jaha's promise film

“Jaha’s promise”, la forza di una donna contro le Mutilazioni Genitali Femminili

Jaha’s Promise”, il documentario girato da Patrick Farrelly e Kate O’Callaghan aprirà il 26 febbraio “Mondovisioni”, la rassegna dei documentari selezionati da Internazionale a Bologna che quest’anno, per la prima volta, è organizzato da Kinodromo, Sfera Cubica, Housatonic, Emiliodoc e The Bottom Up.

 

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le bambine, le ragazze e le donne nel mondo che hanno subito una forma di mutilazione genitale sono circa 200 milioni e questa pratica coinvolge 30 paesi, in particolare l’Africa, ma anche il Medio Oriente e l’Asia. Inoltre,  con l’aumento delle migrazioni è cresciuto anche il numero di donne che vivono al di fuori del loro paese d’origine, ma che soffrono degli effetti della mutilazione genitale femminile (MGF) o che corrono un forte rischio di essere soggette a questa pratica anche in Europa, in Australia e nel Nord America.

L’Italia è stato uno dei paesi sostenitori della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha messo al bando universale le MGF e, in seguito, ha ratificato diverse convenzioni internazionali che condannano il fatto. Nonostante questo, però, una ricerca di AIDOS, in prima linea sul tema, ha  stimato che nel 2010 vivevano nel paese circa 57.000 donne e ragazze straniere tra i 15 e i 49 anni che avevano subito MGF.

Le mutilazioni genitali femminili sono, dunque, una priorità italiana, che si impegna su vari fronti, in particolare su quello della cooperazione, contribuendo all’attività di organizzazioni come UNWOMEN e UNFPA per combattere la MGF.

La storia di Jaha, sola contro le MGF

Jaha’s Promise racconta la storia di una giovane ragazza gambiana che torna nel suo paese d’origine per combattere contro il fenomeno della MFG, il quale ha colpito anche la sua vita. Jaha Dukureh, infatti, è stata vittima di mutilazione genitale femminile quando ancora era una neonata, a 15 anni è stata portata negli Stati Uniti e obbligata a sposare un uomo molto più grande di lei che non aveva mai visto prima. Dopo aver provato sulla sua pelle quali sofferenze atroci provoca il fatto di essere vittima di MGF, Jaha torna in Gambia, per combattere con forza contro questa pratica inutile e devastante per la vita di milioni di donne.

Nel suo paese d’origine, la giovane attivista ha lanciato una campagna giovanile contro la MGF, coinvolgendo il governo e le Nazioni Unite, e guadagnando il supporto di molte fondazioni, e di molti media locali e internazionali.  Durante tutto il percorso in cui ci porta il documentario, la lotta contro questa pratica sarà dura e incompresa, poiché questa rappresenta una norma sociale praticata da tutti, la cui violazione comporterebbe il rifiuto della comunità stessa.

Farelly e O’Callagan ricostruiscono la storia della vita di Jaha, partendo dalle sue testimonianze e concentrando l’attenzione sulle sofferenze delle donne che, come lei, subiscono tanta violenza fin dalla nascita. In particolare, risalta la sua lotta, attraverso la quale chiede il rispetto dei diritti di tutte le donne, senza differenze dovute alla cultura di appartenenza.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità include nella definizione di MGF  tutte le pratiche che coinvolgono la rimozione totale o parziale dei genitali femminili esterni, o altre lesioni agli organi genitali per ragioni non mediche. Questa usanza viene quasi sempre praticata da infibulatrici popolari, che ricoprono un ruolo centrale nelle comunità, e che operano senza vere conoscenze mediche e in ambienti non sterili e insani.

In molte culture, inoltre, la MGF è conosciuta come una pratica per mantenere le ragazze vergini e “pure” fino al matrimonio e per renderle fedeli al futuro marito e, in particolare tra le comunità musulmane, è percepita come una sunna, cioè come una legge imposta dal Corano.

Questa dolorosa pratica era molto diffusa in Gambia dove più del 75% delle donne era soggetto a MGF e a matrimonio infantile. Inoltre nella maggior parte delle comunità del paese le ragazze non ricevevano un’educazione sufficiente. Oggi, anche grazie agli sforzi di Jaha Dukureh, la MGF è vietata nel paese, si compiono arresti per chi la pratica, ma perché i dati diminuiscano sensibilmente è necessario aspettare e non smettere di lottare.

MGF: una violazione dei diritti di bambine, ragazze e donne

La strada verso la completa abolizione di questa pratica, infatti, è ancora lunga, ma la lotta di Jaha è sicuramente un contributo importante nella battaglia mondiale per l’eliminazione della MGF. Le mutilazioni genitali femminili sono oggi riconosciute come una violazione internazionale dei diritti umani delle ragazze e delle donne, poiché riflettono una forte ineguaglianza tra i sessi, e costituiscono quindi una grave forma di discriminazione contro le donne.

“Le Nazioni Unite hanno dichiarato la MGF una violazione dei diritti umani certo, eppure questa pratica continua sia negli Stati Uniti, sia nel resto del mondo”, in questo modo Jaha ha dato avvio alla sua campagna contro l’infibulazione, chiedendo al mondo intero di continuare a lottare insieme a lei firmando la sua petizione per l’eliminazione di questa pratica “rovina vita”.

Jaha si rende conto dunque che è necessario lavorare sul fronte della sensibilizzazione e della cultura,  sulla consapevolezza e soprattutto sulle nuove generazioni per sradicare una tradizione tanto violenta e pericolosa. Nonostante le difficoltà, alcuni piccoli risultati già ci sono a partire dal riconoscimento delle ONU, ma anche nella pratica in Gambia, ma siamo solo all’inizio di una possibile vittoria verso la quale la strada è ancora lunga.

“Questo è solo l’inizio, non avremo finito finché tutte le bambine non saranno protette”.

Anche a livello internazionale, qualche piccolo passo in avanti è stato fatto, con la messa a punto da parte di alcune agenzie ONU della Global strategy to stop health-care providers from performing female genital mutilation: si raccomandano alcune attività generali e strategie per contrastare la MGF. In particolare, i governi di tutti i Paesi si devono impegnare a mobilitare la volontà politica a sfavore dell’infibulazione, a rafforzare la comprensione e la conoscenza dei fornitori di assistenza sanitaria sia nei paesi in cui la MFG viene praticata, sia nei paesi di “accoglienza” in cui le donne vittime di mutilazione migrano, a creare un quadro legislativo e regolamentare di supporto e infine a rafforzare il monitoraggio, la valutazione e la responsabilità.

 

“Jaha’s promise” non racconta solo una storia, ma trasmette uno spirito forte e una smisurata volontà di cambiamento che deriva da una sofferenza grave e dal desiderio che nessuno più viva una vita priva di femminilità, piacere e salute.

Anna Toniolo

jaha's promise bologna

 

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