ruoli per cui si pagano gli attori coinvolti variano e l’articolo presenta diverse storie. Il primo esempio è un uomo vedovo che non parla con la figlia da anni e soffre di solitudine; decide perciò di affittare una moglie e una figlia che gli facciano compagnia la sera quando torna dal lavoro e, con il tempo, il contatto con loro lo spingerà a cercare di nuovo un dialogo con la figlia lontana. Un’altra storia è quella di una madre single che da nove anni ha un padre in affitto part-time per la figlia per sostituire il suo ex-marito violento da cui divorziò poco dopo la nascita della bambina; a dieci anni, la figlia era vittima di bullismo, come è comune per i figli di madri single in Giappone, e la madre decise di affittare un padre per aiutarla.

Un’interpretazione comune del fenomeno è quella di un tentativo di conciliazione fra il benessere individuale e le aspettative sociali che, nella visione giapponese, non vedono questa tipologia di finzione come una rinuncia all’autenticità della persona, ma come una forma di attenzione e altruismo nei confronti degli altri, un compromesso. Allo stesso tempo, l’autrice mette le famiglie in affitto a confronto con altre istituzioni più familiari, come baby sitter o collaboratrici domestiche, figure professionali che in fondo assumono anch’esse un ruolo tradizionalmente attribuito a un membro della famiglia, in questo caso la madre. Una delle numerose riflessioni dell’articolo è che l’idea di affittare un parente sia in fondo meno strana di quell’idea, tanto radicata e in fondo tanto conveniente a livello economico, che tutte le incombenze casalinghe debbano essere svolte in automatico da uno dei membri della famiglia in nome di un concetto di amore e di sacrificio materno che idealizza di fatto una forma di sfruttamento legalizzato. L’articolo è complesso, presenta diversi casi e diverse riflessioni approfondite sul ruolo del denaro e su cosa costituisce affetto incondizionato e se le due cose siano veramente in conflitto. L’opinione dell’autrice è che, anche se la presenza di un parente in affitto ha ovvi limiti di tempo e di portata, possa offrire a chi ne ha necessità la leggerezza di un rapporto in cui una persona si prende cura delle tue esigenze e tu non hai bisogno di ricambiare; hai già ricambiato con il denaro, dunque puoi rilassarti e pensare solo a te. Ci sono rapporti peggiori di questo.

Japan’s Rent-a-Family Industry

Fonte: The New Yorker

 

Consigli per i click

Ah, le polpette svedesi, una delle certezze della vita, che qualunque cosa succeda a livello di geopolitica internazionale, saranno sempre lì ad aspettarti, immerse nel loro bagno di salsa, nella zona ristorante dell’Ikea più vicina. Un punto di riferimento saldo in un’epoca in cui si mette in discussione tutto, dalla scienza all’etica, no? No. Le polpette svedesi infatti, non sono svedesi. Il debunker di questo mito è stato l’account Twitter della Svezia, che la scorsa settimana ha rivelato la probabile verità: le polpette derivano da una ricetta turca portata in Svezia dal re Carlo XII nel diciottesimo secolo. Ma come è possibile?

Carlo XII, diventato re a soli quindici anni, era un sovrano giovane, e particolarmente dotato per la guerra: consolidati i confini del suo impero e sconfitti i vicini imperi di Danimarca-Norvegia e Sassonia-Polonia-Lituania, fece però il classico errore di tutti i grandi conquistatori: cercò di invadere la Russia. Ovviamente, come tutti, fu malamente battuto e cercò rifugio nell’Impero Ottomano, allora acerrimo nemico della Russia. Vi rimase per anni, nell’area corrispondente all’attuale Moldavia, a spese del sultano che riuscì anche a convincere a tentare un’altra campagna contro i russi, senza successo. Riuscì poi a tornare in Svezia e morì a 36 anni, colpito da un proiettile in testa mentre tentava di nuovo di invadere la Danimarca. Si dice che durante la sua permanenza nell’Impero Ottomano, Carlo avesse sviluppato una passione per il cibo locale, in particolare le köfte, polpette di agnello e manzo che sarebbero poi apparse nella cucina svedese poco tempo dopo come kötbullar, e i dolma, involtini in foglie di vite trapiantati in Svezia come kåldolmar con foglie di cavolo al posto della vite. Insomma, massacrare la gente a volte porta conseguenze interessanti e impreviste, perfino di tipo gastronomico. Se Carlo XII non avesse avuto manie di espansione, cosa mangeremmo oggi da Ikea? Solo salmone?

The Turkish Roots of Swedish Meatballs

 

Fonte: Atlas Obscura

Schermi diversi

Alla fine di aprile, i riflettori sono stati puntati su comunità online di individui che si autodefiniscono ‘incel’, ovvero involuntary celibate. Questo è successo quando uno di essi, Alex Minassian, ha compiuto una strage a Toronto con un furgoncino, in cui ha ucciso dieci persone, otto delle quali donne. Su uno stato di Facebook pubblicato prima dell’attacco, Minassian proclamava la ‘rivoluzione incel’ e inneggiava al ‘supremo gentleman’ Elliot Rodger, figura di riferimento e mito della comunità cresciuta nei forum di Reddit. Le reazioni della stampa all’attacco variano: mentre alcuni mezzi di informazione classificano la strage come un attacco terroristico, mirato a una parte della comunità (le donne) da parte di un individuo con problemi sociali imbevuto di una forma radicale di odio misogino alimentata su comunità online, altri come, tristemente, il New York Times, ventilano la possibilità che gli incel siano in fondo individui estremamente soli che forse potrebbero ‘socializzarsi’ con un aiuto mirato. Questo potrebbe essere vero, nel senso che senza dubbio si tratta in gran parte di individui dalle scarse attitudini sociali che avrebbero bisogno di un percorso di terapia psicologica. Ma l’articolo criticato in questo pezzo di Motherboard non punta a questa soluzione, bensì suggerisce interventi di ‘redistribuzione del sesso’ che comprendano l’incontro con professioniste. In sostanza: questi individui sono misogini e violenti, donne, andateci a letto così li calmiamo. 

La tesi non è solo sbagliata, è dannosa. Partiamo dal presupposto, che dovrebbe essere scontato ma a quanto pare non lo è, che il sesso non è un bene, un servizio da ridistribuire come gli alimenti o l’energia elettrica. Il sesso è un’attività volontaria, la cui scelta appartiene in modo insindacabile alle persone coinvolte; questa condizione non viene meno neanche se si parla di professioniste del sesso, che hanno diritto a rapporti consensuali tanto quanto tutti gli altri e che già troppo spesso sono vittime di abusi e violenze. Le donne non si possono mettere in fila come agnelli sacrificali sull’altare di una società che ancora non crede che la misoginia sia una forma di discriminazione e di odio al pari del razzismo. Per citare l’articolo, “non abbiamo visto nessun discorso in merito alla ridistribuzione del sesso da parte degli uomini verso le donne che non lo ottengono. Perché non lo abbiamo visto? Perché le donne che non fanno sesso non uccidono le persone”.

‘Redistributing Sex’ Is a Toxic Conversation About Toxic People

Fonte: Motherboard

Altro giro, altro regalo

Concludiamo questa rassegna con un video che non ha bisogno di presentazioni: un re brasiliano che vive in un castello di sabbia. Elsa, scansati. 

Parole, parole, parole

Citazione della settimana: “Credo che dovremmo avere dubbi nei confronti di chiunque prenda sul serio gli incel e sostenga che qui il problema sia la mancanza di sesso. Il problema della comunità incel non è un problema di mancanza di sesso, è un problema di potere e di credere che tutto sia dovuto e non sarà curato dal sesso, meno che mai dal buttare professioniste del sesso nella fossa dei leoni.

Fonte: Twitter

Jessie Sage, intrattenitrice porno indipendente e co-conduttrice di  Peepshow Podcast

 

Francesca Maria Solinas

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