Dov’è finito il sole dell’avvenire?

All’indomani del 4 marzo, la peggior sconfitta elettorale dalla nascita, nel 2007, per il Partito Democratico, Matteo Renzi aveva proclamato: “Nessun inciucio, il vostro governo lo farete senza di noi”. Dimissioni inevitabili ma condizionate alla garanzia di mantenere il gruppo parlamentare sull’Aventino, fuori dai giochi e dalle trattative, costi quel che costi. Una posizione ribadita un mese dopo, il 5 di aprile, da  Maurizio Martina, incaricato traghettatore del partito sino al Congresso, al Quirinale a seguito delle prime consultazioni del Presidente. Il messaggio è lo stesso: “L’esito elettorale negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardano”.

Così, mentre con grande fatica centrodestra e M5S provano ad allestire un governo o qualcosa che almeno gli assomigli, il principale partito del centrosinistra resta nel congelatore, arroccato sulle proprie posizioni e in cerca disperata di rilancio. Forse l’immagine del congelatore non è la miglior metafora, perché, a dirla tutta, il contenitore democratico ribolle. Vecchie e nuove minoranze si mobilitano alla ricerca di vecchie e nuove maggioranze, facendo emergere molteplici distinguo alla linea comune, e prospettando soluzioni e alleanze senza mettere freni alla fantasia. E, d’altronde, guardando fuori non emergono prospettive rosee e ricette certe per il più grande affluente del gruppo parlamentare europeo del PSE, dopo lo schiaffo delle urne. Il PD sale per ultimo sulla carrozza degli altri partiti socialdemocratici in affanno (se non, in alcuni casi, crollo), SPD, PS, PSOE, PASOK e via in avanti.

Fonte: La Stampa

Cos’è stata la sinistra al governo? Come mai si è fallito? Come andare avanti? Sono domande che si pongono tutti gli schieramenti socialisti in giro per l’Europa e molte delle vicende di casa nostra si ritrovano più o meno similmente anche all’estero. È bene allora gettare l’occhio fuori dalla finestra per cercare di vedere come i vari soggetti politici stiano cercando di superare la più grande crisi della sinistra nella storia recente. Le possibili vie tracciate sono sostanzialmente tre e si riconducono all’operato dei partiti democratici dei grandi Stati dell’Unione: Germania, Francia e Spagna.

La terra di Goethe è la più vicina temporalmente a noi in termini di elezioni: si è votato in settembre, dopo una campagna elettorale estremamente accesa, con esiti disastrosi per la SPD, il primo partito socialista che la storia abbia visto (fondato nel 1863). Lanciatissimo verso le urne, con aspettative alte e un leader di primo piano a livello europeo come Martin Schulz, il partito socialdemocratico ha portato a casa il peggior risultato dal dopoguerra ad oggi, un misero 20% che ha fatto storcere il naso a tanti. Sul banco degli imputati sono finite due legislature di governo di grande coalizione con la CDU della Merkel e questo ha costretto il Grande Capo ad annunciare una linea di ferrea opposizione. No a qualunque governo, “Nein” persino a un qualunque tentativo di consultazione. Ma dopo il fallimento dell’operazione Giamaica, un tentativo di maggioranza tra il nero della CDU, il giallo dei liberali e i verdi di omonima colorazione, la situazione è degenerata. Aut aut. Tornare al voto, con un partito distrutto, disunito e bisognoso di nuova discussione e nuovo consenso, oppure mettersi nuovamente al tavolo della signora Merkel e aprire le trattative per l’unica possibile soluzione all’impasse: una nuova, l’ennesima, Grosse Koalition.
In un clima di forti pressioni interne (con un gruppo dirigente spaccato) ed esterne (con la sollecitazione internazionale di Macron e Tsipras) Schulz è dovuto salire in novembre dal presidente tedesco Steinmeier, socialista anch’esso, per spiegare le rigide posizioni del partito, salvo poi aprire a possibili colloqui con il partito di Angela Merkel. Un dietrofront che ha pesato tantissimo.
Le trattative sono state lunghissime e dagli esiti contrastanti. Da una parte l’SPD ha avuto un ruolo centrale, ottenendo l’inserimento di molti suoi punti di campagna elettorale nell’agenda di governo e molte poltrone di primo piano, su tutte il ministero delle Finanze, strappato al sergente Schauble, da noi riconosciuto come il rigido difensore dell’austerità. Dall’altra le fratture interne non si sono sanate. Schulz ha dovuto dapprima rinunciare agli Esteri, a seguito delle accuse del Ministro uscente Sigmar Gabriel, e in seguito dimettersi da segretario del partito. In più il consenso dei socialdemocratici continua la sua inesorabile caduta libera, intorno al 18% stanti gli ultimi sondaggi. Insomma l’abbraccio forzato con la Merkel sembrerebbe avere tutti i tratti del bacio della morte.

Fonte: francetvinfo.fr

Sotto la Torre Eiffel non se la passano meglio. Divisioni interne e perdita dell’elettorato sono anche all’ordine del giorno del Partito Socialista. Anzi la diaspora è cominciata persino prima delle elezioni dello scorso maggio. Terminata la vita politica di Hollande con un grado di impopolarità da record, talmente infimo da essere il primo presidente uscente a non ricandidarsi, la scelta della base è ricaduta su Benoit Hamon, ex ministro dal programma decisamente visionario. Tante idee, forse troppe in un periodo di miopia politica, hanno spinto la dirigenza del partito a scaricarlo, portandolo inesorabilmente a un insignificante 6% alle Presidenziali e alle Legislative, perdendo egli stesso il seggio.
L’elettorato del Partito Socialista ha preso due strade, antitetiche. Seguire quello presentato come il volto del futuro, Emmanuel Macron, come fatto dall’intera ala riformista del PS, capeggiata da Manuel Valls (sconfitto da Hamon alle primarie) confluita in En Marche!, soggetto politico riformista liberale a sostegno dell’attuale presidente, in sostanza molto europeista ma poco di sinistra.
L’altra opzione è perfettamente speculare, molto di sinistra ma poco europeista e ha il volto e la voce di Jean Luc Melenchon, grande esperienza politica e abile oratore. Il candidato di France Insoumise è riuscito a raccogliere l’ala più radicale della sinistra sotto la bandiera dell’antieuropeismo e della critica alla globalizzazione, disposto a rinegoziare tutti i trattati europei e internazionali e a rimettere al centro la Francia e solo quella. Risultato netto: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica il Partito Socialista non è il primo (ma nemmeno il secondo) partito della sinistra.

Fonte: El Mundo Today

E siamo alla volta della Spagna. Tra la conservazione dello status quo alla tedesca e il superamento totale dell’ordine costituito francese c’è di mezzo Madrid, dove i due fenomeni si intrecciano e determinano un quadro quanto mai strano. A differenza di gran parte dell’UE, in Spagna quasi due elettori su cinque hanno attribuito il proprio voto a formazioni di sinistra, e questo suona quanto mai strano ora come ora, ma il campo è esattamente spaccato in due. Il tradizionale Partito socialista su una sponda, Podemos  su quella opposta. E nel frattempo il Partito Popolare, di centrodestra, governa senza maggioranza.
Il PSOE ha senz’altro visto tempi migliori, ma riesce a costruire ancora politica attorno ai suoi temi storici della trasparenza e della giustizia sociale, emergendo dalla palude in cui è finito il cugino francese. Per esempio, di fronte alla manovra del governo Rajoy di incremento dell’indennità parlamentare, il leader Pedro Sanchez e l’intero partito sono scesi in piazza a protestare con i pensionati, dando vita a un intenso lavoro parlamentare per far sì che i tassi di aumento fossero almeno gli stessi per pensionati e deputati. Tuttavia, il futuro non sembrerebbe troppo roseo. Partendo dalla base, che vede un flusso costante di elettori verso il partito antisistema moderato di Ciudadanos, con cali percentuali paragonabili al caso tedesco, fino ad arrivare al gruppo parlamentare stesso, ridotto ai minimi e privo di una guida interna al Parlamento (Sanchez si dimise dopo la proclamazione del governo Rajoy grazie all’astensione del PSOE), nonostante venga frequentemente rinvigorito da cambi di bandiera dei deputati di Podemos finiti tra le fila più moderate del Partito Socialista.

La debacle delle sinistre è, pertanto, leitmotiv del nostro attuale presente, figlio di un contesto socio-economico-culturale mutato rispetto al passato che si scontra con una famiglia politica arroccata sulle vecchie ricette, incapace di dare risposte nuove a fronte di un elettorato quanto mai volubile e imprevedibile. Anche il PD è stato trafitto in pieno petto e, come tale, presenta varie analogie e differenze con i compagni europei, dalle diatribe intestine alla scissione dell’elettorato.

Governo o no, è tempo di dibattito e di discussione interna, per rilanciare temi e obiettivi che non sono di un solo partito, ma di un’area di pensiero che tanto ha dato nel suo secolo di vita e (forse) tanto ancora ha da dare.

Michele Notarnicola

 

Fonte foto in copertina: eunews.it

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