“Non odi il lunedì, odi il capitalismo!”

  • Sii educato
  • Sii gentile
  • Fai sempre sentire il cliente a suo agio
  • Sii comprensivo e sempre disponibile ad ascoltare
  • Non essere scortese
  • Il cliente deve sempre vivere un’esperienza gratificante.

Ecco, ora proviamo a coniugare questi sei punti con una frase che tante volte avete sentito pronunciare dal vostro capo: “Il business viene sempre prima di tutto”.

Questo speciale è dedicato al diritto alla salute, proviamo dunque ad analizzare la frase nel suo contesto.
Significa forse che, nel nome dei risultati aziendali, la nostra salute fisica e, soprattutto, mentale deve essere essere messa in secondo piano, quasi fosse considerata un intralcio al normale corso degli affari?

Parlare del diritto alla salute mentale è diventata una priorità, se non si vuole rischiare di rimanere schiacciati da un dinamismo, prerogativa della società globalizzata di oggi, che alla lunga risulta minaccioso per i nostri equilibri psico-fisici.

Le aziende pretendono dal lavoratore un costante aumento delle responsabilità verso il datore di lavoro e i clienti, con un conseguente aumento delle mansioni da svolgere. La nostra testa deve essere sempre “sul pezzo”, la motivazione non deve mai venir meno e il margine di errore si riduce drasticamente, specialmente nelle aziende dove il salario si determina in base anche alla qualità delle prestazioni offerte.

Giorno dopo giorno questo è il clima di tensione
Preso male vero e quando accuso la pressione
Sono in stato di continua minaccia

Lo stress e la fatica si accumulano, non si riesce a staccare la spina nemmeno quando ritorniamo a casa. Magari i risultati a lavoro non sono stati all’altezza delle aspettative, e allora cominciamo a pensare: “non valgo niente”, “ma perché sbaglio sempre?”, o magari proviamo finto disinteresse: “tanto, anche senza di me, i miei colleghi sono in grado di fare il lavoro”. Più lo stress si accumula, più rischiano di inquinarsi le relazioni che abbiamo nel mondo esterno all’ambiente lavorativo, più vengono meno i punti che definiscono il concetto di salute mentale, come “sfruttare le nostre capacità”, “far fronte allo stress quotidiano” o “fornire un contributo alla nostra comunità”.

Un articolo pubblicato sul sito della Harvard Medical School nel 2010 metteva in luce come la tutela della salute mentale sul posto di lavoro fosse un tema difficile da affrontare in quanto rappresentato come argomento tabù che, se svelato, avrebbe potuto mettere a repentaglio il posto di lavoro.  La depressione, l’ansia e i disordini bipolari derivanti dalle condizioni lavorative suggerivano alle aziende di incrementare gli investimenti verso la tutela della salute mentale. Come siamo messi dopo 7 anni? Secondo questo pezzo del Guardian la discussione attorno al tema è aumentata, e di conseguenza anche le attività di prevenzione: molti lavoratori affetti da problemi alla salute mentale sono incoraggiati direttamente dai loro responsabili a ottenere un supporto psicologico che li guidi attraverso le varie fasi della terapia.

Il manager ha a cuore la salute dei dipendenti perché un lavoratore dalla tenuta mentale solida significa per l’azienda una sicura fonte di profitto, con meno giorni di malattia sulle spalle i quali significano meno ore lavorative andate in fumo. Lo stesso assenteismo può essere collegato allo stress e alla depressione, come la richiesta di ottenere assegni di invalidità. Gli stessi manager possono essere soggetti ad un alto tasso di stress dovuto alle numerose responsabilità di cui si devono fare carico.

Mark Fisher. Foto: versobooks.com

L’esperienza, teorica e biografica, dell’intellettuale inglese Mark Fisher può insegnare molto. Qui trovate una traduzione in italiano del suo intervento “Buono a nulla” (Good For Nothing, apparso nel 2014 su Occupied Times). Fisher racconta i malanni mentali del lavoratore (culturale, ma non solo) contemporaneo afflitto da depressione. Una depressione, la sua, “sempre legata alla certezza di essere, letteralmente, buono a nulla”. Quello che Fisher vuole far capire è che il nesso tra questa patologia e il mondo esterno, nello specifico la politica del lavoro del terzo millennio, esiste ed è diretto. Secondo lui, “la causa più probabile di tali sentimenti di inferiorità” è “il potere sociale”, nelle sue varie estrinsecazioni: classe in primis, razza, sesso, affiancate a tutte le altre forme di oppressione sociale. Risultato: qualcuno riesce a farti pensare di non essere la persona adatta nel ruolo adatto, sul lavoro. E tu finisci col convincertene. Nelle parole – che traduco – del suo collega critico musicale Simon Reynolds, Fisher sosteneva che la pandemia di angoscia e problemi mentali che affligge il nostro tempo non può essere né adeguatamente compresa né efficacemente curata se vista come un problema personale, interiore e privato. Si tratta invece di sintomi diretti di politiche senza cuore e senza futuro, a partire dal precariato e della flessibilità lavorativa, passando per l’erosione della solidarietà di classe e dei sindacati, finendo col messaggio, fatto proprio da partiti politici e media, che, come diceva la Tatcher, “non c’è alternativa” al capitalismo manageriale.
Mark Fisher si è ucciso lo scorso gennaio a 48 anni.

Come possiamo prenderci cura del nostro benessere psichico in un mondo lavorativo che richiede sempre più prestazioni e sempre più efficienza? Nel sempre più liquido e flessibile mondo dei servizi, anche le classi lavoratrici diventano sempre più liquide e soggette al turn-over: questo intralcia il funzionamento di strumenti utili per l’inclusione sociale, come l’identità di classe, che può rivelarsi un argine di prevenzione. Questo non significa provare a costruire un ambiente lavorativo più attento alla salvaguardia del nostro benessere e dei nostri bisogni. Le discussioni e le decisioni in materia di salute mentale non devono solamente essere calate dall’alto, ma gli stessi lavoratori (sottoscritto compreso) dovrebbero sviluppare strategie volte alla riappropriazione del tempo libero, oltre a non sacrificare le gioie che una pausa pranzo o caffè possono dare.

Può essere un esempio stupido, se non addirittura una cazzata da fricchettoni, ma il cambiamento non dovrebbe cominciare dalle piccole cose?

But I don’t sit idly by
I’m planning a big surprise
I’m gonna fight for what I wanna be
And I won’t make the same mistakes (‘cause I know)
Because I know how much time that wastes (and function)
Function is the key.

Mattia Temporin

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