“Auguri per la tua morte”: non aspettatevi Nabokov

Odio i film horror. Non tanto per i film in sé, che possono addirittura accampare pretese sociologiche-filosofiche-ambientaliste (zombie: Chernobyl; vampiri: il capitalismo; Freddie Krueger: Diego Fusaro), quanto per il classico pubblico dei film horror. Gli spettatori dei film horror sono come quelli che parlano male degli italiani all’estero che inveiscono contro gli altri italiani all’estero senza rendersi conto di essere, a loro volta, italiani all’estero. Non riesco a capire il senso di spendere l’equivalente di svariati caffè per chiudersi in un buio e costoso salone pieno di adolescenti brufolosi e sputacchianti, in mezzo al delicato aroma di burro vecchio e piedi del vicino (che è sempre un adolescente brufoloso e sputacchiante, ma con il vizio di sfilarsi le scarpe da tennis e biascicare “Noooo vecchioooo” appena prima di un twist plot).

Inoltre, ogni volta che vado al cinema come forma di evasione leggera vuota e sostanzialmente sciocca, mi sento terribilmente in colpa, come se stessi contribuendo a finanziare una gigantesca industria dello spettacolo bianca, eteronormata, fallocentrica e fortemente gerarchica. Però ci sono andata di recente, a vedere un film horror in mezzo agli adolescenti brufolosi, e mi sono pure divertita. Così ho deciso di evadere dalla logica del produci-consuma e dalle emozioni patinate e mistificate scrivendo questa recensione e ripetendo ad alta voce “turbocapitalismo!”.

L’esegesi di Auguri per la tua morte è una piacevole favoletta alla Ricomincio da capo con qualche colpo di scena e alcune battute divertenti, ma è anche il ritratto del precario equilibrio immaginario di chi si sente costretto a far parte di una gigantesca catena di montaggio senza senso o vie di fuga. Tree, la protagonista bionda e bella, è intrappolata nella sua vita luccicante e infelice, sulla quale cerca di non farsi molte domande. Ha poche amiche, le consorelle della sua confraternita, che però fanno parte degli “altri”, sono personaggi macchietta: non c’è comunicazione, il dialogo è ridotto a uno scarno scambio di luoghi comuni e, come la maggioranza dei personaggi femminili nei filmetti da botteghino, sono violentemente sessualizzati e in balia di gerarchie e meccanismi che non hanno contribuito a creare. Un bel giorno Tree si sveglia nel letto di Carter, grazioso trofeo da una notte, svolge le incombenze vuote e bionde come lei della sua giornata e verso sera viene uccisa. E così di fila,ogni giorno, prevedibile come i ritardi di Trenitalia.

Fonte: Empire Online

Il filmetto di Landon suggerisce che il tentativo di sopprimere completamente la paura e l’incertezza renda ogni aspetto della vita un po’ più sterile, desessualizzandola, ripulendola dagli errori e quindi anche da quella bizzarra tradizione giapponese di riempire d’oro fuso le crepe nei vasi di ceramica. Per qualche sfortunata inquadratura, la protagonista di Auguri per la tua morte è vittima della sorte, e viene profanata dalla morte in tutti i modi. Poi vediamo un soggetto libero che si ritiene (o almeno aspira ad essere) la responsabile ultima della sua sorte, gonfia del mito del merito per cui se ricicli la spazzatura, cedi il posto in autobus agli anziani e non bestemmi in mezzo alla pubblica piazza la tua vita andrà a gonfie vele. Ma anche questa dinamica è destinata a cedere il posto a quella del caso e del grottesco, dove tutto può essere entro i limiti del buonsenso e della noia, ma siccome questo è un lungometraggio holliwoodiano e non Invito a una decapitazione, non andate al cinema in cerca di vene kafkiane, sotto-messaggi marxisti o riferimenti a società totalitarie. Se ce li vedete, come ce li ho visti io, probabilmente sono i popcorn che sono guasti.

Ogni contatto con un altro essere umano viene vissuto come una potenziale minaccia, la solitudine lancinante dell’incomprensione avvolge battute brillanti, chiome folte e curatissime, abiti costosi e insalatine scondite in pillole ben confezionate di quieta disperazione. Il tempo non esiste fuori da un ciclo prestabilito, ma ne permane la consapevolezza e il segno, tanto che i fan dei Baustelle non possono non pensare a Le rane. Auguri per la tua morte racconta tutte le parole che non si riescono a pronunciare finché non è troppo tardi, tutti i rapporti umani che non siamo capaci di coltivare perché sono difficili, perché sono quotidiani e troppo puntuali, o perché probabilmente ci teniamo troppo e i sentimenti fanno molta più paura di un serial killer mascherato e assetato di sangue. Niente da dire sull’ambientazione, a cavallo fra Buffy l’ammazzavampiri e Buffy che continua ad ammazzare i vampiri. Dopo Animal House, il college statunitense può tranquillamente essere definito come un topos cinematografico secondo solo alla casa in mezzo al bosco e all’accappatoio di Rocco Siffredi: campanelle, vassoi e ragazzette in minigonna da vederli sono uno scenario familiare, anche quando li si collega ad esorbitanti prestiti per studiare da restituire alla banca o a psicopatici armati di ascia bipenne.

Oltre alle mezze stagioni, non esistono uniche chiavi di lettura di qualsiasi cosa, per cui si può tranquillamente pensare all’ultima opera di Christopher Landon come quello che probabilmente è quando non si è vicini al ciclo e non si piange commossi per le pubblicità progresso: l’ennesima sbrodolata alla volemose bene con l’altrettanto ennesima biondina interamente bella, semi-brava e parzialmente orfana, che ha solo bisogno di un abbraccione, un bravo ragazzo studioso e un pasto più sostanzioso di quella maledetta insalatina. In fondo, gli ingredienti ci sono quasi tutti (: manca il pasto sostanzioso). Ma puoi sprecare un biscotto solo perché ti è caduto, oppure pensare che in fondo il pavimento non è così sporco.

Sofia Torre

Immagine di copertina: ComingSoon

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