Osc2x, un comune umanista in mezzo al panico (nonostante il Partito)

La notte del 31 dicembre 2017 Vittorio Marchetti, aka Osc2x, ha fatto uscire il suo EP Sell Everything (Collettivo HMCF), ultima fatica discografica dopo il precedente Under the sun all night long. Ci siamo incontrati un pomeriggio in centro a Bologna per parlarne davanti a uno spritz.

Più di due anni dall’ultimo disco. In mezzo tante cose: il tour, i viaggi, lo Sziget festival, le telecamere di X-Factor… Almeno, questo è quello che si è percepito da fuori. Come hai vissuto questo periodo? Qual è il motore da cui è uscito Sell everything?

È difficile riassumere questi (quasi) tre anni in poche parole. Sono uscito dalle Altre di B, sono uscito da Sin/Cos, dagli Obagevi per cercare di puntare tutto su di me e su questo progetto. Sono stato parecchio in giro, e in mezzo c’è stata questa cosa di X-Factor, totalmente inaspettata, improvvisa, un po’ campata in aria… È stato un momento di svolta, ha cambiato la mia concezione di industria musicale perché ci sono andato a sbattere proprio di corna. Dopo X-Factor noi abbiamo registrato questo disco, che poi è rimasto fermo per un anno e mezzo. Forse proprio perché io ero rimasto un po’ scioccato da questa grossa esposizione mediatica, e volevo da una parte aspettare che la situazione si stabilizzasse, dall’altra perché volevo provare a remixare i pezzi, lavorarci su ancora – questo per un problema di perfezionismo tutto mio. In questo anno e mezzo però ho continuato a scrivere roba nuova, quindi abbiamo deciso di far uscire in rapida successione questo e il prossimo EP, spero prima dell’estate. Anche perché in realtà Sell Everything è composto di sette pezzi, è a metà tra un album e un EP, e secondo me questo formato più agile si adatta molto alle nuove modalità di fruizione della musica.

sell everything osc2x
La copertina di “Sell Everything”

Ok, passiamo a parlare del disco. La prima cosa che colpisce è la copertina rosa acceso, dove a fianco del titolo e del nome campeggiano scritte in alfabeto cirillico, arabo, (quelli che credo siano) cinese e giapponese e anche ebraico. In alto a destra, un bollino ci informa in una lingua slava che non sono riuscito ad identificare che il disco contiene le hit Peniko e The lightning. Qual è il concetto che sta dietro a questa simbologia? Perché il disco si chiama Sell everything?

Adesso ti svelo un segreto, in una delle scritte in alfabeti stranieri (non vi dico quale) invece di Sell Everything c’è scritto “Vaffanculo tutti”! [Ride] Beh, il titolo è abbastanza forte, e viene proprio dal nostro essere stati esposti a questo nuovo modo in cui la società vive la musica. Ma non c’è tanto un’intenzione di denuncia quanto di provocazione: è un titolo provocatorio che vuole più che altro far riflettere sulla questione, anche da un punto di vista sociale, del progressivo confondersi dei confini tra quello che una volta veniva chiamato underground, o musica indipendente, e il mainstream. Non penso che sia di per sé giusto o sbagliato, ma credo che sia un fenomeno interessantissimo, dovuto sicuramente al passaggio dai media tradizionali al web 2.0, che ha reso tutto molto più democratico. E questa sì che è una cosa positiva, perché più le persone sono educate all’ascolto meglio è: a prescindere dal sistema in cui ci si muove, non esiste sistema che possa prescindere dall’etica, dagli ascolti e dall’educazione del pubblico.

All’ascolto mi sembra che il disco si sia mantenuto nel solco dei tuoi lavori precedenti, con il marchio di fabbrica Osc2x ben presente, ma ho notato una maggiore cura nei suoni. Sei soddisfatto del risultato? Quali sono gli artisti o gli ascolti che ti hanno influenzato? Ad esempio io ci ho sentito molto Todd Terje.

Beh sì, il disco è stato prodotto da quel genio di Andrea Suriani. A differenza di Under the sun all night long, che avevo registrato e prodotto interamente io con della strumentazione nemmeno troppo buona, questo lo abbiamo registrato all’Alpha Dept di Suri e il suo zampino nella produzione sicuramente c’è. Sono molto soddisfatto di come suona il disco, anche se a un certo punto ho avuto paura di impazzire: continuavo a lavorare sui pezzi, continuavo a remixarli e non riuscivo a trovare una quadra, stavo cercando un’idea. Alla fine l’ho trovata.

A livello di ascolti io vengo comunque dal rock, dal punk, e questo si sente. Con Osc2x cerco di trasporre quest’anima in una versione elettronica, più ballabile… Alla fine il succo del progetto 2x è la continua sperimentazione, a volte anche fine a se stessa.

Sì, Todd Terje sicuramente c’è di brutto. Mi ha influenzato moltissimo anche Digitalism, io percepisco molto il loro approccio rock e il modo in cui lo fondono alla produzione elettronica sia della musica sia dell’immaginario che ci sta dietro. Per noi, sia per me che per Rizzo [Luca Rizzoli, batterista di Osc2x, nda], i Digitalism sono un gruppo seminale.

A proposito di Rizzo, il vostro è un sodalizio artistico che dura ormai da molti anni. Qual è il suo apporto a Osc2x?

Rizzo è fondamentale. Ha suonato la batteria praticamente in tutte le canzoni, tranne The Lightning, e contribuisce molto agli arrangiamenti. Le idee nascono e si strutturano fondamentalmente nel mio studio, ma poi, quando le porto in sala prove, lui se ne esce con dei contributi che cambiano molto il pezzo. Soprattutto Chico Chico: inizialmente era un pezzo molto diverso, in sala prove ha proprio cambiato genere.

Per quanto riguarda i testi l’autore però sei tu, giusto? Quanto sono autobiografiche le tue canzoni?

Abbastanza, ma spesso sono anche molto di fantasia. Chico Chico ad esempio è un dialogo tra una ragazza e un ragazzo, mentre la prima ci prova con il secondo; descrive la fugacità e la mia concezione dei rapporti di coppia oggi, i corteggiamenti all’interno dei club. È tutto più rapido, più spiccio, ma c’è anche una carica sessuale di cui bisogna parlare, che bisogna sdoganare. Forse quello effettivamente è autobiografico, girando molto e suonando per l’Italia capita di trovarti in situazioni del genere. Ci siamo affrancati da alcuni valori di qualche decennio fa, come dice Baumann viviamo in una società liquida dove alcuni paletti morali non esistono più e ci si adatta molto più rapidamente all’ambiente circostante. Life Companion invece parla del valore dell’amicizia, di come crescendo si perdano di vista certe persone, soprattutto in un Paese che molti, soprattutto musicisti, stanno abbandonando. The Lightning è un po’ più metaforico, seppur sempre autobiografico, e parla del rapporto con una donna/musa. Peniko parla dello stato d’animo in cui viviamo, ormai siamo tutti immersi in un panico concreto e pervadente. Mi guardo intorno e vedo gente che beve, psicofarmaci dappertutto, droghe dappertutto, e mi sembra evidente che questo panico ha delle conseguenze sulla società. La chiave in cui ne parlo è però una chiave maggiore, anche musicalmente parlando, per cercare di sdrammatizzare e di farci su una risata.

Molti testi sono in realtà una riflessione sulla socialità che cambia, e io vedo questa cosa come una ricaduta diretta della politica. L’Italia, Paese corporativista da sempre, ha le sue corporazioni anche per fare musica, nel senso che questa si fa all’interno dei circoli Arci, all’interno delle Feste dell’Unità, nei festival come il Primo Maggio… La sfera della musica è appaltata ai partiti, anzi al Partito, e questa è una conseguenza della gestione politica di trent’anni fa, al tempo in cui avevamo il partito comunista più grosso d’Europa. Poi, senza offesa, ci troviamo gente che canta di socialismo tropicale (il riferimento è a questo singolo della band bolognese Lo Stato Sociale, NdR), quando nei Paesi in cui questo c’è davvero, come il Venezuela, la situazione sociale e politica è allo sfascio e la polizia spara sulle donne incinte a Natale.

20479949_1250649538378752_5712742180995252647_n
Le due facce di Osc2x

Parlami del remix di Peniko, l’ultima traccia del disco. Qual è l’idea dietro al brano? Essendo stato fatto da te, e non da un altro artista, volevi provare a fare un remix classico con cui rendere più ballabile una traccia già esistente? O è stato il vero e proprio tentativo di dare una nuova veste a un brano il cui nucleo credevi che avesse delle potenzialità ancora inespresse?

Hai detto bene. Io credo che la canzone sia molto bella, a livello puramente melodico, da pentagramma, al di là del suo arrangiamento. Ho voluto quindi darle un secondo vestito che credevo si meritasse. È stato un processo lunghissimo, ci ho messo diversi mesi: sai come funziona, una volta che consideri completa una canzone quella si cristallizza nella forma che le hai dato, ed è poi molto difficile uscirne. Il remix è stato di fatto un esercizio di stile, un divertissement.

Alcuni tuoi brani, penso ad esempio a I was so sure del disco precedente o a The lightning dell’ultimo EP, hanno dei passaggi che io ho letto come chiari riferimenti al tuo mondo spirituale. È così? In che modo questo influisce sulla tua produzione musicale?

Io credo di avere una spiritualità molto forte nella mia sfera privata, ma per quanto riguarda la musica i riferimenti che hai fatto sono più legati a una musa che a una divinità o simili. Questo perché le donne hanno avuto un’influenza enorme sul mio sviluppo come persona. Un po’ come la Beatrice di Dante, però al contrario: invece di portarmi in Paradiso mi hanno spedito all’Inferno [ride]. Mi piacerebbe cantarne in maniera più diretta, ma ho sempre visto la spiritualità come una cosa troppo privata e personale. Delle due veramente si va a fare dei gospel belli incazzati, e quello lo apprezzo molto. Ti ricordi quando abbiamo assistito alla messa gospel a New York, insieme alle Altre di B? Io ho pianto, a me è piaciuta tantissimo. E la cosa assurda è che il blues, e quindi quasi tutti i generi musicali esistenti oggi, vengono da lì, dal gospel, e quindi dal Vangelo.

In tutto questo, però, io mi sento anche un comune umanista: al centro dei miei testi, e della mia visione del mondo, c’è l’uomo, sì in quanto figlio di Dio, Adamo e Noè, ma comunque uomo.

Già che siamo in vena di domande personali: qualche mese fa ti sei tagliato i dreadlocks, che negli anni erano diventati in qualche modo un tuo simbolo inequivocabile. Era il segno di un rinnovamento, un rito di passaggio? Era un gesto volutamente depotenziante, sulla scia di Sansone?  O è stato dettato semplicemente da esigenze di stile e praticità?

È un discorso complesso che è stato influenzato dal concetto ebraico di modestia, è il concetto degli ebrei ortodossi che si vestono tutti uguali ma proprio per questo sono subito riconoscibili. Slegando la mia immagine da affermazioni forti e palesi come quella di avere i rasta, mi attribuivo nuovamente la responsabilità totale delle mie azioni e di quello che dicevo. Volevo evitare che il mio corpo comunicasse l’appartenenza a certe subculture legate ai dreadlocks, come il reggae o il punk, e in generale che comunicasse un’estrazione diversa, riconoscibile come “alternativa” ma che in realtà alternativa non è, perché come tutte le subculture è stata pian piano assimilata nel pensiero dominante. Pensare di essere diverso e alternativo, pensare di essere “contro” perché si hanno i dread è un discorso infantile che pian piano non ho più riconosciuto come mio. E questa è una questione che mi porto anche nella mia vita privata, al di là dell’immagine pubblica di Osc2x.

14724590_982924121817963_4514448528649515060_n
A sinistra Vittorio Marchetti (ancora con i dreadlocks), a destra Luca Rizzoli

Vorrei chiederti com’è stata la tua esperienza ad X-Factor. Come l’hai vissuta sul piano personale? Cosa pensi della diatriba che da qualche anno sta investendo l’ambiente, da Manuel Agnelli proprio ad X-Factor fino allo Stato Sociale che va a Sanremo: secondo te è un vendere la propria immagine, una svilente mercificazione dell’artista, oppure è un modo legittimo per reinventarsi e guadagnare qualcosa?

X-Factor per me è la risposta che viene data a una domanda di musica posta dal mercato, e che prima non trovava una sponda. Soprattutto dopo la morte di Mtv in televisione c’era un’enorme carenza di musica, se si esclude quella proposta dai festival di Sanremo e del Primo Maggio, ovvero sostanzialmente la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Dalla tv partiva quindi un grosso bisogno di musica che fosse slegata dai partiti, che fosse più libera dalle lobby della politica che, come ti dicevo prima, stritolano questo Paese. Io quindi vedo X-Factor come un fenomeno fondamentalmente positivo, altrimenti non ci sarei andato. E il fatto che Agnelli, come tanti altri, si sia ritrovato al tavolo dei giudici quindi ci sta, ha fatto bene: lui è un furbacchione, ma le accuse di essere dei venduti non hanno senso. L’artista di fatto deve vendersi, quello che fa un artista è comporre e vendere la sua musica e, se lo ritiene necessario o utile, anche la sua immagine. Andare in televisione permette un’esposizione al pubblico che, anche per quanto riguarda un gruppo più che affermato come gli Afterhours, non sarebbe stata possibile all’interno dei canali tradizionali.

Tu canti in inglese, hai un nome che non rimanda direttamente al contesto culturale italiano e hai fatto anche qualche esperienza all’estero. Cosa pensi del mercato musicale italiano, e come ti posizioni al suo interno e in un più ampio ambiente europeo?

Io ho fatto delle esperienze in Inghilterra e, quando ero un po’ più maturo e consapevole, nei Paesi Bassi, perché identificavo questi due Paesi come i più influenti nella scena della musica indipendente mondiale. Ma anche perché ero affascinato dal liberalismo imperante in Olanda: forte tolleranza nei confronti delle droghe, della prostituzione, del gioco d’azzardo… e volevo vedere come questo si traducesse nella vita sociale. Sono rimasto scioccato da quanto sia diverso da qui: a Utrecht i locali sono ancora dei luoghi di aggregazione sociale, io andavo lì aspettandomi un concerto e invece il concerto non c’era, la gente stava lì e parlava, dibatteva delle questioni più varie. È una questione più ampia di sostenibilità della cultura: in un Paese con uno stipendio medio molto più alto di quello italiano la birra costa 2,50 €, non 5 come da noi, e i concerti iniziano alle 8, finiscono alle 10 e tu puoi scegliere se restare lì a ballare e a chiacchierare del live oppure, se il giorno dopo devi svegliarti alle 7 per andare a lavorare, se tornare a casa. La prassi lì è che, usciti dall’ufficio, non si va a casa ma in un locale, si beve qualcosa, si guarda un concerto, poi torni a casa, cena, doccia, letto. È anche un sistema di ridistribuzione del reddito e di circolazione di denaro basato sulle iniziative dei privati, che sono sostenute e facilitate dall’ambiente socio-economico. Qui in Italia invece non ci sono più locali, sono rimasti solo circoli Arci che sono quindi sostenuti dal Partito. Il libero mercato della cultura non riesce a trovare il proprio spazio in questo Paese.

Visto questo contesto io e Osc2x vorremmo andarcene da qui, ma sia io che Rizzo abbiamo dei legami sociali e familiari, e lasciare tutto è difficile. Ma non credo che l’Italia riuscirà mai a liberare la propria vita sociale e culturale, perché è un Paese che una vera rivoluzione non l’ha mai fatta, e prospera nella stagnazione sociale. E questa cosa mi impedisce, anche personalmente, di vivere con serenità la mia vita, se non fosse per pochi posti che si sforzano di fare qualcosa, come il Covo Club.

Giovanni Ruggeri

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...