Iran, 1394

Pubblichiamo un estratto dal lungo reportage dedicato all’Iran di Hugo Bertello, online in versione integrale a questo link

 

Sono stanco della calca della piazza, decido di andare a fare una passeggiata lungo al fiume. Il venditore di tovaglie aveva ragione, nello Zāyanderūd non c’è più un filo d’acqua. Sono in procinto di attraversare il ponte Sio-o-se Pol, o “dei 33 archi”, quando qualcuno mi ferma. Mi chiede se parlo inglese. Si chiama Afsaneh, ha sui 25 anni e insegna lingue straniere in un istituto privato. È contenta di vedere uno straniero in giro per Isfahan e mi invita ad unirmi a lei ed ai suoi amici. Questa volta accetto. Dopo meno di dieci minuti da quando ci siamo conosciuti sul ponte sono in auto con Afsaneh, suo cugino, la moglie del cugino ed un’amica. Tiro fuori la mia moleskine vergognosa e scrivo i nomi di tutti e quattro seguendo la disposizione dei sedili. Non so dove mi stanno portando. Sono tutti estremamente cordiali. Saliamo su per la montagna ed arriviamo ad un Luna Park con vista sulla città. Come adolescenti in erba ci facciamo sballottare dalla nave dei pirati, spariamo ai palloncini, rotoliamo dentro a cappelli messicani girevoli. Tra una bevanda gassata e l’altra raccontiamo di noi e delle nostre vite.

Mi chiedono se ho voglia di rimanere con loro per cena. Mi sono trovato bene, perché no. Entriamo in una versione rimaneggiata di Pizza Hut. Io penso che sono stati tutti molto generosi con me, mi offro di pagare. Non riesco, pensano a tutto loro. Sul tardi Ali mi chiama, vuole sapere dove sono finito. Gli racconto la storia del Luna Park e della professoressa di inglese. Non dimostra il benché minimo stupore. Viene a prendermi in centro e andiamo a casa di parenti. Sono le tre di notte. La nonna ha oltre novant’anni ed è più vispa che mai. Sfogliamo album fotografici e mangiamo dolcini. È la notte del Nowruz. Buon 1394 a tutti.

I giorni che seguono sono freddi, tira vento forte. Non si direbbe, ma Isfahan è una città di 1.7 milioni di abitanti che sorge ad un’altitudine di 1700 metri. Una specie di Quito incastonata tra i monti dello Zagros. Nelle ore del tramonto puoi guardare in qualsiasi direzione e scorgerai vette che risplendono di un colore rosa brillante.

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Ponte Khaju, Isfahan / Fonte: Flickr

Un mattino Afsaneh mi manda un messaggio. Vuole che la raggiunga per pranzo. Quando arrivo la trovo sorridente in compagnia di un’amica. Mi portano a fare pranzo in un ristorante nascosto tra i vicoli del bazar. Sediamo su una struttura in bambù rialzata a base rettangolare, come se ne vedono a centinaia lungo la strada per il nord. Nel locale tutto è ben curato, i dettagli risaltano in modo sgargiante. Il risultato è di rara bellezza, sembra il set di un film di Wes Anderson in salsa mediorientale. Ci spostiamo altrove per il caffè. Quando siamo in procinto di attraversare una strada, Afsaneh e Mi’na mi prendono a turno per mano. Dapprima mi sento in imbarazzo, poi mi ci abituo. La trovo una cosa del tutto normale. Arriviamo in un locale nella zona dell’università. L’atmosfera è quella di un minuscolo caffè degli artisti parigino, il menu è un richiamo da un mondo lontano: smoothie, pan au chocolat, frappuccino. Mi’na si allontana e torna con un libro, un tomo di migliaia di pagine con gli angoli consumati. È il “Divan” del poeta e mistico medievale Hāfez. Mi chiedono di aprirlo in un punto a caso. Lo faccio. Mi’na prende a leggere in parsi. Afsaneh traduce in inglese. Il mio futuro non sembra tanto male. Ci sottoponiamo al rito divinatorio a turno, continuando a sorseggiare il nostro frappuccino.

La tappa successiva è il quartiere armeno. Per raggiungerlo attraversiamo il ponte Khaju, uno dei più famosi di tutto il paese. La parte centrale è all’aperto, quelle laterali al coperto. L’acustica è impareggiabile. Mi invitano a sussurrare i miei segreti ad una qualsiasi delle arcate e mi dimostrano che dal lato opposto si sente tutto perfettamente. Sul lato meridionale del fiume ci imbattiamo in gruppi di uomini che cantano insieme all’aperto.

Finora l’Iran mi era sembrato un paese ben più liberale ed aperto di quanto me l’ero immaginato. Devo ricredermi. All’ingresso del quartiere Armeno due anziane signore con lunghi chador neri e lo sguardo incupito dalla preghiera ci fermano. Prendono ad inveire all’indirizzo delle due amiche, ree di aver messo in mostra qualche centimetro in più di capelli. Ci scusiamo lungamente e ci lasciano andare. Mi spiegano che il cartellino verde al petto identifica le guardie morali della rivoluzione. Ho una morsa allo stomaco. Mi sembra il momento propizio per discutere del diritto delle donne nello stato islamico. Mi spiegano che non possono andare in bicicletta e sono tenute ad indossare l’hijab nei luoghi pubblici. Per il resto non è così male. Dicono che con l’elezione di Rouhani ci sono grandi cambiamenti all’orizzonte. Tra al massimo un paio d’anni l’hijab non sarà più obbligatorio. A me sembra una speranza un po’ ingenua ma non ne so abbastanza, chiudo lì la questione.

Nel quartiere armeno assistiamo a scene in costume di vita quotidiana dai secoli passati. Alcuni sacerdoti zoroastriani leggono poesie attorno al fuoco. Sulla via del ritorno siamo di nuovo nei pressi del ponte Khaju. Questa volta decidiamo di attraversare il letto del fiume a piedi; tanto è in secca. Fa già scuro. Prendiamo a camminare nel ben mezzo del corso d’acqua prosciugato fino al ponte successivo.
Afsaneh mi tiene per mano.
Dice che se le guardie ci vedessero, ci potrebbero anche arrestare.

Hugo Bertello

 

[La foto di copertina è tratta da Flickr]

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