L’iconoclastia soft degli anti-Trump

Esaminare come un gesto di iconoclastia la rimozione dei monumenti legati ai protagonisti della Confederazione, al momento in atto in alcune città americane, potrebbe apparire poco coerente col dibattito contemporaneo. Eppure, anche concentrarsi sull’importanza delle immagini nello spazio pubblico e sulle reazioni di cui sono oggetto durante azioni di protesta e contestazione non è materia da escludere dal discorso politico attuale: è tematica esplicita anche nei recenti fatti di Charlottesville, caratterizzati da un ritorno massiccio ad un uso aggressivo di immagini simboliche di enorme violenza ideologica.

Reticenze culturali

Non amiamo particolarmente applicare il concetto di iconoclastia a contesti politico-sociali spiccatamente occidentali. Gli antichi fantasmi culturali legati alla distruzione e alla rimozione delle immagini riemergono prepotentemente ogni volta che si ripresentano determinati schemi comportamentali. L’iconoclastia all’interno delle società democratiche contemporanee rimane un tabù, un fenomeno scomodo con cui confrontarsi. È l’idea stessa di iconoclasmo che riesce a mettere in crisi la strutturazione (che si vorrebbe il più possibile razionale) della società, macchiandone la facciata di pubblica rispettabilità di fosche tinte semi-barbariche. Quando nominiamo l’iconoclastia, cerchiamo di limitarla il più possibile alla sfera degli estremismi religiosi, sottovalutandone invece gli impatti politici. Eppure alcuni dei principali studi sulla materia sono stati completati alla fine degli anni Ottanta, quando il termine della Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino riportarono prepotentemente sulla scena la questione degli iconoclasmi, specificatamente di natura politica.

Da http://www.gannett-cdn.com

Svolte iconiche

Sebbene l’origine del termine iconoclastia risalga ai conflitti religiosi dell’VIII d.C, scatenatesi attorno alla legittimità o meno dell’utilizzo di immagini per rappresentare la divinità, è ormai diventato un concetto largamente applicato anche al contesto del dissenso politico. La riqualificazione del termine è avvenuta durante la Rivoluzione Francese, che ha fortemente deviato l’azione iconoclasta sui simboli legati all’ideologia politica, come le effigi dell’oppressivo potere monarchico-aristocratico. Le immagini vittime degli iconoclasmi politici sottolineano di riflesso l’importanza fondamentale delle icone pubbliche, dei simboli in cui una nazione si riconosce e da cui decide di essere rappresentata. Non a caso, i fenomeni più recenti di iconoclastia politica sono numerosi e principalmente associati alla caduta di regimi. Neppure la stessa nazione americana è stata storicamente vergine di iconoclasmi, se si considera la distruzione delle effigi della monarchia inglese durante la Guerra di Indipendenza. Questa simbolica delegittimazione del potere monarchico sotto forma di castigo visuale non ha avuto un’importanza secondaria nel rafforzamento dell’ideale di autonomia delle colonie.

Delicatamente iconoclasti

Sicuramente, quella in atto in alcuni stati americani è un’iconoclastia molto soft, incredibilmente civile e non caratterizzata da una portata distruttiva tale da risultare eccessivamente scioccante. La maggior parte dei monumenti infatti, attraverso la collaborazione delle autorità e delle amministrazioni cittadine, viene eliminata quasi chirurgicamente, preferibilmente di notte, da operai coscienziosi, per non creare disagi.  È nei momenti in cui la rimozione avviene spontaneamente, per l’intervento dei contestatori del movimento anti-Trump, che i parallelismi visuali con le iconoclastie classiche si moltiplicano in maniera esponenziale. È pur vero che anche quando la soppressione viene operata istituzionalmente il risultato visivo dell’operazione ricalca paradigmi visuali appartenenti alla tipologia classica dell’iconoclastia politica, anche se decisamente più disciplinata. In aggiunta ai parallelismi visuali, sono le stesse parole di condanna di Trump a caratterizzare il fenomeno come iconoclastia. Nei suoi tweet il presidente riecheggia antiche accuse a simili manifestazioni di insofferenza sociale. Il definire la rimozione delle statue dei Confederati come un attacco alla cultura, alla storia e persino, ironicamente, alla bellezza è una rivisitazione populista delle storiche argomentazioni anti-iconoclasmi.

Da: nytimes.com

Contestazioni contestuali

A prescindere dalle variegate differenze di contesto che caratterizzano i singoli episodi, questi fenomeni emergono di solito in seno a società fortemente disequilibrate in ambito sociale. L’iconoclastia è stata spesso lo strumento pubblico di rivolta per gruppi sociali in cerca di maggiori possibilità di visibilità e riconoscimento, caratterizzandosi come l’arma principale in conflitti culturali che emergono in particolari momenti di crisi identitaria di una nazione. Questo quadro socio-politico richiama visibilmente la natura dei conflitti sociali che si svolgono attualmente negli USA, rendendo più che mai attuale una metodologia di protesta incentrata sulle immagini, in particolari quelle pubbliche e dedicate alla rappresentazione della storia nazionale. Gli Stati Uniti sono una nazione che ha storicamente fondato la sua legittimità e il suo nazionalismo su impianti visuali fortemente caratterizzati e pervasivi. L’onnipresente bandiera e la celebrazione in scala monumentale del contenuto di articoli della Costituzione sono solo alcuni esempi di un sistema iconografico su scala nazionale ad utilizzo propagandistico. L’intera ideologia culturale americana si esplicita attraverso immagini identitarie che ne puntellano letteralmente il paesaggio.

Da: sfgate.com

Abusi d’icone

Nonostante il notevole impegno auto-encomiastico, l’identità americana è una storia di conflitti irrisolti, le cui conseguenze mietono ancora vittime. Questi stessi conflitti sono però stati, storicamente, anche gli eventi fondativi dello stato americano come garante della libertà e della democrazia. Si tratta di una schizofrenia culturale ed identitaria che si esprime chiaramente proprio negli spazi pubblici e nelle immagini che vi sono accolte. Le statue dei Confederati, nate attraverso una vera e propria produzione di massa, vennero erette in momenti di particolare recrudescenza della resistenza contro l’universalità dei diritti. Funzionano, oggi come allora, alla stregua di veri e propri totem apotropaici dell’estrema destra, usati per allontanare la possibilità dell’uguaglianza civile. Attraverso questi stratagemmi visuali, i suprematisti bianchi manipolano la memoria storica, celebrando trionfalmente la loro versione della storia ed inserendola nel tessuto urbano di una nazione che non hanno contribuito a creare. Questi memoriali non sono solamente romanticizzazioni innocue di un passato non troppo criticamente assimilato, ma veri e propri strumenti ideologici tesi a resuscitare ideologie di oppressione e violenza. L’America è una nazione che si nutre di simboli e la presenza di queste celebrazioni revisioniste in luoghi pubblici ribadisce che le pretese del razzismo e del bigottismo sono ancora essenzialmente connaturate alla società americana.

da: http://www.gannett-cdn.com

Conflitti iconici

Non sorprende allora che il corrente movimento di opposizione a Trump senta di necessitare di iconoclastie anti-establishment. D’altronde la protesta contro l’attuale Presidente americano è un conflitto che si svolge fin dal principio soprattutto sul piano degli attacchi visuali. E non potrebbe essere altrimenti, considerata la potenza visiva e mediale di un personaggio come Donald Trump, che oscilla costantemente tra l’essere la caricatura di se stesso ed un bullismo iconografico di elementare, efficace crudezza. L’insofferenza scaturita dall’impotenza politica conduce a recuperare modalità di protesta che si riallacciano ad una tiepida versione della damnatio memoriae, in cui la rimozione e la cancellazione delle immagini venivano brandite come armi per delegittimazioni simboliche di ideologie non condivise. In mancanza di altri spazi di visibilità, l’espressione di un’opposizione al corrente regime politico passa anche attraverso un ripensamento radicale della rappresentazione pubblica della storia americana, che sembra al momento piuttosto impegnata ad esasperare i disequilibri socio-culturali della nazione.

Da: bloximages.chicago2.vip.townnews.com

Post-iconoclasm

Nel momento in cui l’atto di iconoclastia si configura come strumento di una rivendicazione politico-culturale, rimane il problema, paradossale, della gestione del patrimonio iconoclasta. Uno dei problemi sostanziali delle iconoclastie politiche è sempre stato come fondare una nuova eredità intellettuale sulle rimozioni da esse attuate. La sola operazione dell’act destruens non è sufficiente a instaurare una nuova consapevolezza critica della memoria storica, ma rischia piuttosto di risultare come un’estirpazione artificiale e coercitiva. Il vero atto iconoclasta, per parafrasare Duchamp, non risiede tanto nella rimozione dell’immagine, quanto piuttosto nella sua ricontestualizzazione. La rimozione senza ricontestualizzazione dell’immagine rischia solamente di aumentare la percezione del gesto iconoclasta come atto punitivo tout court, quasi incoraggiando una ricerca e una celebrazione feticistica dell’oggetto scomparso. Rimuovere le immagini di un passato scomodo può essere catartico, ma non esorcizzarne criticamente il contenuto sarebbe una sottovalutazione iconografica di grande miopia politica.

Surrealmente, persino la proposta di sostituire i sudisti con Missy Elliot potrebbe quasi apparire sensata. E sicuramente ben più iconoclasta.

Arianna Casarini

Immagine di copertina: pixel.nymag.com

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