intervista migrante

Frutto di un cattivo raccolto: conversazione con un immigrato

Lavorare con i migranti nel clima maleodorante che si respira nell’Italia pre-elettorale è un’attività che permette di toccare con mano la realtà e di salvaguardare quel poco di speranza che ci rimane, nonostante la piega che stanno prendendo gli eventi mondiali e, nel nostro piccolo, la precarietà post-laurea. Considerando che queste differenze enormi – a detta dei campanilisti e degli imprenditori politici della paura – tra Noi e Loro di cui veniamo messi in guardia quotidianamente non siano poi tanto incommensurabili da ostacolare un dialogo, ho proposto a uno di loro di approfondire quello che tutti loro, tra una coniugazione verbale mancata e un sorriso dai denti bianchissimi, raccontano ogni giorno a noi volontari di tutta Italia della Scuola di Italiano per Stranieri Penny Wirton.

Così, mentre le democrazie occidentali traballano di fronte alla corruzione della politica nazionale, ai così poco eleganti rigurgiti neofascisti, al qualunquismo civile, ai tweet improponibili proposti da Trump, alla superficialità sensazionalista e disinformatrice dei media, alla bestia del capitalismo globale che si nasconde dietro a trattati commerciali internazionali segreti che rendono i governi eletti nullità di fronte alla vergognosa e svergognata corsa al denaro delle multinazionali, incontro Lhoussaine per una chiacchierata in biblioteca. Quando non lavora, di giorno vive qui, tant’è che parla l’italiano meglio di tutti gli altri. Sta scrivendo una cronaca del Viaggio, il suo e di coloro che non hanno più la possibilità di scriverlo. È uno dei più anziani – ha poco più di vent’anni – e, pur essendo più giovane di me, a detta sua sembra più vecchio. Nulla del suo aspetto fisico contrasta con ciò che il suo sorriso trasmette. Ha delle cicatrici sulla fronte e sulle mani, e mi piace pensare se le sia fatte giocando ad arrampicarsi sugli alberi. Per par condicio, gli si potrebbe rinfacciare una scarsa attenzione a quelle che sono le regole del benvestirsi italiano.

Vorrei non dovertelo chiedere, ma non possiamo che partire dall’inizio. Com’è stato il tuo, il vostro, viaggio per arrivare in Italia?

Per arrivare in Italia abbiamo subito tante violenze e torture. Molti di noi sono morti nel mare, nei boschi o semplicemente sulle strade. Io ho preso la rotta dei Balcani, poiché il mio passaporto mi permetteva di arrivare fino in Turchia in aereo. Da lì ho attraversato Grecia, Macedonia, Kosovo, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria e per arrivare infine in Italia. Ogni paese ha una legislazione diversa, ovviamente, ma ciò che le accomuna è la violenza.

All’inizio facevano passare tutti, poi soltanto i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, Iran e Siria. La polizia pattugliava ovunque e, se ci trovava senza documenti, dovevamo pagarli per poter passare. Stessa cosa ai confini – fermavano i pulmini che ci trasportavano e ci chiedevano altri soldi, che si spartivano con gli autisti. Chi non pagava veniva arrestato. Tra la Serbia e l’Ungheria la polizia ci sparava addosso direttamente.

Non sapendo queste cose quando sono partito da casa, ho dovuto fare tanti km a piedi perché non avevo soldi. Per attraversare il mare dalla Turchia alla Grecia, ad esempio, non potendo pagare la tratta, mi sono offerto di guidare il barcone. Ma sulla terraferma c’erano sono pericoli ad ogni passo, sia per quelli che attraversano l’Africa per arrivare al Mediterraneo che nei Balcani. Molti di noi vengono rapiti, chiusi in case in posti deserti, senza cibo né acqua, violentati e torturati. Ci prendono i cellulari e telefonano alle nostre famiglie chiedendo grosse somme di riscatto, minacciando di ucciderci, di ucciderli. Nei boschi ci sono criminali appostati che ci rapinano prendendoci i soldi o i nostri organi e parti del corpo dopo averci uccisi. Abbiamo camminato per giorni interi senz’acqua né cibo, mangiando le foglie degli alberi e bevendo l’acqua delle pozzanghere o dei fiumicelli che trovavamo. Penso a quanti sono morti per ognuno di noi che ce l’ha fatta. Ci imbattevamo in corpi sparsi ovunque, come dopo una battaglia, di ragazzi che non avevano sopportato la fame, la sete, la neve, la pioggia. Non sapevamo cos’altro fare se non continuare a camminare.

albero di natale accoglienza
L’albero di Natale realizzato dai volontari della scuola di italiano per immigrati Penny Wirton di Forlì.

Perché si lascia il proprio paese? Veniamo bombardati quotidianamente da notizie – superficiali nel migliore dei casi, sensazionalistiche in tutti gli altri – sugli sbarchi, ma di fatto l’italiano medio sa poco o nulla sull’Africa e su quello che sta succedendo. Così come, immagino, voi sappiate poco rispetto a quella che è la situazione in Italia. È così? Qual è l’immagine che avete dell’Europa? Quali progetti avevate quando siete partiti di casa, cosa vi aspettavate di trovare?

Noi non abbiamo lasciato i nostri paesi. Noi siamo scappati. L’Africa è come il fuoco. So che solo alcuni di noi vengono chiamati rifugiati – quelli provenienti da paesi dove c’è la guerra. Io non sono tra quelli. Il fatto è che, quasi ovunque in Africa, la guerra c’è, ma non si vede. Non c’è giustizia, né libertà di parola, né diritti umani, ma arbitrarietà totale da parte delle istituzioni e le forze dell’ordine. La cosa paradossale è che stiamo emigrando in massa da uno dei continenti più ricchi di materie prime al mondo. Abbiamo il 12% delle riserve di petrolio al mondo, gas naturale per il 10%, uranio – essenziale nell’industria nucleare, riserve auree enormi, diamanti, platino, cobalto, ferro. Certe zone dell’Africa subsahariana hanno un clima ideale per l’agricoltura, ci sono foreste, grandi fiumi, mari. Non dovremmo avere problemi di sussistenza. Ma noi siamo poveri sia qua che là. Queste risorse noi non le vediamo mai, ci vengono sottratte da secoli. E non sappiamo nulla di tutto ciò, non votiamo i nostri governi, non siamo informati. Voi europei che avete il diritto all’istruzione sapete queste cose. Siamo scappati cercando una vita un po’ migliore in una comunità meno corrotta e con più giustizia. Ma se eravamo stranieri nei nostri paesi di origine, siamo stranieri anche qui.

Come avete trovato l’opinione pubblica qui in Europa?

Pensavamo che qui ci avrebbero capiti e aiutati, ma in realtà tutti pensano che siamo venuti a rubare i loro soldi – che sia tramite delinquenza o lavoro, non importa. Ci sono ovviamente le persone buone e caritatevoli, ma la maggior parte tratta e considera gli “stranieri” al pari degli animali. Siamo delle pedine sulla scacchiera dell’Europa, usati per guadagnare soldi sulle spalle di questa che è la vita tragica di ognuno di noi. Molte persone credono a quello che vedono in TV, cioè che gli stranieri rovinano il paese. Ma si specula sia in Italia che in altri paesi.

Credo che abbiamo molte risorse umane e potremmo invece contribuire al benessere sia economico che culturale. Siamo qui per lavorare – se l’Africa è povera non è perché siamo tutti delinquenti, ma perché tutti i soldi vanno al re e all’estero. Vogliamo pagare le tasse. Credo che, potendo, ogni africano vorrebbe soltanto un lavoro e una vita tranquilla come ogni essere umano, e se ne tornerebbe in Africa per morire ed essere sepolto là dove ha visto la luce. E pur pagando le tasse qui, una volta tornati in Africa, là non avremmo una pensione – di queste cose non si parla in TV. Al contrario, le accuse che ci vengono inflitte pubblicamente sono talmente gravi e intrise di razzismo che finiamo per avere paura di noi stessi. Ma abbiamo anche paura di tornare a casa, di cosa ci può aspettare là, quindi accettiamo tutto.

Una frase che si sente spesso è “gli stranieri portano via il lavoro agli italiani”. Frase che, logicamente parlando, mal si concilia con l’altro luogo comune “gli stranieri sono tutti delinquenti”. Ma sorvolando sull’ironia intrinseca a questo stereotipo, effettivamente l’Italia non è più uscita dalla crisi economica in cui è entrata nel 2009 e il lavoro è scarso e precario. I politici dozzinali usano questo problema strutturale per porre la tutela degli interessi degli italiani in alternativa alla tutela di quelli degli stranieri. Cosa si fa?

Con il colonialismo, l’Europa ha piantato un albero secoli fa. E il mondo ne sta tutt’ora raccogliendo i frutti. Credo anche noi siamo parte di quei frutti, forse considerati marci, ma sempre frutti. Prima, la Libia era considerata il paradiso per ogni africano: là si andava a lavorare. Hanno fatto fuori Gheddafi per potersi spartire tra di loro le risorse, che altrimenti sarebbero andate al popolo tramite lavoro onesto. Capisco che in Italia non c’è quello che pensavamo, ma mi chiedo perché non si possa fare di meglio – sia per gli italiani che per noi. Credo di essere un po’ idealista. Forse tutti noi lo siamo per essere arrivati fin qui nonostante tutto. Credo che abbiamo i mezzi per farlo, per creare più lavoro, eccetera, ma non c’è la volontà. Ci sono tre strati nella società occidentale: i molto poveri, il ceto medio e i molto ricchi. In Africa manca il ceto medio. Qui però è una lotta tra noi, molto poveri, e il ceto medio e gli altri poveri dell’Europa e dell’Italia. I ricchi guardano e ci mettono gli uni contro gli altri per mezzo di discorsi razzisti per distrarci da quello che è il colpevole principale. Se ci sono i soldi per le armi, perché non ci sono i soldi per le persone?

scuola di italiano per migranti

A proposito di armi – cosa diresti a chi ha paura che tra di voi ci siano terroristi? Gli attentati in occidente sono una realtà ormai, quindi, al di là della retorica, questa paura in ognuno di noi è razionale e ragionevole.

Vorrei iniziare dicendo che non ho mai visto un paese arabo o musulmano produrre armi. Inoltre, c’è differenza tra un arabo e un musulmano. Le due cose non necessariamente coincidono perché la prima indica l’etnia, la seconda la religione. Ho letto che la traduzione letterale della parola Islam in italiano sarebbe “pace”. Il profeta dice nel Corano che “chiunque uccide un innocente, è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chiunque salvi una vita, e come se avesse salvato la vita di tutti”. Da musulmano, credo che la religione non c’entri nulla nei fatti terroristici. Se così fosse, almeno noi, musulmani come loro [dicono di essere], dovremmo essere risparmiati. Ma ci sono molti attentati nei paesi musulmani. Noi diciamo che in ognuno di noi c’è il bene e il male, dio e il diavolo; sta a noi scegliere a chi dare ascolto. Da musulmano, considero che quelle persone abbiano scelto il male, quindi non possono (più) essere musulmane. Sono persone a cui è stato fatto il lavaggio del cervello; su quali basi – soldi, pseudoreligione – non lo so. Al Qaida, Isis, è tutto un gioco – cambia solo il nome, la mentalità è la stessa. Se io sono qui, è perché questo paese mi ha dato i documenti, quindi la libertà e la pace. Devo rispettarlo. È così che pensano la maggior parte di noi. Da arabo e musulmano non capisco il terrorismo. Non è “normale”.

Un’altra questione molto dibattuta è la possibile integrazione tra il vostro stile di vita e il nostro. Come si possono conciliare due culture talmente diverse?

Il nostro stile di vita è normale. Come ho già detto, cerchiamo di vivere una vita pacifica e tranquilla, in un paese dove ci sia sanità, istruzione, giustizia, strade senza pericoli come le nostre. Non siamo delinquenti, solo poveri. Anzi, cerchiamo di comportarci bene a maggior ragione perché non vogliamo essere rispediti indietro. Il problema è, da un lato, l’immagine che viene data di noi, dall’altro il fatto che in Africa, molti effettivamente si sfruttano a vicenda senza pietà. Fare la preghiera non basta, in realtà molti, troppi, inseguono solo i soldi appena lasciata la moschea, non importa a quale prezzo. Credo che anche questo dia un’immagine brutta dell’Islam. Per quanto riguarda la religione, nel paese da dove provengo ci sono sia chiese e moschee sulla stessa strada, convivono già diverse religioni e questo non crea problemi. Perché dovrebbero essercene qui?

E per quanto riguarda la donna e l’obbligo del velo? Siete consapevoli che in occidente coloro che sostengono i vostri diritti sono gli stessi che combattono anche per i diritti non solo dei lavoratori ma anche degli atei e degli omossessuali e per l’emancipazione delle donne? Come vedete questo aspetto?

Nel mio paese ci sono già donne senza il velo – per le strade, a scuola [mi mostra una foto di classe con ragazze col velo e senza che potrebbe a tutti gli effetti essere stata scattata in Italia]. Ma le nostre consuetudini sono tali per cui, se una ragazza perde il suo onore [la verginità], la sua vita è rovinata. A livello sociale, non troverà più marito e il più delle volte finirà per essere sfruttata. Non dico che sia giusto. È semplicemente così. Quindi il velo è un modo per tutelarla da tutto ciò. Da dove vengo io ogni donna è considerata una madre.

Il Corano dice che il paradiso sta sotto i piedi delle madri, cioè che è la figura più importante. Ci sono uomini che non rispettano le donne, ci sono persone con mentalità diverse, più o meno buone, come in tutti i paesi. Anche in Italia uomini uccidono le donne, ma la religione non c’entra. Non posso parlare per tutta l’Africa, che è un continente enorme con tanti paesi, legislazioni, consuetudini. L’Africa non è una società monolitica, così come nemmeno l’Islam, nella sua pratica reale, è un fenomeno omogeneo. E pratiche orribili come l’infibulazione, ad esempio, sono tribali e non prettamente islamiche. Non credo che un gay possa anche essere musulmano, ma per quanto mi riguarda, ognuno può aderire alla religione e ai comportamenti che vuole. Non c’è costrizione.

lezione italiano migranti

Cosa dovremmo fare di concreto per favorire l’integrazione? Voi che ruolo attivo potreste avere in questo processo migratorio oserei dire mondiale e ormai irreversibile al fine di aiutare anche le popolazioni ospitanti a capire meglio voi e la situazione? Tutte queste cose che mi hai raccontato, tu le sai perché hai avuto l’opportunità di andare a scuola, all’università; ma tutti gli altri? Fino a che punto sono consapevoli di quello che sta succedendo?

Le cose che so e che penso le ho imparate sulla strada per andare a scuola, non a scuola. Certo, tutti noi immigrati quando parliamo, parliamo dei problemi dell’Africa e meno dell’Italia. Un po’ perché non la conosciamo affatto, un po’ perché ci è difficile conoscerla meglio non parlando la lingua. Personalmente, penso ci sia bisogno di un progetto comune tra, come dicevo prima, migranti e autoctoni, tra poveri e poveri. Perché il problema è di ordine globale, ma non potendo chiedere spiegazioni ai veri colpevoli, è più semplice prendersela con chi è più debole in questa situazione. Le nostre vite non valgono nulla. Gli italiani – e tutti i popoli che ci ospitano – dovrebbero leggere per capire i fatti e noi dobbiamo aiutarli in questo. È estremamente difficile per noi organizzarci perché in fin dei conti c’è tanta competizione e invidia tra di noi, c’è vera e propria lotta per la sopravvivenza. È un fenomeno che si verifica tra immigrati di ogni paese. A volte, più che aiutarci a vicenda, è più facile venire aiutati dalle persone di qui che hanno a cuore la nostra sofferenza in quanto esseri umani. E spero che continueranno ad aiutarci, perché loro sanno come bisogna agire entro i confini legali e istituzionali di questo paese. Vogliamo imparare l’italiano, lavorare e dimostrare come siamo veramente.

 

Lascio Lhoussaine alla sua quotidianità. Mentre mi allontano sotto la pioggia, mi vengono in mente alcune parole che il grande James Baldwin scrisse: Forse è meglio che il peggio venga all’inizio. Non so. Forse così, se uno sopravvive, può farsi una vita migliore, una vera vita, perché ha dovuto combattere con ogni mezzo per strapparla dai denti di qualche cerbero infuriato che gliela stava dilaniando”. E mi chiedo, dove saremo – io, lui e tutta la nostra generazione – tra qualche anno? E penso ad un progetto comune, umano e umanitario, fatto di speranza sociale piuttosto che omertà passiva che, forte del rispetto verso le diversità reali, guarderà al futuro e non al passato, che non chiederà a nessuno da dove arriva, ma dove vuole – e dove vogliamo – arrivare.

 

Elena Calarasu

 

[Autrice anche di tutte le immagini pubblicate nell’articolo]

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