Il successo del M5Stelle apre l’era dell’inimmaginabile

L’era dell’inimmaginabile. Lasciando perdere termini scivolosi come populismo e anti-politica, potremmo definire così questo momento politico a livello internazionale. Il popolo britannico decide di staccarsi dall’Unione Europea, credendo di poter riconquistare la propria sovranità. Gli Stati Uniti eleggono alla presidenza una celebrità da reality show che promette di costruire un muro al confine con il Messico. In Italia una compagine politica fondata non più di 13 anni fa da un comico e un esperto di web marketing conquista quasi un terzo dell’elettorato, staccando la concorrenza, e diventando il perno di quello che ormai si delinea come un nuovo sistema partitico.

E non si può partire che da qui, dal roboante successo del Movimento 5 Stelle, per analizzare queste elezioni parlamentari. Già nel 2013, con il paese inabissato nella più profonda crisi economica dal dopoguerra, i pentastellati si erano da poco trasformati nel primo partito italiano in termini di percentuali, con oltre il 25% di voti. Questa notte però si sono spinti oltre, fino al 32.67% alla Camera e al 32.22% al Senato, che vale una maggioranza relativa schiacciante di seggi in entrambe.

Grazie soprattutto al supporto arrivato dal Sud, letteralmente sommerso dalla marea grillina, come aveva previsto l’ex deputato pugliese di Forza Italia Raffaele Fitto in un fuori onda durante la conferenza stampa congiunta del centrodestra. Un Meridione che non sa a che santo votarsi e allora si affida a Luigi Di Maio, giovanissimo campano (e chissà che pure questo non sia contato qualcosa) designato ovviamente dal web come candidato premier del MoVimento. E chi se ne importa se prima di diventare parlamentare aveva lavorato come steward del Napoli e webmaster o se non azzecca un congiuntivo. Tanto meglio, anzi.

E chi se ne importa anche se la democrazia interna non è proprio sembrata regnare sovrana in questi anni all’interno dei 5 Stelle. Chi se ne importa se la prima esperienza di governo sotto i riflettori, quella romana, è per ora stata segnata da una sconcertante confusione e anche qualche scandalo. Sono comunque ancora politicamente immacolati, per via di cinque anni di opposizione intransigente ai governi Letta, Renzi e Gentiloni. Inoltre, in questa campagna elettorale sono riusciti a presentarsi come rassicuranti e allo stesso tempo ancora determinati ad aprire le Istituzioni “come una scatoletta di tonno”, citando un’espressione del guru Beppe Grillo di cinque anni fa. Soprattutto per questo motivo milioni e milioni di italiani hanno deciso di dargli un’opportunità.

Ma forse anche per non darla più ad altri. In primis il Partito Democratico, che era alla maggioranza in Parlamento da quasi sette anni. Infatti il PD ha realizzato il peggior risultato della sua storia ormai decennale, scendendo ad un 18.71% alla Camera che lo priva del suo ruolo di partito centrale in parlamento. Perdendo addirittura anche in Emilia Romagna, regione rossa per eccellenza, in cui a vincere è stato il centro-destra.

La crisi dei partiti socialdemocratici: un trend europeo

Questo risultato si inserisce in un trend europeo di profonda crisi dei tradizionali partiti socialdemocratici. Solo l’anno scorso il PS alle presidenziali francesi ha raccolto un misero 6%, non riuscendo ad approdare al secondo turno, e l’SPD in Germania ha di poco superato il 20,5%, il suo peggior risultato di sempre. Forse non è un caso che, come il PD, anche questi due partiti venissero da esperienze di Governo. È un fenomeno che ormai è stato ribattezzato “Paskofication”, da Pasok, il maggior partito di centrosinistra greco che nelle elezioni del 2012, le prime dopo la crisi del debito, perse 30 punti percentuali. Le cause di questa crisi dei partiti socialdemocratici nel generale erodersi delle lealtà partitiche e nello specifico scollamento con il loro ormai ex bacino elettorale, quello delle fasce meno protette della popolazione.

Quindi Matteo Renzi, segretario uscente del PD da dicembre 2013 e Presidente del Consiglio fino al referendum costituzionale del dicembre del 2016, è semplicemente stato risucchiato dall’ineluttabile declino dei partiti di centro-sinistra europei? In parole povere, dove stanno i suoi demeriti in questo fragorosissimo tonfo? Qualche colpa Renzi ovviamente ce l’ha. Nella sua fulminante ascesa politica, il rampante ragazzo di Rignano sull’Arno si è preso il PD e, passando anche attraverso l’allontanamento di alcuni storici dirigenti, lo ha trasformato a sua immagine e somiglianza. Sì, ma in cosa di preciso si è trasformato il pronipote del PCI? In un partito liberale di sinistra, borghese e concentrato nei centri urbani, con una spiccata vocazione a governare con ogni mezzo e una preoccupante tendenza verso l’accentramento organizzativo. Non certo un’immagine vincente in un clima di diffusa sfiducia verso l’establishment. Non una buona base dalla quale risorgere dalle ceneri.

Gli errori strategici del Partito Democratico

E poi ci sono gli errori strategici. Renzi non si è fatto del tutto da parte dopo il referendum, dando l’immagine di un leader attaccato alla poltrona e quasi rancoroso nei confronti di un elettorato che sembra non comprendere i suoi progetti riformisti. Tanto che negli ultimi giorni si aveva quasi la sensazione che fosse diventato una debolezza per il Partito in termini di appeal più che un asset. Ha accettato una legge elettorale che incoraggiava fortemente le coalizioni per poi fare piazza pulita di alleati che lo potessero aiutare. In questo senso si segnala la scarsa performance della lista europeista e, diciamolo, anche un po’ elitista, + Europa di Emma Bonino che non è riuscita nemmeno a superare il 3%. Le premesse per le dimissioni appena annunciate e la definitiva uscita di scena c’erano quindi già tutte.

A sinistra del Partito Democratico

Ma a sinistra del PD le cose sono andare persino peggio. Liberi e Uguali, formazione elettorale nata dalla fusione di SEL, Sinistra Italiana e celebri transfughi dal PD ha raccolto uno sconfortate 3,4%. Da sola SEL aveva ottenuto praticamente la stessa percentuale di voti nel 2013. A dimostrazione che i notabili D’Alema e Bersani non portavano alcun seguito in dote dal PD e che forse la scelta di farsi guidare da due figure istituzionali come il Presidente della Camera e del Senato, rispettivamente Boldrini e Grasso, non era stata di certo lungimirante. Ingiustificati anche i festeggiamenti di Potere al Popolo per un insignificante, nel senso privo di significato, 1,1%. Forse l’obiettivo era solo battere CasaPound, che ha fatto persino peggio.

L’estrema destra

L’estrema destra ha comunque potuto gioire grazie al trionfo della Lega di Matteo Salvini che si è issata fino al 17.4%. Si tratta del miglior risultato nella storia del Carroccio. A dimostrazione che l’evoluzione da formazione regionalista a clone italiano del Front National, con annessa retorica anti-euro e immigrazione, ha pagato. E pure tanto, dando legittimità interna al suo fautore, ovvero Salvini stesso. Nonostante il tentativo di nazionalizzazione, è stato comunque come al solito il Nord a trascinare la Lega. Si è venuto così a delineare una sorta di doppio fronte populista con il M5S che spezza in due il Paese. Sempre a proposito di destra, da notare anche il buon risultato di Fratelli d’Italia che sono passati dall’1 al 3%. Grazie a questo exploit, Salvini ha così superato anche Berlusconi nelle gerarchie interne al centrodestra. Forza Italia si è infatti fermata al 14%, 7 punti percentuali in meno rispetto al 2013. Il lento ma inesorabile declino del Cavaliere di Arcore è indiscutibilmente certificato dai numeri.

Alleanze possibili

Peccato che né il centro-destra, né il Movimento 5 Stelle in solitaria e tanto meno un centro-sinistra a pezzi otterranno la maggioranza dei seggi nelle due Camere. Tutto dipende ora dal presidente Sergio Mattarella. Sembra però difficile che il Governo non passi dalle mani dei pentastellati a questo giro. E sembrano decisi a non farsi sfuggire l’occasione: “Dovranno venire a parlare con noi”, ha affermato Alessandro Di Battista nella notte. Mentre il leader Di Maio si dice “pronto a parlare con tutte le forze politiche”. Sì ma quali? L’alleato più naturale dal punto di vista di contiguità (post)ideologica potrebbe essere la Lega, in un’alleanza preconizzata qualche giorno fa da Steve Bannon, uomo simbolo della alt-right americana ed ex consigliere del presidente Trump. Tuttavia Salvini potrebbe preferire aspettare e giocarsi il ruolo da egemone nel centro-destra piuttosto che fare il ruolo da non protagonista in coalizione con i 5 stelle. Altre maggioranze oltre a queste due sono difficili da immaginare con un grande coalizione tra PD e Forza Italia che non avrebbe mai i numeri in parlamento. Tanto più che Matteo Renzi ha confermato l’intenzione a non allearsi nel corso della conferenza stampa durante la quale ha ufficializzato le dimissioni da segretario di Partito.

Immaginare il Governo dell’inimmaginabile

Ma cosa possiamo aspettarci da un governo targato 5 Stelle? Difficile dirlo, visto che le loro posizioni sono prima state celate per 5 anni da una miriade di “no” in Parlamento e poi da vistosi oscillazioni in campagna elettorale, a seconda di dove tirava il vento dell’opinione pubblica. Esemplificativo a riguardo l’episodio di una parlamentare grillina la quale, incalzata dalle domande di Lilli Gruber, ammetteva di non avere una sua idea riguardo alla permanenza nell’area euro. Recentemente Di Maio è stato a Washington per rassicurare gli Stati Uniti sulla fedeltà atlantica. La sua ipotetica squadra di Governo, presentata in anticipo come biglietto da visita anti-inciuci, è per lo più composta da persone provenienti da quell’entità mistica e salvifica chiamata “società civile”: accademici, un generale dei carabinieri e perfino un ex olimpionico di nuoto. Nessun estremista e perfino qualche ex sostenitore del Governo Renzi.

Sappiamo anche che chiunque erediterà l’esecutivo sarà leggermente più fortunato di chi si è insediato nel 2013. L’economia è in lieve ripresa, lo dicono i dati macroeconomici, seppur con qualche “ma”. Sia merito del PD e dei suoi piccoli alleati, o del presidente della Banca Centrale Europea, non importa. Ma dubito che qualcuno lo riconoscerà. Come di certo non lo hanno fatto gli elettori. Di più non è dato sapere. Benvenuti nell’era dell’inimmaginabile.

Valerio Vignoli
@ValerioVignoli

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