The Party: umorismo nero, scenari post femministi e cibo inglese

Titoli di testa. Una porta di un legno costoso e shabby chic si spalanca, rivelando Kristin Scott Thomas che brandisce una pistola con l’aria minacciosa della mujer al borde de un ataque de nervios e i capelli sale e pepe scompigliati e sul bordo dello stesso crollo nervoso della loro proprietaria. Dramma, turbolenza, panico, collisione e vol au vent dal dubbio gusto inglese carbonizzati: questo è The Party, l’ultima fatica di Sally Potter, memento notturno di cosa sono diventati il post-femminismo, i rapporti di coppia e le cene fra amici nel contemporaneo post-Weinstein, post-Trump e post-Facciamo Finta che Masterchef Sia Un Programma di Cucina Sensato.

Janet, la sua pistola e il suo attacco di nervi. Fonte: cinema popcorn tv

Neo eletta Ministro ombra del Partito Laburista, la radiosa Janet (Kristin Scott Thomas) sta imbastendo un’elaborata cena per sei a base di carboidrati complessi, tempi di cottura difficili e bisbigli telefonici ammiccanti (ma a chi?). In salotto il marito Bill (uno stralunato Timothy Spall) cambia schizofrenicamente la musica sul giradischi, cliché d’arredo intellettual-borghese che è impossibile non apprezzare, inghiottendo i sensi di colpa con quei vol au vent dall’aria disgustosa. Nonostante l’espressione vacua di Bill, in casa si respira area di festa: Janet ha clamorosamente vinto, una vittoria riconosciuta come clamorosa per il suo sesso e il suo partito d’opposizione. Janet ha potuto contare sull’appoggio incondizionato del marito durante la sua campagna e la sua battaglia. Janet fa parte di una coppia alla pari e progressista. Janet è proprio una donna fortunata. Ne siamo sicuri? Aspettiamo la fine del film.

Il campanello trilla gioioso e gli ospiti cominciano ad arrivare, alla spicciolata. Ecco April, cinica e amareggiata, amica di sempre evidentemente invidiosa di Janet, con quel fricchettone vecchiotto del marito, ecco l’immancabile coppia gay vestita da far pendant, Martha la teorica femminista e Ginny, giovane cuoca a cui la fecondazione in vitro sta per fruttare tre scalcianti gemelli. A lacerare la patina sbrilluccicosa del cliché della serata radical-borgeois per fortuna sovviene Cillian Murphy, bello bello in modo assurdo anche in veste di Tom, manager ultraliberista e ultra cocainomane. Nonostante le righe risucchiate dal bellissimo naso di Tom, la serata può ancora schiudere un’idilliaca cenetta fra amici. Ne siamo sicuri? Aspettiamo la fine del film.

April, le belle gambe accavallate e il tempo per la palestra e il cibo biologico come metafora di una sinistra che ha perso di vista il suo elettorato di origine, sta appunto punzecchiando salacemente la sua vecchia amica Janet: “Forse forse non sei così adatta a fare il Ministro ombra!” (April, non è che forse forse sei invidiosa?) quando Bill crolla fra un pezzo tango e uno jazz e confessa qualcosa di terrificante. È il momento di Bobby Solo? No, peggio: ha il cancro. Non si scherza sul cancro, non c’è nulla di meno divertente del cancro, il cancro fa schifo, è un abisso da cui non si torna indietro, io mi sento male solo a parlarne, ma Sally Potter riesce nell’impresa impossibile di rendere la faccenda cancro trascendibile, quasi trascurabile, un campanello d’allarme stridente per tutto quello che c’è che non va nella combriccola quasi a tavola. Cosa c’è peggio del cancro? Aspettiamo la fine del film.

Janet sconvolta dalla rivelazione choc del marito gli promette di dimettersi e di dedicarsi anima e corpo ai suoi ultimi mesi di vita, tenendogli la mano con dolcezza. Bill, con altrettanta dolcezza, declina: è innamorato di un’altra donna. Senza più dolcezza, Janet lo prende a schiaffi. Non aspettiamo la fine del film: in meno di un’ora e dieci andranno in pezzi tutte le possibili certezze, rassicurazioni e contentini attesi in un mondo in cui ci raccontano che “le donne iniziano a valere quanto gli uomini”. Oltrepassata la marea solidale del femminismo mainstream che vale per poche e che al momento non basta, Sally Potter solleva la cortina e mostra che qualcosa non funziona: le amicizie femminili sono tappezzate di rivalità e amarezza, i rapporti amorosi fra donne stridono come e quanto quelli con gli uomini, la sindrome da Peter Pan non è qualcosa di unicamente maschile e, diciamolo, anche le donne sono stronze. Essì, facciamo tutti ugualmente schifo, soprattutto quando noi donne inseguiamo logiche maschili in un ambiente di uomini che, facendosi appena un po’ più in là, ci concedono di tamburellare #metoo sul social network più maschilista del mondo, quindi probabilmente denunciare gli scandali di Hollywood non è bastato.

Per chiamare femminista il nostro tempo occorre un cambiamento sistemico, dove possano coesistere diversi femminismi, dove messaggi di denuncia non siano affidati a spazi dominati da logiche capitaliste e patriarcali e dove fare il Ministro ombra accettando amicizie lacere e matrimoni distrutti non sia il massimo successo a cui una donna possa aspirare.

«I’ve been working day and night for the Party, our Party!» si sfoga Janet, sottolineando la geniale ambivalenza del titolo, festa e partito, situazioni diverse dove ugualmente non va benissimo. The Party è un piccolo capolavoro di humour nerissimo, dove nemmeno l’orrore della malattia sfugge alla dissacrazione. In fondo, la vita va avanti, e comunque un’ora e dieci di Cillian Murphy è sempre un’ottima idea.

Sofia Torre

 

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