“Blooms in the concrete”, ribellione che sboccia tra il cemento

Era il 14 gennaio 2011, in Tunisia l’escalation di proteste di piazza portarono alla fine di un regime in vita da più di 23 anni. Zayn al ‘Ābidīn Bin ‘Alī, secondo presidente della Repubblica di Tunisia dal 1987, abbandonò il paese sconquassato dalle sommosse e fuggì con la propria famiglia in Arabia Saudita.

Corruzione, clientelismo, libertà di stampa imbrigliata e un’opposizione anestetizzata e ridotta al silenzio ci restituiscono in maniera più che adeguata la cifra dell’umiliazione alla base del malcontento del popolo tunisino, esacerbato dalla povertà e dalla mancanza di lavoro. Ad accendere la miccia della rivolta, la morte violenta di un giovane uomo. Si chiamava Mohamed Bouazizi, aveva 26 anni e per vivere faceva il venditore ambulante di frutta e verdura. La mattina del 17 dicembre 2010, la polizia gli sequestra tutta la merce, incurante del danno economico che il gesto arreca. Con la scusa che il ragazzo non sarebbe in possesso della licenza per vendere, lo umiliano davanti a tutti. Poche ore dopo, deprivato della fonte del proprio sostentamento, inascoltato, Mohamed si dà fuoco in segno di protesta davanti al municipio di Sidi Bouzid.

Morirà pochi giorni dopo in ospedale. La tragedia è considerata simbolicamente la scintilla dei moti rivoluzionari che hanno interessato il Nord Africa e gran parte del Medio Oriente. Di fronte all’esclusione sociale e all’assenza di prospettive, la reazione del popolo tunisino non tarda ad arrivare, la Rivoluzione dei Gelsomini esplode: i filmati degli scontri con la polizia fanno il giro del mondo, lasciando di stucco soprattutto i mezzi d’informazione occidentali, persuasi della laicità moderata del paese. Una facciata che si è sciolta come neve al sole, rivelando l’inconsistenza di un’identità imposta dall’alto. Da allora, nonostante il confine condiviso con la Libia, lo spettro dell’ISIS e dell’estremismo salafita, la Tunisia ha approvato una nuova Costituzione e avviato una lenta transizione verso la democrazia. Una storia “di successo”, se confrontata con gli strascichi e le vicissitudini delle tormentate Primavere Arabe.

Blooms in the concrete (Francia, 2017), documentario realizzato dal duo femminile Karine Morales e Caroline Péricard, presentato domenica 15 ottobre nella cornice dell’XI edizione del Terra di Tutti Film Festival, è un viaggio nella Tunisia post rivoluzione che esplora l’effettivo grado d’attuazione del processo democratico attraverso gli occhi di tre giovani donne cresciute masticando i principi di quella rivoluzione dalle promesse realizzate solo a metà.

LES FLEURS DU BITUME teaser from Kanou Mo on Vimeo.

Secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto di Amnesty International, la tenuta del pluralismo democratico tunisino si infrange contro le perduranti restrizioni alla libertà di movimento e d’espressione (anche sessuale), il livello di disoccupazione giovanile allarmante e l’accesso a singhiozzo delle donne nella vita politica e sociale del paese, ancora fortemente dominata dagli uomini. Si concede loro di occupare (discretamente) solo ruoli subalterni, accessori e riproduttivi, regolamentati anche negli aspetti più intimi e comunemente connessi alla vita privata.

Nonostante i cambiamenti in atto, la strada da percorrere per raggiungere la piena emancipazione e autonomia femminile si prospetta irta di ostacoli. Chaima, Shams e Ouméma lo sanno bene, ma non sono disposte ad accettarlo. A dispetto di una società che le vorrebbe silenziare, hanno escogitato una forma di autodifesa che si trasforma in attivismo politico. Ad accomunare le protagoniste della pellicola, al di là dell’appartenenza di genere e generazionale, è infatti l’amore per l’Arte di Strada, strumento potentissimo e pacifico di rinegoziazione di spazi e identità, resistenza militante contro un sistema patriarcale, sessista e conservatore che pretende di “controllare come ti vesti, come ti esprimi e come ti relazioni con il tuo corpo.”

Le polverose strade di Tunisi e Sfax, quelle stesse strade dove non è permesso esibirsi, – figuriamoci se per di più sei donna – diventano così un palcoscenico dove danzare, recitare poesie o dipingere graffiti. Rompendo le restrizioni imposte dalle norme sociali, lasciando il segno tangibile e “parlante” del proprio passaggio. Chaima, Shams e Ouméma non si conoscono, eppure rappresentano alcune delle meravigliose sfumature possibili di una lotta che non può altro che essere condivisa: quella delle donne per l’autodeterminazione, contro ogni forma di patriarcato e sessismo.

La foto è tratta dalla pagina Facebook di Wow – Women on Walls

Durante la conferenza stampa di presentazione del Festival (è possibile rivederla qui: https://www.facebook.com/terradituttifilmfestival/ ), Karine Morales ha raccontato come l’idea del film sia nata dall’aver visto la foto di una giovane afghana intenta a disegnare grandi murales di donne velate per le strade di Kabul. Alcuni anni dopo la rivoluzione, passeggiando tra le strade de Il Cairo e piazza Tahrir, in Egitto, Karine scopre l’esistenza di un collettivo di ragazze, Women on Walls, impegnate politicamente a rivendicare i propri diritti attraverso performance artistiche. Le due registe decidono quindi di interessarsi a queste realtà e, grazie ad internet e alla vicinanza linguistica, si mettono in contatto direttamente con le protagoniste.

Lo spaccato offertoci dal documentario sul connubio tra avanguardia artistica e attivismo politico decostruisce senza mezzi termini uno stereotipo tipicamente occidentale: Medio Oriente e Nord Africa, e cultura araba in generale, non troveranno mai veramente la forza di mettere in discussione sé stessi. Al contrario, è proprio l’arte, la forma di comunicazione più squisitamente estetica che esista, a suggerirci la chiave di lettura di una società tutt’altro che statica e incapace di dissenso.

Reagire a uno stato di cose che sembra immutabile è faticoso, ma non impossibile. Lo scorso 26 luglio, le donne tunisine hanno vinto una battaglia importantissima: il Parlamento ha approvato la legge sull’eliminazione della violenza sulle donne, abolendo anche l’odiosa clausola che concedeva impunità allo stupratore che avesse sposato la sua vittima. Un piccolo passo contro il gigante della violenza sessista.

Martina Facincani

[L’Immagine di copertina è  tratta dalla pagina Facebbok di Les Fleurs du bitume (titolo originale del film)]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...