CPTPP, l’accordo commerciale del Pacifico salpa senza gli USA

L’8 marzo, a Santiago del Cile, undici Paesi che si affacciano sul Pacifico hanno firmato un ampio accordo commerciale in favore del libero scambio, il cosiddetto CPTPP (Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership). L’accordo interesserà oltre mezzo miliardo di persone comprese tra Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, che insieme rappresentano circa il 13% dell’economia e il 27% del commercio mondiali, ed eliminerà la maggior parte delle barriere doganali e tariffarie tra queste economie.

Questa intesa trans-pacifica, inizialmente nota solo come TPP (Trans-Pacific Partnership), avrebbe dovuto comprendere anche gli Stati Uniti, che però a inizio 2017 si sono sfilati dalle trattative su iniziativa di Trump, in discontinuità con le volontà dell’amministrazione precedente. Una decisione coerente con il programma protezionistico del nuovo inquilino della Casa Bianca che, in tandem con l’imposizione di dazi, è proiettato a favorire accordi bilaterali su quelli multilaterali, convinto di far valere il maggior peso diretto degli USA nelle fasi negoziali, e quindi di incidere più efficacemente nella riduzione del pesante deficit commerciale.

Nonostante il CPTPP senza gli Stati Uniti non possa più rappresentare un formidabile 40% dell’economia mondiale, esso rimane comunque un accordo dalle proporzioni vastissime, che aprirà i mercati della regione al libero scambio e genererà, secondo le stime, 147 miliardi di dollari addizionali al reddito globale.

Definirlo un’occasione persa può essere vero, considerato che l’assenza di Washington ridimensiona non poco la portata dell’intesa, ma è anche vero che, osservando al modo in cui si sono messe le cose con una lente d’ingrandimento politica, è tutto perfettamente comprensibile, e non è escluso che gli Stati Uniti possano ritornare a bordo.

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Fonte: New York Times.com

Cosa c’è dietro l’abbandono degli Stati Uniti

Quando nel 2005 iniziarono le negoziazioni per il progetto di partenariato trans-pacifico, l’obiettivo dell’allora presidente americano George W. Bush era duplice: creare un’area di libero scambio che coinvolgesse gli Stati Uniti in un ruolo economico (e di soft power) di primo piano, ed escludere al contempo la Cina, sempre più influente nella regione dell’Asia-Pacifico. La narrazione di Trump non ha mai nascosto lo sprezzo nei confronti del gigante asiatico accusato, a suo dire, di “violentare gli Stati Uniti” e di aver commesso nei suoi confronti il “più grande furto della storia”. È per questo motivo che, ad una prima lettura, la retromarcia da lui voluta al CPTPP può sembrare illogica. Considerata, però, sotto il profilo della politica interna essa racchiude una ragione molto più sensata. Trump è “obbligato” a non tradire un elettorato estremamente sensibile alle conseguenze della globalizzazione e del libero mercato, un elettorato che in 35 anni di delocalizzazione industriale ha visto ridurre del 36% i posti di lavoro nel manifatturiero, riponendo le proprie speranze nella narrazione “America First”. Per Trump è fondamentale tenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale in un periodo in cui la fiducia nei suoi confronti è compromessa periodicamente da qualche inchiesta o scandalo, ma per farlo ha dovuto rinunciare a quello che fino a poco tempo fa poteva essere considerato il “cavallo di Troia” americano nell’alveare economico cinese: il CPTPP appunto. In questo frangente l’obiettivo politico interno (legittimare l’operato del governo adottando politiche protezionistiche) ha avuto la priorità su quello politico estero (fare da contraltare all’egemonia economica cinese nella regione dell’Asia-Pacifico). L’intenzione di Trump, comunque, resta quella di salvare capra e cavoli: da un lato, intavolando accordi bilaterali con i Paesi aderenti all’intesa per stemperare la perdita economica derivante dalla mancata adesione americana, dall’altro, dando inizio ad una guerra commerciale contro la Cina.

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Nato per escludere la Cina, il CPTPP rischia ora di includerla

Le firme al CPTPP sono arrivate lo stesso giorno in cui Trump decretava i primi dazi su acciaio ed alluminio provenienti dall’estero, sancendo di fatto l’avvio della sua crociata a favore del protezionismo, e sono state considerate da più parti in maniera più o meno retorica: come una risposta del mondo che si apre nei confronti del mondo che si chiude, come la testimonianza di partner traditi in grado di raggiungere un accordo quasi affossato dai traditori, come un confronto tra ciò che sarebbe giusto o non giusto fare. Queste interpretazioni, più o meno condivisibili, non danno molto peso ad un fatto interessante, ossia che gli attori protagonisti della vicenda non la pensano allo stesso modo. Ad esempio, se si guarda ai tre Paesi più economicamente rilevanti all’interno del partenariato, Giappone ed Australia hanno provato fino all’ultimo a riportare a bordo gli Stati Uniti, mentre il Canada ha dimostrato meno attivismo a riguardo. Nella conferenza stampa seguita alle firme il Ministro degli Esteri messicano, Heraldo Munoz, ha detto che il CPTPP “è un forte segnale contro le pressioni protezionistiche, in favore di un mondo aperto al libero scambio, senza sanzioni unilaterali e la minaccia di guerre commerciali”, lanciando una (neanche troppo velata) frecciatina nei confronti degli Stati Uniti. Ichiro Fujisaki, invece, ex ambasciatore giapponese a Washington, ha manifestato l’insofferenza del Giappone all’assenza americana dal partenariato: “pensiamo che gli Stati Uniti debbano tornare, e li esortiamo ‘per favore, tornate!’”.

La grande preoccupazione di Tokyo, da sempre rivale economico della Cina, è che un’intesa nata come contromisura allo strapotere economico di Pechino possa, in assenza americana, trasformare la propria ragion d’essere e diventare inclusiva nei confronti del Paese di Xi Jinping. Stando alle parole di Heraldo Munoz la prospettiva sembra essere reale e molti dei firmatari sono pronti ad ascoltare i funzionari cinesi già alla porta: “il partenariato sarà aperto verso tutti coloro che vorranno accettare le sue regole. Non è un accordo contro qualcuno, è in favore del libero scambio”.

È abbastanza chiaro che, mentre i Paesi più piccoli non hanno alcun interesse alle macro battaglie geopolitiche e volgono la loro attenzione essenzialmente alle possibilità economiche, i Paesi più grandi sono invece attenti alle implicazioni su larga scala. Una sensazione confermata anche dalla dichiarazione di Yorizumi Watanabe, professore di gestione politica alla Keyo University di Tokyo “il CPTPP in quanto tale non dovrebbe essere visto come mero accordo economico, dovrebbe essere visto anche da un punto di vista geopolitico”.

Gli Stati Uniti pronti a tornare

Avvertiti i sentori di un’apertura del CPTPP alla Cina, nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno manifestato rinnovato interesse a prendere parte al partenariato, ma molti dei Paesi contraenti si sono mostrati contrari all’idea di riaprire le trattative solo per cercare di accontentarli. Infatti, quando gli Stati Uniti abbandonarono il progetto, i partner furono liberi di eliminare tutte quelle disposizioni che gli americani avevano voluto nell’accordo, tanto che il nome passò da TPP a CPTPP. Se adesso volessero tornare dovrebbero accettare il trattato così com’è, senza alcuna revisione, hanno fatto sapere i firmatari.

La partita rimane quindi più che aperta, con Cina e Stati Uniti che, se da una parte bisticciano con i dazi, dall’altra guardano ad un CPTPP ormai salpato verso destinazione ignota. I primi col desiderio di rivalsa, i secondi (forse) con una lacrima di amarezza, nella speranza di tornare a bordo.

Andrea Dalla Libera

Fonte immagine di copertina: timedotcom

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