Indipendenza catalana: cronache da Barcellona

Il 1° ottobre oltre due milioni di catalani hanno votato Sì al referendum per l’indipendenza della Catalogna. Il governo di Madrid non aveva autorizzato la consultazione, giudicandola incostituzionale. I giorni precedenti al voto sono stati caratterizzati da scontri e proteste. 319 seggi sono stati chiusi dalla polizia nazionale spagnola, la Guardia Civil. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha definito il voto una “messa in scena” della democrazia. “Non c’è stato un referendum per l’auto determinazione della catalogna”, ha detto. Il ministro della giustizia spagnolo Rafael Català ha annunciato che Madrid userà “tutta la forza della legge” per impedire che la Catalogna dichiari l’indipendenza. “Potrebbe significare ricorrere all’articolo 155”, che prevede la sospensione dell’autonomia. Il 10 ottobre il governatore Puidgemont ha tenuto un discorso al Parlamento catalano, in cui ha rivendicato l’indipendenza salvo poi, 8 secondi dopo, annullare l’effetto della votazione per aprire un dialogo con Madrid. Il presidente Rajoy ha preteso maggiore chiarezza. Domenica 15 Puidgemont ha risposto chiedendo due mesi di dialogo, ma senza chiarire la posizione sull’indipendenza. Rajoy non ha preso in considerazione la richiesta, e ha lanciato un secondo ultimatum: “Chiarisca entro giovedì (19 ottobre, ndr) o scatta l’articolo 155”. Ovvero il commissariamento. “Se prosegue la repressione e l’assenza di dialogo voteremo l’indipendenza” ha dichiarato Puidgemont. Ma il governo di Madrid ha ribadito che, a queste condizioni, si muoverà per sospendere l’autonomia catalana, avviando l’iter sabato 21 ottobre.

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Continuano gli arresti

 Alta tensione a Barcellona. È di questo giorni la notizia dell’arresto di Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, leader rispettivamente delle organizzazioni indipendentiste Assamblea Nacional Catalana (Anc) e Omnium Cultural. I due Jordi – come sono stati ribattezzati dalla stampa spagnola – sono accusati di sedizione per le manifestazioni pacifiche del 20 e 21 settembre scorsi. Giorni in cui la polizia spagnola fece irruzione negli edifici governativi catalani di Barcellona per sequestrare i materiali legati al referendum del 1° ottobre. Una decisione, quella della procura spagnola, che ha scatenato le contestazioni della politica e della società civile.
La procura aveva avanzato la stessa richiesta con la stessa accusa anche per Josep Trapero, capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. In quel caso l’Audiencia Nacional ha previsto solo alcune misure cautelari, come il ritiro del passaporto e l’obbligo di firma ogni 15 giorni.

Il 20 settembre scorso 14 funzionari del governo catalano sono stati arrestati dalla polizia nazionale spagnola, la Guardia Civil. Erano sospettati per il loro ruolo nell’organizzazione del referendum del 1° ottobre. Lo stesso giorno il Ministero dell’Interno spagnolo ha annunciato il sequestro di 10 milioni di schede elettorali.

“Tristemente, abbiamo nuovamente i prigionieri politici” ha dichiarato via twitter il governatore catalano Carles Puidgemont. Successivamente, con un altro tweet, ha rimarcato: “Vogliono incarcerare le idee, ma rendono più forte la nostra necessità di libertà”. Anche il portavoce del governo, Josh Turull, ha preso posizione contro gli arresti. “Ciò che non aveva osato fare il franchismo lo ha fatto un tribunale del 21° secolo – ha detto – due persone innocenti sono state private di libertà da un tribunale incompetente per reati inesistenti”.

La protesta continua

La sera del 16 ottobre, poco dopo la diffusione della notizia, i cittadini di Barcellona hanno protestato spontaneamente con una “cazerolada”, battendo con mestoli e pentole dalle finestre delle proprie case.

Il giorno dopo, nella mattinata, migliaia di persone in tutte le città della regione si sono radunate di fronte ai municipi e ai luoghi di lavoro per una protesta silenziosa. La concentrazione maggiore è stata a Barcellona, dove in centinaia hanno invaso Placa de Saint Jaume, sede della Generalità e del Comune. Erano presenti i membri del Governo catalano – tra cui naturalmente il governatore Puidgemont – e la sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha espresso la propria solidarietà ai due leader in una conferenza stampa. Ha partecipato anche il Tavolo della Democrazia, che riunisce numerosi sindacati e organizzazioni civiche. “Libertat” è la parola d’ordine della piazza, unanime nel riconoscere il fermo dei due leader come un’operazione di repressione del dissenso. “Catalonia wants to vote” recitano gli striscioni degli edifici circostanti. Dalle fila del governo, disposto di fronte al palazzo della Generalità, spunta una bandiera europea. 

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In serata, decine di migliaia di cittadini catalani – 200.000 solo a Barcellona – si sono riversati per le strade, per richiedere la scarcerazione immediata di Sanchez e Cuixart. I due leader avevano diffuso un video, preparato in caso di arresto, in cui invitavano i cittadini e i propri sostenitori a continuare a manifestare in modo pacifico.

Contemporaneamente la Cup, partito secessionista di estrema sinistra, ha lanciato uno sciopero generale in Catalogna a tempo indefinito. “Il dialogo ora è impossibile – ha detto la dirigente Mireia Boya – non possiamo essere governati, ha aggiunto, da coloro che usano le istituzioni per commettere ogni tipo di reati e cospirare”.

Ludovico Armenio

[Tutte le foto pubblicate sono opera di Ludovico Armenio]

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