In marcia per le nostre vite, il cambiamento possibile​ è giovane?

Nessun giovane può credere che un giorno morirà.”

Lo scriveva William Hazlitt, saggista inglese vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo e cronista per il The Morning Chronicle. Il periodo storico non conta, quando si parla di gioventù: cambiano gli ideali, gli usi e i costumi, ma non la fiducia nel futuro, la voglia di vivere, la sensazione di essere immortali. Nessun giovane può credere che un giorno morirà, una mattina qualunque, tra le mura della sua scuola, sotto i colpi di arma da fuoco di un suo coetaneo. Nessun giovane può credere che i suoi progetti per il futuro non si realizzeranno mai, cristallizzati per sempre dalla pallottola di un AR-15. Nessun giovane dovrebbe poter nemmeno immaginare di trovarsi chiuso in una classe della sua high school, accovacciato sotto un banco, quelle che potrebbero essere le sue ultime volontà affidate ad un sms sull’iPhone, mentre a pochi metri di distanza la furia omicida di uno squilibrato si porta via le vite di amici, parenti, professori. È difficile da concepire, tanto meno se la scuola interessata non si trova in una zona ad alto rischio in un Paese in guerra, ma nella civilissima America, esempio da seguire in tanti campi, ma non in questo.

Quello delle armi è un problema di enorme portata negli Stati Uniti dove, nel solo 2016, circa 39,000 persone sono morte per mezzo di armi da fuoco. Su una popolazione mondiale di oltre sette miliardi di persone, gli USA rappresentano solo il 4,3% del totale: una goccia nel mare, a confronto di Paesi come l’India o la Cina. Nonostante questo, detengono il record per il maggior numero di sparatorie di massa con 90 (seconde le Filippine a quota 18), nonché quello di Paese con il maggior numero di armi pro capite. Dei 664 milioni di armi in possesso di civili a livello mondiale, infatti,circa il 42% appartiene a cittadini americani: quasi una su due. 

Credits: vox.com

È facile notare come un tale squilibrio nella distribuzione delle armi sottolinei uno dei più grandi problemi da risolvere se si parla di “gun control” negli Stati Uniti: l’eccessiva facilità con la quale è possibile procurarsi un’arma in alcuni stati, anche se si è minorenni. Non si parla “solo” di fucili da caccia o pistole, ma di armi semiautomatiche, proprio come l’AR-15 che Nikolas Cruz ha usato per uccidere 17 persone lo scorso 14 febbraio alla Major Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida. Solo l’ultimo anello di una straziante catena di sparatorie nelle scuole, da Columbine (1999, 13 vittime) a Sandy Hook (2012, 20 vittime), passando per Virginia Tech (2007, 33 vittime) e molte altre. In tutti i casi gli aggressori erano studenti al di sotto dei venticinque anni.

Nel 2008 per la prima volta il numero di armi negli USA ha superato il numero effettivo degli abitanti, raggiungendo i 310 milioni (divenuti oltre 347 nel 2013). Sul piano legislativo, lo scenario che si presenta è frammentato: si passa da stati come il Nevada e il Montana, dove sono solo quattro le leggi che regolano il possesso di armi, ad altri come la California, dove i provvedimenti sono ben 106. Si tratta dei due estremi di una scala dove si posizionano tutti gli stati d’America, ad un livello maggiore o minore di restrizione:

Gli Stati Uniti per numero di leggi che regolano il possesso d’armi. Credits: iverse.com

La situazione è tuttavia molto diversa se si analizzano le leggi che riguardano le armi semiautomatiche, ovvero quelle che permettono di sparare più di un colpo con una sola pressione del grilletto — per evidenti ragioni ancor più letali in situazioni come quella di Parkland. Qui dove la pericolosità raggiunge livelli ancor più elevati, paradossalmente, l’assenza totale di leggi domina la scena. Solo alcuni stati ne hanno regolamentato il possesso,ma si tratta di una minoranza:

In gran parte degli Stati Uniti, procurarsi un’arma semiautomatica è estremamente facile. Credits: inverse.com

È evidente come una situazione come quella attuale renda molto difficile trovare una soluzione al problema delle armi, e non solo a causa dei limiti della legislazione. Gli USA sono un Paese estremamente legato alla “cultura” delle armi, non solo come dispositivi di autodifesa, ma come simbolo della conquista dell’unità nazionale. Alle armi è dedicato un intero emendamento della Costituzione, il secondo, che recita:

« […] Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto. […]»

 Perfino nei giorni immediatamente successivi alla strage di Parkland, quando in tutto il Paese si è riacceso il dibattito sul possesso delle armi, non sono mancati movimenti di protesta in favore delle stesse, in controtendenza con la diffusissima campagna contro l’NRA, la National Rifle Association. Questo dimostra che una buona fetta di cittadini americani è ancora troppo legata al “privilegio” di poter acquistare un’arma come se si trattasse di un qualunque altro bene di consumo, spesso senza alcun tipo di licenza o di controllo riguardo il background di chi acquista, sia esso un soggetto a rischio con alle spalle precedenti penali correlati all’uso improprio di armi o un incensurato con la passione per il tiro al piattello. Si fa fatica ad abbandonare uno status che ha radici profondissime nella storia e nella cultura degli Stati Uniti.
Anche se — nelle ultime settimane — qualcosa sembra essersi mosso.

La strage nel liceo di Parkland, la più sanguinosa dal 2012, ha avuto la capacità di unire tutti gli studenti d’America e farli scendere in piazza già nei giorni seguenti al massacro, guidati dai sopravvissuti, per chiedere a gran voce: basta armi. Una protesta continuativa, dura, che ha forzato la chiusura delle scuole e ha smosso l’opinione pubblica. Le nuove generazioni sono riuscite non solo a mandare un forte messaggio di speranza, ma a coinvolgere quelle precedenti, a colmare quell’ “empathy gap” che come un muro impedisce di immedesimarsi davvero nella sofferenza degli altri, al punto da impegnarsi in prima persona. È così che in decine di migliaia, adulti e bambini, celebrità del mondo dello spettacolo, giovani famiglie, over-60, fianco a fianco con gli studenti delle superiori, sono scesi per le strade di 800 città d’America e centinaia del mondo lo scorso 24 marzo, per la March for Our Lives, prendendo parte alla più grande protesta studentesca della storia degli Stati Uniti d’America, con una partecipazione di oltre due milioni di persone, 500.000 delle quali nella sola Washington.

I manifestanti per le strade di Washington durante la Marcia.

Un fenomeno di portata mondiale, che ha letteralmente monopolizzato i canali di informazione e conquistato il cuore del pubblico. Decine le testimonianze raccolte ed esposte nel corso della giornata, come quella della sopravvissuta Emma Gonzales, che con un intervento composto principalmente da un lungo silenzio ha ricordato a tutti quanto poco basti per perdere la vita a diciassette anni: sei minuti e venti secondi. In marcia anche la nipote di Martin Luther King, la piccola Yolanda Renee King. La bambina, nove anni, è salita sul palco di Washington al fianco di una studentessa del liceo di Parkland per chiedere un “mondo senza armi”, incitando poi il pubblico a ripetere insieme a lei:

Spread the word! Have you heard? All across the nation, we are going to be a great generation!

Saremo una grande generazione. Questo il messaggio di speranza della diretta discendente del pastore protestante nativo di Atlanta che ha cambiato per sempre le sorti della comunità afroamericana negli Stati Uniti.
E cambiare per sempre le sorti di tanti è quello che sperano di fare gli studenti americani, che chiedono limiti di età più severi, il ban delle armi semiautomatiche e una revisione delle leggi che regolano la vendita ai privati, affinché episodi come quello di Parkland restino solo un terribile ricordo. E se per ottenere tutto ciò dovranno rivoluzionare la classe politica, lo faranno.

Young people in general, not just high school students but younger people in general, don’t know their political strength. They don’t know their political strength. They can turn this country around.

I giovani in generale, non solo gli studenti delle superiori ma i più giovani in generale, non conoscono il loro potere politico. Non lo conoscono. Possono rivoltare questo Paese. 

Parole di Bernie Sanders, senatore dello stato del Vermont che, intervistato per conto del Guardian dai giovani studenti-giornalisti della Stoneman Douglas High School, ha sottolineato il potere politico che le nuove generazioni, spesso inconsapevolmente, si portano dietro. E se per ora nei palazzi del potere poco o nulla si è mosso, chi ha seguito da vicino le vicende di queste centinaia di migliaia di giovani una cosa l’ha intuita: non si fermeranno. Sarà dovere dell’America ascoltare quello che i suoi figli hanno da dirle ora, prima che sia troppo tardi, prima che le loro grida si trasformino in silenzi assordanti, prima che le loro vite vengano spezzate dai proiettili di un’arma da assalto, le loro voci rotte dal pianto, per l’ennesima volta.

 

Ilaria Palmas

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