Vita, morte, concerto di Nick Cave

La vita

Hai presente la vita?

La vita è quella cosa inspiegabile per cui se hai ventiquattro anni e ti sei più o meno disintossicato da un passato complicato una sera alle sette torni a casa in macchina e un padre di famiglia con due figli nell’auto ti colpisce in curva e tu rimani bloccato lì e vai in arresto cardiaco.
La vita è quella roba pietosa verso tutti e nessuno per cui se sei stato per vent’anni un tossico un giorno arrivi ad essere l’affettuosissimo genitore di due gemelli stupendi, e un altro giorno uno di quei gemelli stupendi vola giù da una scogliera.

Esiste una reazione possibile, c’è una spiegazione da darsi, un modo migliore per accettare le cose che succedono quando succedono?

Delle vicende personali di Nick Cave sanno tutti i fan, anche per via di due documentari: il meraviglioso 20.000 Days on Earth (2014), precedente all’uscita di Push the Sky Away, che mette in scena un’ipotetica giornata di Nick Cave, anche voce narrante, tenendo insieme realtà e finzione, profonde considerazioni esistenziali e pranzi di pesce con Warren Ellis (keywords: Warren Ellis tenerone, Warren Ellis peluche coccoloso subito); e l’ambiziosissimo, ma spesso sopra le righe, One More Time With Feeling (2016 – chi per qualche motivo miterioso fosse interessato a sapere il parere dello scrivente in merito, lo trova qui), sorta di intervista/performance cinematografica di Skeleton Tree informata dalla morte del figlio Arthur.

La morte

È particolarmente strano che a doversi confrontare con l’elaborazione di un lutto tanto enorme quanto minore e intimo sia un artista nella cui produzione la morte è un tema profondo – forse il tema – , ma sempre in forma epica, poeticizzata e pateticizzata. Le tanti morti (e i tanti assassini e assassinii) delle storie di Cave sono la spina dorsale di un epos che passa attraverso archetipi religiosi e poetici (l’amore e il peccato, la fede e la tentazione, la malvagità e la seduzione, tutti con le maiuscole) rielaborati con la stessa serietà titanica che permette a frasi come “This is a weeping song/a song in which to weep” o “Hannah Montana does the African Savannah”, solo per citarne due, di reggersi senza crollare sotto il peso della loro risibilità. Da un certo punto di vista, l’intera produzione di Cave poggia su fogli di carta velina: basterebbe ridere della pomposità o della stereotipizzazione delle sue storie e l’intera struttura crollerebbe.

Eppure la forza di Cave è proprio aver creato un universo narrativo così fragile e non aver neanche un momento dubitato né fatto dubitare della sua credibilità e tragicità, proprio come musicalmente ha sempre saputo accompagnarsi da alcuni dei nomi chiave della musica indipendente degli ultimi trent’anni (solo per restare in ambito Bad Seeds, Blixa Bargeld, Warren Ellis, Mick Harvey, Jim Sclavunos), pur non inventandosi quasi niente, e spostandosi anzi sempre più da strutture ossessive e inquietanti a scheletri di ballad radicati e sedimentati nella tradizione (rock, ma anche folk), filtrati da una sensibilità che forse si capisce meglio pensando alla triade di quelli che Cave considera i suoi numi tutelari – cioè Leonard Cohen, Johnny Cash e Nina Simone. Non a caso, due album fondamentali per capire il Nick Cave degli inizi e, seguendo la scia, quello degli anni successivi, sono Kicking Again The Pricks (1986), un LP che raccoglie cover di classici rivisti e smembrati, e il triplo cd di rarità e b-side del 2005, a detta dello stesso Cave (ma poi, vagli a credere) il suo album preferito dei Bad Seeds.

La forza di Cave è aver fatto un marchio di fabbrica di una voce molto espressiva ma tecnicamente abbastanza insignificante (“I am quite aware that my voice is basically unlikable”, diceva in un’intervista di qualche anno fa; e che la sua voce sia molto meno impressionante e profonda di come viene usata da lui e percepita dal pubblico è evidente pensando alla sua interpretazione di Suzanne o I’m Your Man nell’omonimo documentario del concerto-tributo a Cohen del 2005).

Nina Simone con un suo fan emozionato e tenerello.

A voler essere provocatori, gli ingredienti di partenza dell’immaginario di Cave sono davvero poco dissimili – con più morte – da quelli di Zucchero (così come, sia detto en passant, le canzoni degli Arab Strap sono canzoni dei primi 883 con più risentimento e alcool – ma meno droga): il sesso, la tentazione, la dannazione, la spiritualità, la trasgressione. Anche la sua inventiva musicale probabilmente supera di poco il genio del plagio di Reggio Emilia (sebbene sia impossibile quantificare davvero gli input creativi dei suoi eminenti collaboratori), eppure Cave viene venerato dal mondo dell’alt-rock mentre a fronte del suo successo commerciale Zucchero è un innominabile per qualunque appassionato di musica (forse a torto). E questa non è una coincidenza, ma merito della perseveranza con cui Cave ha portato avanti un progetto artistico coerente e lirico sia nei momenti di rottura che in quelli di tradizione, tanto nei suoi punti più alti (e Skeleton Tree ne è probabilmente l’esempio migliore degli ultimi anni) quanto in quelli bassi (Grinderman, anyone?).

Il concerto

Forse allora l’unico modo in cui Cave poteva affrontare questo tour è il modo che ha scelto, accentuando ancora di più l’emotività di certi momenti e trasformando ogni concerto in una messa laica dedicata al dolore e alla perdita. Alla Kioene Arena di Padova, dove l’abbiamo visto noi, l’esordio è affidato alla desolazione di Anthrocene (solito punto: volete essere voi a far notare a Cave che manca una sillaba?), che lascia spazio al synth lancinante di Jesus Alone (“With my voice/I am calling you”).

Il concerto alterna quasi tutto l’ultimo disco (con la sola eccezione di Rings of Saturn) a classici di vari periodi, momenti di commozione e lirismo (“I don’t believe in an intervionist God/But I know, darling, that you do”, da Into My Arms, o “In love, in love, in love you laugh/in love you move, I move/ and one more time with feeling”, da Magneto) ad altri di patetismo un po’ Kitsch (il duetto con la soprano Else Torp, proiettata enorme sullo sfondo in un video da Buona Domenica), cose bellissime (Cave finalmente umano e un po’ più statico del solito, ma intenso come sempre) ad altre meno (la giornata no di Casey e Wydler, fuori tempo più di una volta), mantra (“Can you feel my heartbeat” da Higgs Boson Blues) e cori (yeah yeah yeah yeah su Stagger Lee), fragilità e imponenza minacciosa, Cave che scende tra la folla in The Weeping Song e Cave che porta la folla sul palco (più di un centinaio di persone, sempre su Stagger Lee).

Yeah yeah yeah yeah.

Non è un disco sulla morte di mio figlio, avvertiva Cave parlando di Skeleton Tree in One More Time With Feeling; quando succede una cosa così grande, diceva grossomodo, non se ne può parlare direttamente in un’opera d’arte, nessuno sarebbe capace di reggerne il peso.

Così, questo non è un tour sulla morte del figlio. Però le cose che ti succedono si insinuano tra le pieghe di tutto quello che fai, l’assenza lavora su di te tanto quanto la presenza; e anche se ci si adatta a tutto, nella vita, anche se tutto si può elaborare e trasformare, non si è mai più gli stessi.

Solo, se sei sufficientemente bravo, sei capace di prendere tutta quell’energia e canalizzarla in una catarsi, per te e per tutti quelli che sono lì con te. E se questo non renderà la vita più sensata, o più pietosa verso gli innocenti, o più giusta, o più epica, forse basta comunque a renderla, per il poco tempo di un concerto, per quelli che sono veduti a vederti, degna di essere vissuta.

Giorgio Busi Rizzi

Immagine di copertina: buscadero.com

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