Vita, morte, concerto di Nick Cave

Vita, morte, concerto di Nick Cave

La vita è quella cosa inspiegabile per cui se hai ventiquattro anni e ti sei più o meno disintossicato da un passato complicato una sera alle sette torni a casa in macchina e un padre di famiglia con due figli nell’auto ti colpisce in curva e tu rimani bloccato lì e vai in arresto cardiaco. per cui se sei stato per vent’anni un tossico un giorno arrivi ad essere l’affettuosissimo genitore di due gemelli stupendi, e un altro giorno uno di quei gemelli stupendi vola giù da una scogliera. Esiste una reazione possibile, c’è una spiegazione da darsi, un modo migliore per accettare le cose che succedono quando succedono? sanno tutti i fan, anche per via di due documentari: il meraviglioso , che mette in scena un’ipotetica giornata di Nick Cave, anche voce narrante, tenendo insieme realtà e finzione, profonde considerazioni esistenziali e pranzi di pesce con (keywords: Warren Ellis tenerone, Warren Ellis peluche coccoloso subito); e l’ambiziosissimo, ma spesso sopra le righe, (2016 – chi per qualche motivo miterioso fosse interessato a sapere il parere dello scrivente in merito, lo trova È particolarmente strano che a doversi confrontare con l’elaborazione di un lutto tanto enorme quanto e intimo sia un artista nella cui produzione la morte è un tema profondo – forse . Le tanti morti (e i tanti assassini e assassinii) delle storie di Cave sono la spina dorsale di un che passa attraverso archetipi religiosi e poetici (l’amore e il peccato, la fede e la tentazione, la malvagità e la seduzione, tutti con le maiuscole) rielaborati con la stessa serietà titanica che permette a frasi come “This is a weeping song/a song in which to weep” o “Hannah Montana does the African Savannah”, solo per citarne due, di reggersi Da un certo punto di vista, l’intera produzione di Cave poggia su fogli di carta velina: basterebbe ridere della pomposità o della stereotipizzazione delle sue storie e l’intera struttura crollerebbe. Eppure la forza di Cave è proprio aver creato un universo narrativo così fragile e non aver neanche un momento dubitato né fatto dubitare della sua credibilità e tragicità , proprio come musicalmente ha sempre saputo accompagnarsi da alcuni dei nomi chiave della musica indipendente degli ultimi trent’anni (solo per restare in ambito Bad Seeds, Blixa Bargeld, Warren Ellis, Mick Harvey, Jim Sclavunos), e spostandosi anzi sempre più da strutture ossessive e inquietanti a scheletri di ballad radicati e sedimentati nella tradizione (rock, ma anche folk), filtrati da una sensibilità che forse si capisce meglio pensando alla triade di quelli che Cave considera i suoi numi tutelari – cioè Leonard Cohen, Johnny Cash e Nina Simone. Non a caso, due album fondamentali per capire il Nick Cave degli inizi e, seguendo la scia, quello degli anni successivi, sono (1986), un LP che raccoglie cover di classici rivisti e smembrati, e il triplo cd del 2005, a detta dello stesso Cave (ma poi, vagli a credere) il suo album preferito dei Bad Seeds. La forza di Cave è aver fatto un marchio di fabbrica di una voce molto espressiva ma tecnicamente abbastanza insignificante (“I am quite aware that my voice is basically unlikable”, diceva in di qualche anno fa; e che la sua voce sia molto meno impressionante e profonda di come viene usata da lui e percepita dal pubblico è evidente pensando alla sua interpretazione di gli ingredienti di partenza dell’immaginario di Cave sono davvero poco dissimili – con più morte – da quelli di Zucchero le canzoni degli Arab Strap sono canzoni dei primi 883 con più risentimento e alcool – ma meno droga): il sesso, la tentazione, la dannazione, la spiritualità, la trasgressione. Anche la sua inventiva musicale probabilmente supera di poco il genio del plagio di Reggio Emilia (sebbene sia impossibile quantificare davvero gli input creativi dei suoi eminenti collaboratori), eppure Cave viene venerato dal mondo dell’alt-rock mentre a fronte del suo successo commerciale Zucchero è un innominabile per qualunque appassionato di musica (forse a torto). E questa non è una coincidenza, ma merito della perseveranza con cui Cave ha portato avanti un progetto artistico coerente e lirico sia nei momenti di rottura che in quelli di tradizione, tanto nei suoi punti più alti (e ne è probabilmente l’esempio migliore degli ultimi anni) quanto in quelli bassi ( Forse allora l’unico modo in cui Cave poteva affrontare questo tour è il modo che ha scelto, accentuando ancora di più l’emotività di certi momenti e trasformando ogni concerto in Alla Kioene Arena di Padova, dove l’abbiamo visto noi, l’esordio è affidato alla desolazione di (solito punto: volete essere voi a far notare a Cave che momenti di commozione e lirismo (“I don’t believe in an intervionist God/But I know, darling, that you do”, da , o “In love, in love, in love you laugh/in love you move, I move/ and one more time with feeling”, da ) ad altri di patetismo un po’ Kitsch (il duetto con la soprano Else Torp, proiettata enorme sullo sfondo in un video da Buona Domenica), cose bellissime (Cave finalmente umano e un po’ più statico del solito, ma intenso come sempre) ad altre meno (la giornata no di Casey e Wydler, fuori tempo più di una volta), mantra (“Can you feel my heartbeat” da ), fragilità e imponenza minacciosa, Cave che scende tra la folla in e Cave che porta la folla sul palco (più di un centinaio di persone, sempre su Non è un disco sulla morte di mio figlio, avvertiva Cave parlando di Così, questo non è un tour sulla morte del figlio. Però le cose che ti succedono si insinuano tra le pieghe di tutto quello che fai, ; e anche se ci si adatta a tutto, nella vita, anche se tutto si può elaborare e trasformare, non si è mai più gli stessi. Solo, se sei sufficientemente bravo, sei capace di prendere tutta quell’energia e , per te e per tutti quelli che sono lì con te. E se questo non renderà la vita più sensata, o più pietosa verso gli innocenti, o più giusta, o più epica, forse basta comunque a renderla, per il poco tempo di un concerto, per quelli che sono veduti a vederti, degna di essere vissuta.