Il lavoro in campagna elettorale: un silenzio assordante

“Io credo che nessun governo abbia fatto quello che abbiamo fatto noi non dico per gli imprenditori, ma per Confindustria in generale: via la componente Irap sul costo del lavoro, abbassamento delle tasse per chi fa investimenti nell’azienda, il Jobs Act e la riforma dell’articolo 18, Industria 4.0. Le cose di cui Confindustria parlava da anni le abbiamo fatte ma non perché le diceva Confindustria ma perché ci credevamo. Altri le vogliono smontare, noi le abbiamo fatte.”

Queste sono le parole di Matteo Renzi nell’ambito di un incontro con Confindustria a Firenze. Alla fine, uno scrive, si scervella per trovare le parole che spieghino il perché il PD sia un partito di centro destra molto più di quanto non sia di centro sinistra, e invece dovremmo star zitti e far parlare il segretario del partito.

Battute a parte, la discussione sul lavoro e sulle misure urgenti per contrastare la disoccupazione è stata piuttosto accesa, anche se non sempre esplicita. Certo le problematiche del mondo del lavoro non si fermano a quanti non trovano una occupazione e semmai bisognerebbe buttare un occhio su cosa significhi trovare lavoro oggi. Tra contratti da una settimana, precariato, licenziamenti tramite WhatsApp e restituzione dei salari a fine rapporto, forse la lotta alla disoccupazione assume sempre di più le forme di una minaccia.

Alcune forze politiche hanno provato ad alzare il tiro proponendo l’abolizione delle riforme degli ultimi 4 anni, da Poletti 2014 (liberalizzazione dei contratti a chiamata) in poi. La risposta istituzionale e “mediatica” ha ridotto queste istanze a “quelli che dicono di no”, dimenticando il fatto che se hai fatto le fondamenta con il fango, forse è meglio che la casa smetti di costruirla e ricominci da capo.

La discussione è stata molto più ampia di come possa sembrare – e di come viene raccontata da diversi commentatori, anche autorevoli – ma si è svolta sottotraccia, in modo implicito se vogliamo. Se le due coalizioni (Centro-destra e M5S) che, assieme, andranno a occupare un buon 60% di Parlamento hanno deciso che la partita si deve giocare sulle tasse, stanno anche implicitamente dicendo che continueranno nella stessa direzione sul lavoro, verosimilmente senza differenze. Quindi promettere posti di lavoro, se non altrimenti indicato, significa per loro puntare ancora sulla flessibilità – che è la faccia luccicante della moneta della precarietà, faccia che, come la luna, non cambia mai per chi la guarda.

La faccenda Embraco è assolutamente esplicativa della posizione di governo e Confindustria (di cui si assume che Calenda sia una diretta emanazione): alla multinazionale a cui è stato permesso di fare esattamente quello che vuole fare si dà della “gentaglia”. Ora, siamo d’accordo che lo sono, ma dare dell’assassino all’uomo a cui hai dato la pistola e insegnato a sparare è un po’ eccessivo, o per lo meno una parte di responsabilità bisognerebbe che il mandante se la assumi. Anche perché è proprio il Jobs Act che ha abolito, a partire dal 2017, la Cassa Integrazione a zero ore, obbligando le imprese a licenziare i lavoratori in caso di chiusura. Non basterà urlare due insulti per far finta di non avere nulla a che fare con tutto ciò, né servirà andare in Europa a chiedere aiuto, perché per l’Europa la circolazione di capitali è un valore. Allo stato attuale si sta solo raccogliendo il seminato. Il governo sta imparando cioè, ma forse già lo sapeva e tutto sommato gli va anche bene, che ad aiutare le imprese chi ci guadagnerà saranno… le imprese. L’unica scocciatura è che bisogna giustificarlo sotto elezioni.

È con questo spirito disfattista che accogliamo con un sorriso rassegnato il nuovo “Piano Marshall” di Vincenzo Boccia che dalle Assise Generali di Confindustria annuncia la sua personale (e fantasiosa) ricetta per mirabolanti risultati economici. Parrebbe, stando al presidente di Confindustria, che con un investimento di 250 miliardi spalmato su cinque anni e la conservazione delle riforme dell’epoca Monti e PD renziano (Fornero, Jobs Act, Industria 4.0 ecc) saremo testimoni di una crescita a doppia cifra e di una riduzione di 20 punti del rapporto Debito/PIL negli stessi tempi. Di questi 250 miliardi ben 38 saranno investiti dai privati, bontà loro. Il resto tra Europa (93 miliardi) e Stato (119 miliardi) – così, tanto non ce n’è bisogno altrove. E considerati i 40 miliardi buttati per gli incentivi al jobs act in tre anni, c’è pure caso che qualcuno ci pensi seriamente. Poi ovviamente nessuno ha detto in cosa si dovrebbe investire, né ha presentato un piano industriale, per cui allo stato attuale è solo e soltanto fede cieca.

Luca Sandrini

Fonte immagine in evidenza: Investireoggi.it

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