Nella giungla dei sondaggi

“Avete sentito il sondaggio che hanno fatto stamattina? Eh, non li devono fare questi sondaggi… è un sondaggio fatto con le ragazze dai venti ai trent’anni e hanno domandato: ‘Fareste l’amore con Berlusconi? Col Presidente, anzi?’. Il 33% ha risposto ‘sì’, il 67% ha risposto ‘Ancora?!’”.

Tanto tempo (politico) sembra passato da quella barzelletta di Berlusconi – uno che sui sondaggi non ha mai soltanto scherzato, anzi ne ha spesso compreso meglio e prima dei rivali le potenzialità.
Ora, a meno di venti giorni dal voto di una campagna elettorale che non ci sembra nemmeno iniziata (ma forse perché, in tempi di campagna permanente, non è mai realmente finita), siamo circondati di sondaggi e proiezioni sul numero di seggi e sui possibili scenari del dopo-voto.
Tra pochi giorni tutto finirà, perché il blocco della loro pubblicazione, che la legge italiana impone nelle due settimane precedenti le urne, oscurerà Masia e soci, e tutti gli interessati correranno a cercare dati aggiornati pubblicati online, mascherati da corse di cavalli (dove, ad esempio, Renzi è da anni impersonato dal fantino “Fan Faròn”) o segreti conclavi.
Ma tranquilli, dopo l’abbuffata di proiezioni ed exit-poll della notte elettorale, con il consueto mantra di “Noi abbiamo altri dati…” oppure “Queste sono solo proiezioni, aspettiamo i dati reali”, si riprenderà a studiare variazioni decimali nei principali talkshow televisivi. E questo non soltanto perché una seconda tornata di elezioni politiche nel giro di pochi mesi è una tra le prospettive considerate ad oggi possibili.
Ma soprattutto perché, in tempi di campagna permanente, i sondaggi sono sempre più un format mediatico – anche oltre la reale utilità che quelli svolti accuratamente hanno. Si prestano infatti a fornire informazioni facili da trasmettere e comprendere, seguono la logica di quella che alcuni chiamano “horse race” – e come in una corsa di cavalli si fa il tifo per il proprio fantino e si appiattisce la contesa allo scontro tra individualità, e servono ad evocare “la voce del popolo”.

Ecco dunque perché occorre approcciarsi ad essi con le dovute accortezze. Una di queste è cercare risultati e nota metodologica dei sondaggi nel portale dedicato del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria del Governo, dove devono appunto essere depositate le principali informazioni relative alle rilevazioni pubblicate sui media.
Un consiglio che vale per tutti, ma vale soprattutto per i media che li rilanciano.

Fonte: repubblica.it

Ieri ad esempio Repubblica online, per gran parte della mattinata titolava: “Da Bologna i numeri che fanno tremare il PD. Errani davanti a Casini”. Cercando ora, non trovereste questo titolo. La redazione di uno dei più importanti quotidiani italiani, infatti, ha impiegato qualche ora a correggere un errore di banalissima comprensione del testo (sempre che non fosse una voluta strategia di clickbaiting…). I numeri di cui si parla, infatti, fanno riferimento ad un sondaggio della società Sylla srl (che compare una sola altra volta nel portale istituzionale) che non chiedeva quello! Agli 800 bolognesi che hanno risposto all’indagine (su circa 5000 contatti complessivi – e già questo è un dato che non tranquillizza sulla significatività dell’inchiesta) veniva infatti domandato, collegio per collegio, quale candidato stimassero di più. Stima e voto sono evidentemente due cose diverse. I risultati peraltro fanno sorridere, già guardando i decimali a due cifre, peraltro assolutamente insignificanti se puntualmente oltre sei intervistati su dieci ti dichiarano di non stimare nessuno. Ma per stimare occorre conoscere, e ciò spiega partiti i cui candidati appaiono decisamente avanti in alcuni collegi e rimangono letteralmente a zero in altri. O il fatto che, a fronte della prevalenza degli esponenti di Liberi e Uguali in ogni confronto, un collegio veda avanti la parlamentare di destra Eugenia Roccella, nota per le sue posizioni non certo progressiste su diritti civili e temi etici.

Altro mistero riguarda il quotidiano Il Tempo, che il 26 gennaio pubblicava i risultati di un sondaggio di Euromedia – la società della decana Alessandra Ghisleri. I risultati, abbastanza inverosimili, stravolgevano le geografie elettorali storiche e recenti: lo schieramento di Salvini e Berlusconi veniva ad esempio dato in vantaggio di oltre 40 punti in Trentino Alto Adige, una delle poche aree sicure per il centrosinistra grazie al consueto apparentamento con la Sudtiroler Volkspartei. Peccato che quel sondaggio Euromedia non l’avesse mai condotto!

Fonte: Huffington Post – Ixè

E d’altronde in tanti si sono dilettati con le proiezioni sui collegi: alcuni con rigore metodologico e serietà, tra cui Youtrend o Salvatore Vassallo, altri al contrario dimenticando le basilari regole della matematica. E’ il caso di Ixé, i cui lavori sono abitualmente pubblicati su Huffington Post: il 4 febbraio, oltre a invertire il numero di seggi previsti per Forza Italia e PD, si riportava che 72+55 farebbe 123 e che 252 seggi risulterebbero dalla somma di 142 e 118. Soltanto un paio di settimane prima, peraltro, lo stesso Ixè attribuiva al Partito Democratico soltanto tre collegi sicuri nella quota uninominale della Camera dei Deputati: un dato palesemente errato, smentito da ogni altra rilevazione, nonostante le performance del partito di Renzi e Gentiloni siano tutt’altro che entusiasmanti.

La divulgazione e il commento dei sondaggi può spesso rivelarsi ingannevole o fuorviante (frequentemente per clickbaiting e sensazionalismo, a proposito di fake news…). Talvolta può essere invece deliberatamente forzata a fini politici.
I risultati dei sondaggi, opportunamente maneggiati, hanno infatti una ricaduta sull’opinione pubblica e sulle intenzioni di voto.  La comunicazione politica trabocca di esempi del cosiddetto effetto “bandwagon”, che porta a schierarsi per la parte che si prevede vincitrice, o, di contro, dell’effetto “underdog”, che mobilita quote dell’elettorato a sostegno di una forza minoritaria, spesso per scongiurare o contrastare il successo dell’avversario.
Ecco perché, da che mondo è mondo, Berlusconi è sempre in netto vantaggio, quando parla di sondaggi in televisione. Ecco perché ad oggi dalle parti di Largo del Nazareno si esaltano i rari segni positivi che compaiono nelle rilevazioni delle intenzioni di voto al PD, che gioca una partita di rincorsa – Democratica, l’organo di informazione di partito, è esemplare nel magnificare occasionali scarti del 0.2%.

Al netto delle interpretazioni tendenziose o errate talvolta proposte dai media o dai contendenti stessi, i sondaggi, anche i più rigorosi, sono soggetti a errori.
Non c’è bisogno di tornare allo storico caso del Literary Digest, che nel 1936 predisse la sicura vittoria del repubblicano Alf Landon dopo aver intervistato un campione di dieci milioni di americani, estratti dagli elenchi telefonici e dai registri automobilistici. Un lampante errore di campionamento, con il senno di poi, dato che la vittoria andò a Franklin Delano Roosvelt, come aveva pronosticato lo statistico Gallup, che aveva consultato un campione duecento volte più ristretto ma decisamente più rappresentativo.
Rimanendo al recente passato italiano, alla vigilia del voto referendario del 4 dicembre 2016 le rilevazioni segnalavano una rimonta del sì, per quanto non sufficiente per ribaltare le sorti della tornata elettorale; anche in ragione di una affluenza più alta del previsto, il no prevalse in maniera schiacciante.
Alla vigilia delle Europee 2014 nessuno aveva previsto il 41% del PD, stimato leggermente oltre il 30% e a rischio rimonta da parte del Movimento 5 Stelle; M5S che invece aveva sorpreso tutto ottenendo quasi il 10% in più di quanto pronosticato, mentre Bersani “non-vinceva” e Berlusconi rimontava al photofinish.

C’è evidentemente una parte della popolazione della quale non si riesce a carpire le intenzioni: più di un terzo degli italiani, anche in questa tornata, deciderà chi votare sulla soglia della cabina elettorale o poco prima. Cittadini tutt’altro che “engaged”, che difficilmente dichiareranno la propria preferenza ad un telefonista di un call-center oppure online. Poi c’è chi proprio rifiuta l’intervista: i tassi di rifiuto (ossia il rapporto tra interviste completate per raggiungere il numero previsto da campione e quelle non andate a buon fine) sono spesso molto alti e mettono a rischio il potenziale predittivo della rilevazione. Ci sono inoltre effetti di desiderabilità sociale, che portano a non esternare la propria scelta se percepita in forte discordanza con il clima d’opinione generale. Infine, la nuova legge elettorale propone un’ulteriore incertezza: in assenza del voto disgiunto, in che misura un candidato di collegio stimato e conosciuto può trainare la lista che lo sostiene o, all’opposto affossarla se sgradito?

Molti istituti hanno elaborato accorgimenti metodologici per provare ad ovviare a questi limiti: è ormai pratica comune non affidarsi soltanto a interviste telefoniche ma abbinarle a somministrazioni dei questionari via web, nel tentativo di raggiungere fasce di popolazione che difficilmente alzerebbero la cornetta; le tecniche di campionamento sono state raffinate; talvolta addirittura si precostituisce un panel (ossia una sorta di platea di “giudici”) che viene periodicamente consultato sulle intenzioni di voto – un metodo questo che, a prima vista, può risentire di eventuali errori di campionamento iniziali ma si presta a rilevare meglio di altri variazioni di tendenza.
Ciò che più aiuta, tuttavia, è circondare stime e previsioni di dati solidi, reali: non a caso le proiezioni più attendibili sui singoli collegi provengono da studi che tengono conto della storia elettorale dei territori.

Detto tutto ciò, il migliore antidoto ai limiti che la previsione degli orientamenti di voto, in quanto scienza umana, inevitabilmente affronta, resta la consapevolezza diffusa di ciò che i sondaggi possono indicare con ragionevole sicurezza e quanto, invece, no.
Ecco allora il decalogo del perfetto nerd dei sondaggi.

  1. Controlla sempre la fonte dei sondaggi.
  2. La nota metodologica di ogni rilevazione pubblicata deve essere inserita su sondaggipoliticoelettorali.it; se il sondaggio che cerchi non risulta, o non è un sondaggio, o è un’invenzione.
  3. All’interno della nota metodologica verifica l’ampiezza del campione, come sono state somministrate le interviste (al telefono? Via web?), il numero di rifiuti.
  4. Presta attenzione al margine di errore: scarti decimali nell’andamento dei partiti non sono necessariamente sentenze.
  5. Verifica la coerenza dell’indagine con altre svolte nel medesimo periodo…
  6. … ma fa attenzione a confrontare cose confrontabili. I diversi istituti possono usare metodologie e tecniche di campionamento diversi: le stime dei vari partiti possono variare leggermente (ognuno di essi ha il proprio “sondaggista di casa”).
  7. Se gli scarti settimanali, considerati individualmente, possono essere poco significativi, le tendenze emerse confrontando più rilevazioni contemporanee possono essere significative.
  8. Non dimenticare mai il contesto: la storia elettorale di un territorio può aiutare a prevederne con maggiore affidabilità il futuro.
  9. Ricorda sempre che i sondaggi possono essere utilizzati impropriamente da media e candidati, perché funzionali a un modo di raccontare la politica o perché in grado di generare effetti sul proprio elettorato o su quello avverso.
  10. Masia non perderà il sorriso se tu perderai un suo sondaggio.

    Questo non è Masia.
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3 pensieri su “Nella giungla dei sondaggi

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