Violenza sulle donne, perché c’è bisogno di un Piano

La violenza abbonda sulla bocca degli stolti. Le narrazioni tossiche saturano l’opinione pubblica, gettando sospetti e critiche su pratiche politiche e di autodeterminazione che hanno invece un solo e semplice obiettivo: farci aprire gli occhi sulla realtà per cambiarla e cambiarci. A pagare le conseguenze dei criteri di notiziabilità del giornalismo siamo tutte e tutti, perché quello attuale – almeno a livello nazionale – ha tutti i presupposti per trasformarsi in un passaggio chiave di presa di coscienza collettiva.
Così fu negli anni Settanta, quando le prime donne iniziarono a raccontare e testimoniare le loro esperienze di aborto, una pratica clandestina che “si faceva ma non si diceva”. Quelle donne si fecero portavoce di una vera e propria rivoluzione culturale, non solo smascherando un’ipocrisia diffusa, ma riuscendo a far entrare la propria intimità nell’agenda politica fino all’approvazione della legge 194 nel 1978.

Chi tenta di ridurre le denunce contro magnati dello star system e politici a un semplice fenomeno, chi vorrebbe trasformare i casi di abuso come quelli di Rimini in un’occasione per promuovere campagne securitarie, chi descrive la violenza come un’emergenza sta tentando di rimettere donne e soggettività Lgbt*qi* al loro posto. Qual è il loro (nostro) posto? Subalterno. Di fronte a chi tenta di ridicolizzare l’approccio femminista e transfemminista alla violenza di genere, a chi alza le sopracciglia quando si parla di oppressione patriarcale, a chi ancora paternalisticamente tenta di individuare le “colpe delle vittime”, deve essere chiaro che la violenza non è oggetto di opinione. La violenza “è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini” (Convenzione di Istanbul).

femminicidi
Fonte: Quaderno femicidi 2016

Non è mai stato fatto un monitoraggio adeguato delle violenze, ma il Ministero dell’Interno conta 149 casi di donne uccise nel 2016, di cui 111 femminicidi, mentre secondo le ricerche condotte dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna i femminicidi nel 2016 sarebbero stati 121. Ma a chi associa la violenza al femminicidio, che qui si esprime nella sua gravità estrema, è necessario chiarire che la violenza è sistemica. Lo sai bene tu, che quotidianamente accetti le discriminazioni sul luogo di lavoro, a partire dal gap salariale fino alla silenziosa accettazione di battute sessiste perché “se rispondi poi rischi il licenziamento”, tu che hai subito il giudizio di un medico obiettore perché “non sei stata attenta quando avresti dovuto”, tu che sei stat* irris* per esserti difes* da chi ha provato a toccarti “solo per scherzo”, tu che ogni giorno devi spiegare come mai “a quarant’anni ancora non hai avuto figli”.

non una di meno
Fonte: Corriere della Sera

Il Piano triennale sulla violenza maschile contro le donne del Dipartimento per le Pari opportunità

Per contrastare la violenza il Dipartimento per le Pari opportunità ha elaborato un Piano. Si chiama Piano triennale sulla violenza maschile contro le donne, è stato presentato lo scorso 7 settembre e coprirà il triennio 2017-2020. È a sua volta “frutto del lavoro condiviso con Cabina di Regia e Osservatorio”, due organi istituiti nel 2016 dopo l’approvazione del precedente Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere (2015). Questa volta la novità sta nel fatto che sia stato redatto da un gruppo di lavoro, appunto l’Osservatorio nazionale sul fenomeno della violenza, che ha visto coordinarsi rappresentanti del mondo dell’associazionismo, case rifugio e centri antiviolenza, con rappresentanti delle amministrazioni centrali, regionali e locali, magistratura alle forze dell’ordine, sigle sindacali, Istat e Cnr.

Cosa sappiamo delle “linee guida” di questo Piano? Poco. Anche perché sarà adottato dal Consiglio dei ministri solo dopo essere stato sottoposto all’esame della Conferenza Unificata. La sottosegretaria Maria Elena Boschi, con delega alle Pari opportunità, ha genericamente spiegato che si tratta di un “cammino basato sulle ‘tre P’: prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli”. Mentre per quanto riguarda le risorse a disposizione, nel disegno di legge di bilancio il Fondo per le pari opportunità viene finanziato, complessivamente, come segue:

Dipartimento pari opportunità
Fonte: Camera dei deputati

Di certo, il livello di attenzione si è alzato, basti tenere conto del fatto che prima il Governo destinava al sostegno delle politiche in favore delle donne vittime di violenza circa 10 milioni all’anno (legge 119/2013).

Il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere di Non una di meno

Il timore, da parte delle stesse realtà che hanno partecipato ai lavori dell’Osservatorio, è che si traduca in “una mera dichiarazione di intenti” (D.i.Re). Una buona parte di queste associazioni, centri antiviolenza e case rifugio hanno aderito anche al percorso portato avanti parallelamente dalla rete nazionale femminista, transfemminista, queer e Lgbt*qia* Non una di meno. E anche Non una di meno ha presentato il proprio Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere lo scorso 21 novembre. Un’azione politica, uno “strumento di lotta e rivendicazione” che esprime a più riprese nelle 56 pagine che lo compongono un forte scetticismo verso le azioni messe in campo fino ad ora.

Non una di meno ha elaborato un Piano femminista perché “le misure attuate fino ad oggi si sono rivelate inconsistenti e parziali” e incoerenti. Ad esempio, un Governo che promuove politiche di respingimento piuttosto che di accoglienza come potrebbe gestire i casi di violenza subita da donne migranti? Si chiede dunque di ripensare il sistema educativo, di affidare la formazione delle operatrici dei Centri antiviolenza agli stessi CAV, di abolire la pratica della rettificazione neonatale dei genitali per le persone intersex, di svincolare l’accesso alla copertura sanitaria dall’obbligo di residenza per le donne migranti, di garantire il pieno accesso alle tecniche abortive senza ospedalizzazione, somministrando le pillole abortive, di riorganizzare i corsi di educazione sessuale e educazione all’affettività scomparsi con la riforma Moratti, di garantire politiche a sostegno della maternità, reddito di autodeterminazione e salario minimo europeo.

Si chiede l’approvazione dello ius soli, la chiusura dei CPR, l’allargamento della tutela del permesso di soggiorno per le donne che subiscono qualsiasi forma di violenza (art. 18 bis TUMM), di escludere l’affidamento condiviso in casi di violenza intrafamiliare, di modificare il congedo lavorativo per violenza che esclude le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari e non garantisce l’anonimato. Si chiede di prolungare l’ospitalità nelle Case di accoglienza dai 3/6 mesi ai 12, di assegnare nelle graduatorie per le case popolari massimi punteggi per le donne che hanno avviato un percorso di fuoriuscita dalla violenza, di istituire una Osservatoria nazionale femminista che monitori i media.

Per tutti questi motivi oggi, 25 novembre 2017,  Non una di meno ha organizzato una manifestazione a Roma proprio in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. 

Roberta Cristofori

[L’immagine di copertina è uno scatto di Giuseppe Ciccia, Pacific Press via Zuma/Ansa]
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