Il giro del mondo in 8 notizie #9

Torna l’ormai consueto appuntamento con la rassegna della stampa estera bisettimanale.

Buona lettura!

Fonte: mendhamboro.org

Quick et nunc

Il nostro primo articolo segue in diretta gli aggiornamenti sulla sparatoria di stanotte a Las Vegas. Al momento la città si sta svegliando dopo un attacco che il New York Times definisce “una delle sparatorie di massa più mortali nella storia degli Stati Uniti“. L’autore, un “lupo solitario” senza precedenti penali, si sarebbe ucciso prima dell’arrivo della polizia.

Las Vegas Shooting Near Mandalay Bay Casino Kills 50

Il Mandalay Bay Casino. Fonte: The New York Times

Scavando a fondo

La tensione fra Catalogna e Spagna cresce. Il referendum di ieri, senza percentuale minima di votanti e con il risultato schiacciante di 90% di voti a favore dell’indipendenza, pone le basi per un esacerbarsi delle ostilità politiche e, si teme, concrete. Il referendum, definito anticostituzionale perché tenuto senza il consenso del governo centrale, è stato tristemente segnato da una repressione violenta da parte della polizia, il che ha senz’altro influenzato il risultato finale. Puigdemont, governatore di Catalogna, ha promesso che in caso di vittoria del Sì avrebbe dichiarato l’indipendenza entro 48 ore. Rajoy, dal canto suo, difficilmente riconoscerà tale dichiarazione.

Catalonia and Spain need a compromise, but who can deliver one?

Il Guardian propone alcuni scenari, e il tono dell’articolo pare quello di un genitore sconsolato che guarda due figli attaccabrighe fare a sberle. “Servono politici con la capacità di mediare“, afferma, ma finora entrambe le parti si sono attestate su posizioni estreme inconciliabili. Uno stato federalista con una struttura simile alla Germania potrebbe essere una soluzione di compromesso, ma sarà ancora praticabile? Nel frattempo Juncker ha fatto la sua migliore imitazione di Ponzio Pilato: mancava solo il catino. E chi può biasimarlo, quando due tori caricano uno contro l’altro, meglio che l’arbitro se la dia a gambe.

Fonte: The Guardian

Consigli per i click

Dopo tragedie come i due uragani che hanno colpito di recente i Caraibi uno dopo l’altro, il nostro pensiero va alle immagini catastrofiche che ne derivano, ai disagi della popolazione, alle foto con alberi rovesciati e case scoperchiate, al danno finanziario, soprattutto per paesi con economie instabili. Ma esistono altri effetti, a breve e lungo termine, che non vediamo, e che questo articolo di The Conversation affronta nel dettaglio: gli effetti sull’ambiente marino.

How hurricanes such as Irma and Maria can devastate the Caribbean marine environment

Gli uragani nell’acqua hanno un “effetto lavatrice”: smuovono i sedimenti, sradicano piante e animali, stravolgono di fatto un ecosistema delicato. La materia smossa rimane a fluttuare a lungo nell’acqua, rendendola torbida, il che impedisce il filtrare della luce solare e rallenta la ricrescita delle piante sottomarine. Vicino alle coste, la situazione è aggravata da detriti e scarichi fognari che ristagnano. Gli effetti possono essere devastanti, sia per l’ambiente, sia per le attività umane che traggono la loro sussistenza dal mare. Una devastazione nascosta, ma non per questo minore.

Fonte: The Conversation

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Il 28 settembre una barca carica di profughi Rohingya si è rovesciata al largo del Bangladesh, uccidendo più di 60 persone. In questo pezzo, i sopravvissuti raccontano in prima persona la terribile esperienza. Le testimonianze ci ricordano a non dimenticare i volti dietro i numeri.

‘I watched my son drown’: Rohingya boat survivor

Fatima racconta di aver tenuto stretto il corpo del figlio anche dopo la sua morte, lasciandolo andare solo per salvarsi. Le sue braccia e cosce erano coperte di lividi, dice, e i suoi seni erano infiammati e gonfi dal latte.

Fonte: Al Jazeera

 

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In questa rassegna un po’ macabra, condividiamo un racconto del New Yorker dedicato a un’impresa architettonica decisamente inusuale: progettare i memoriali per le tragedie. 

Blueprints for St. Louis

In un periodo in cui attentati e drammi improvvisi sembrano succedersi a livello internazionale in modo quasi continuo, entriamo nella mente di una coppia di architetti che si occupa in modo regolare proprio degli spazi dedicati a commemorare tali eventi. L’attentato descritto nel racconto è fittizio, ma la plausibilità della realtà ci cala nell’atmosfera. Alla fine, ci sentiamo rarefatti come la scrittura del racconto, e come le riflessioni di Ida, rarefatti come una vita che sembra sempre più appesa al filo delle probabilità. 

Fonte: The New Yorker

 

Schermi diversi

Viviamo già in un computer? Secondo The Atlantic sì. Il nostro rapporto con la tecnologia è cambiato, diventando curiosamente simile a quei film distopici degli anni ottanta dove tutto diventava improvvisamente computerizzato senza apparente ragione o utilità. L’unica cosa che non rispettiamo è l’estetica, che almeno avrebbe reso la cosa divertente. Invece noi celiamo sotto strati di fondotinta-design le automatizzazioni più insensate, di cui l’articolo fa una lista.

You Are Already Living Inside a Computer

A cosa serve una chiave di camera d’albergo computerizzata che tenga traccia di quanto a lungo una porta rimane chiusa? E un baby monitor con l’accesso a internet? E una bilancia per bombole di propano che invia un avviso al tuo smartphone quando stanno per finire? La tesi dell’articolo è che tali gadget servano a due scopi: alle aziende per produrre beni a prezzi più alti e con obsolescenza programmata più semplice, e al consumatore perché ormai, abbiamo compiuto un giro di boa per cui non cerchiamo più le applicazioni digitali per le nostre attività, ma scegliamo le nostre attività in base a quanto sono digitali. 

Tesoro, hai qualcosa in testa. Fonte: The Atlantic

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Wired recensisce uno dei film più attesi dell’anno, un sequel che ha aspettato ben 35 anni per venire alla luce, praticamente l’età di un buon Whisky. La recensione appare decisamente positiva, e stimolante, ma vi consigliamo di leggerla dopo aver visto il film, o perlomeno di evitare la seconda metà se non volete già sapere quale sia il fotogramma più incisivo della pellicola.

Review: Just wait ‘til you get your eyes on Blade Runner 2049

L’articolo riserva qualche spoiler, che vi risparmieremo. Vi daremo solo le indicazioni più sintetiche e importanti sulla trama: Jared Leto come messia tecnologico che si produce da sé i propri adoratori; Harrison Ford che ha ancora dei bicipiti di tutto rispetto (cito quasi alla lettera dall’articolo) e Ryan Gosling. Anche nel 2049, tutti vogliono farsi Gosling. Qualche certezza nella vita ci vuole.

Sono bono come sempre e sempre più tenebroso, che credete? Fonte: Wired

Altro giro, altro regalo

A questo giro vi regaliamo un video del New Yorker dedicato alla passione per le armi degli americani. Come è cominciata? Scopritelo qui:

How did so many Americans start carrying guns?

 

Fonte: Meme Center

 

Parole, parole, parole

Citazione della settimana:

Fonte: The Journal

I know it’s a minor thing but it’s typical of the company so we’ve to go into work, we have no pens. You have to have your own pen to go into work to do your work.

Impiegato Ryanair sui benefits di lavorare per la compagnia aerea irlandese.

Fonte: Whisper

Parola della settimana: “like shooting fish in a barrel”: Come sparare ai pesci in un barile.

Un proverbio che esiste anche in italiano e la cui origine non è chiara. La metafora, invece, è decisamente cristallina. Si ipotizza che derivi dall’usanza, in passato, di ammassare i pesci in barili pieni di ghiaccio per la spedizione. Se chiunque sparasse all’interno di uno dei suddetti barili, dovrebbe mettersi d’impegno per non beccare neanche un pesce.
Perché lo citiamo oggi? Perché la frase è stata usata oggi dal cantante country Jake Owen, che era sul palco a  al momento della sparatoria.

Francesca Maria Solinas

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