Tor Bella Monaca, reportage dall’Italia dove non c’è diritto alla casa

Quando arrivo a Tor Bella Monaca il sole ha appena iniziato a fare capolino tra la foschia tipica di questi ultimi giorni d’inverno. In giro per il quartiere non c’è ancora nessuno, tolti, ovviamente, i pochi assonati lavoratori mattinieri che aspettano infreddoliti l’autobus che li porterà in città. Già, perché nonostante ci troviamo a pochi chilometri dal centro, questo quartiere sembra lontano anni luce dalle vie lastricate di sampietrini e affollate di turisti. Enormi palazzoni tutti uguali, buche che assomigliano di più a voragini e cassonetti stracolmi di spazzatura raccontano, infatti, di un quartiere fantasma.

Nata negli anni ’80 per effetto della legge n. 167/1962, Tor Bella Monaca è l’ultimo grande esempio di piano di urbanizzazione economica e popolare della città di Roma. Doveva servire ad eliminare dalle periferie, una volta per tutte, le baraccopoli che dal Dopoguerra in poi erano spuntate come funghi. Stretti come sardine e privati di servizi igienici migliaia di immigrati provenienti dai paesi intorno non avevano trovato altra soluzione abitativa che quei tuguri fatiscenti. Gli urbanisti, beffardamente, oggi la chiamano ancora “la città pubblica per eccellenza”.

Peccato, però, che di pubblico qui ci siano solo l’abbandono, la microcriminalità e la disperazione. La stessa che si può leggere nei volti stanchi di coloro che, ogni giorno, affollano il CAF dove lavorano Maria Vittoria e le sue colleghe. Un via vai continuo, che non si placa nemmeno quel pomeriggio. Frutto anche di un quartiere con un’elevata densità di popolazione. “Sono stanca – sbotta una signora sull’ottantina – non vedo l’ora de chiude l’occhi”. Il sarcasmo, crudele, con cui i romani sanno apostrofare i momenti difficili lascia disarmati. Anche quando, come in questo caso, fa stringere il cuore. Poi è il turno di una donna di mezz’età dai capelli rosso fuoco. “Se c’hai scritto sulla carta d’identità che vivi a via dell’Archeologia, lavoro non lo trovi nemmanco si t’ammazzi” dice.

È questo il contesto in cui si ambienta questa storia. In quella che Maria Vittoria definisce come “una sacca in cui mettere dentro tutte le problematicità di questa città che si vogliono tenere nascoste. Il risultato – aggiunge – sono improvvise esplosioni di rabbia e frustrazione”. È stato così fin dall’inizio, quando il quartiere fu costruito. Dalle zone limitrofe, ricorda Maria Vittoria, c’era chi chiedeva di innalzare muri per proteggersi dalla “feccia” che qui dicevano sarebbe arrivata. È così adesso, a più di vent’anni di distanza, che è cambiato il colore della pelle o la nazionalità dei residenti, ma non l’assenza delle Istituzioni, quella, sì che è rimasta.

Ma facciamo un passo indietro. La prima volta che incontro Maria Vittoria è in programma uno sgombero. A poche centinaia di metri dal suo ufficio, Glauco e sua moglie aspettano che da un momento all’altro arrivi la polizia per eseguire le operazioni e liberare la casa dove la coppia ha vissuto per una decina d’anni. In realtà, questa coppia di settantenni era già stata sfrattata lo scorso novembre. Dopo aver passato qualche mese tra una roulotte gelida e la casa del figlio, hanno deciso di rientrare: “La paura da queste parti – giurano – è che mentre non ci sei qualcun altro occupi il tuo appartamento”.

Dentro casa, oltre alle scatole della frutta, premurosamente fornite dal Comune per portare via le loro poche cose, c’è un divano a bloccare la porta e una donna incinta. Ultimi baluardi a difesa di quelle quattro mura. Con il passare delle ore la tensione si fa sempre più alta. Basta il suono del citofono per far scattare tutti sull’attenti. Il ruolo di Maria Vittoria e di Asia-Usb, il sindacato che rappresenta, è dare sostegno morale e burocratico a chi sta per essere sfrattato. Ci mette così tanta passione da farla apparire una missione. Quasi ogni giorno si alza all’alba, prende bandiere e megafono e insieme ad altri cerca di far valere le ragioni di questa gente. Degli “ultimi”, come li chiama lei.

“Non è facile, però. La battaglia è impari, mi dice. Negli ultimi sette anni, infatti, gli sgomberi sono stati centinaia. Anche quattro al giorno. Una vera e propria caccia all’occupante” (3.990 eseguiti in Lazio nel 2016 secondo il Ministero). È una storia lunga, quella della lotta per la casa a Roma. Che si trascina da decenni e che nessuna amministrazione, nel tempo, ha saputo o voluto risolvere. L’episodio più famoso, quello che – come si dice  – ha fatto storia, risale al lontano 1974 e si è consumato nel quartiere di San Basilio. A farne le spese, dopo ore di scontri tra residenti e forze dell’ordine, fu Fabrizio Ceruso, morto durante i disordini e diventato presto il simbolo di una città ostaggio del malaffare e di palazzinari avidi e senza scrupoli.

Poi è toccato alla Magliana, Tiburtino III. Borgate prima sommerse dal cemento, poi abbandonate. Niente servizisicurezza. “A Tor Bella persino il corriere della GLS non viene da solo. Mentre uno scarica la merce, un collega aspetta sul furgone”. Questa, però, è un’altra storia. La nostra vorrebbe raccontare la catastrofe del sistema di edilizia popolare e convenzionata romano. Di come, mi spiegano da Asia-Usb riportando alcuni dati del Comune, a fronte di 11.000 richieste, 15.000 occupanti e 150.000 abitazione sfitte, ci siano persone costrette a dormire in macchina. “Mentre – mi assicura Maria Vittoria – a Torre Angela si costruiscono 27 palazzine private di 7 piani. Alla faccia del consumo di suolo pubblico.”

“Il punto vero – dice – è che in Italia non si sono fatti investimenti nelle politiche abitative. Lo dimostra quel 3% di edilizia pubblica che è una briciola rispetto alla media europea. Questo ti fa capire come il diritto alla casa (art. 42 della Costituzione) non è mai stata una questione centrale”. La ragione è presto detta: “Si è voluto favorire l’edilizia privata. Ma anche quando alle cooperative di costruttori sono stati concessi fondi regionali o mutui agevolati ciò non ha impedito che queste fallissero misteriosamente. Lasciando che le Istituzioni si rivalessero sugli incolpevoli inquilini”.

L’altro aspetto centrale in questa storia sono le parole. Quelle pronunciate troppo superficialmente e che offrono una panoramica spesso forviante della realtà. Maria Vittoria ci tiene subito a precisarlo: “Il grande errore è considerare tutti, indistintamente, come degli occupanti o dei furbetti pronti a tutto pur di non pagare l’affitto”. Così va a finire che nel grande calderone di chi se ne approfitta, continuando a pagare 100 euro al mese per un appartamento con vista Colosseo, ci finisce anche chi avrebbe diritto ad affitto agevolato. Magari, invece, pur di non lasciare la casa finisce per dover pagare un canone sanzionatorio fino 1.000 euro al mese.

Come Teresa, per esempio, che prima di essere sfrattata ha abitato in quella casa per 32 anni. La cui unica colpa è stata di non sapere che la sua situazione andava sanata. Il caso della signora Paola, invece, è più emblematico se non altro perché diffusissimo in queste borgate. Entrata come ospite, alla morte della proprietaria è rimasta a vivere lì. Sono moltissimi, mi dicono, i casi di badanti che dopo anni di servizio decidono di restare in casa. C’è anche, poi, chi non ha rispettato la scadenza di 30 giorni dall’assegnazione per prendere possesso dell’appartamento e adesso dovrebbe lasciarlo.

Per evitare proprio questo tipo di situazioni, il primo obiettivo dell’Asia-Usb è una sanatoria. Da inserire, magari, nella finanziaria che la Regione Lazio non ha ancora votato. Una sorta di regolarizzazione di tutti gli “occupanti” con i requisiti reddituali minimi per accedere alle case popolari. Per gli altri, vista l’impennata degli affitti, potrebbero essere messi a disposizione i 100.000 edifici vuoti con la formula dell’edilizia convenzionata. “Una cosa che – secondo Michelangelo – potrebbe essere fatta subito. Dando fondo al contributo GESCAL che i lavoratori versano all’INPS. Invece, si preferisce mandare le persone nei dormitori o, direttamente, in mezzo alla strada”.

Stando così le cose, per la strada le donne di Tor Bella Monaca hanno deciso restarci a combattere la battaglia per la casa pubblica. Che, inevitabilmente, si porta dietro anche quella per il diritto ad una vita dignitosa. Maria Vittoria lo racconta con un pizzico d’orgoglio. “Mai avrei pensato – mi dice – che queste donne sole, spesso con figli a carico e che hanno sempre vissuto chiuse in casa, mi avrebbero seguito alle assemblee politiche o ai picchetti antisfratto. Può sembrare banale, ma in questi contesti non si deve dare per scontato che ci si relazioni molto tra donne”.

Questa volta, però, le donne hanno deciso di partecipare. Lo hanno fatto chiedendo giorni di permesso, come mi confida una ragazza, rischiando così di perdere anche il posto di lavoro. Che da queste parti è prezioso come il pane. “Nonostante la drammatica emergenza, però, dai palazzi della Regione e del Comune tutto tace”, mi dice Maria Vittoria. A parlare, per il momento, sono solo le procedure degli sfratti esecutivi e i manganelli della polizia in tenuta antisommossa.

Mattia Bagnato

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